BERITO, SCUOLA di. - Tra le più celebri dell’antichità (secc. III-vi). La città (Βηρυπός, Βερυτύς), detta da s. Gregorio Taumaturgo «la più romanizzata» dell’Oriente (PG 10, 1065), era colonia augusta, con diritto italico (Dig., 50, 15, 1).
Suo vanto precipuo fu la Scuola superiore di diritto, lodata già nel 239 dallo stesso Taumaturgo (PG 10, 1065); perciò Libanio (Ερ., 652) e Zaccaria lo Scolastico (PG 85, 1017) chiamano B. «madre delle leggi»; così pure Giustiniano, dicendola legum civitas (Cost. Tanta, § 9 gr.) e legum nutrix (Cost. Omnem, 7); s. Gregorio Naz. (Carm., II, 2, 5, n. 227) la definisce legum sedes Romanorum (PG 37, 1538).
Fu fondata verso la fine del sec. II d. C., se non prima, perché per P. Collinet, B. sarebbe stato il centro di pubblicazione e di deposito delle Costituzioni imperiali per l’Oriente. Dovette essere fiorente già durante tutto il sec. III, se la Cost. Cum vos, nel riconoscere che normalmente i corsi venivano ultimati dagli alunni all’età di 25 anni, li esentava dai munera publica, con facoltà di rimettere il loro
« servizio » dopo il 25° anno. Il periodo del suo massimo splendore comincia con la metà del sec. V, quando lo Studio ricevette, al pari di quello delle regiae urbes (Costantinopoli e Roma), probabilmente dagli imperatori Teodosio II e Valentiniano III (cf. Cod. Iust., 11, 19 [18]), la carta di erezione o riconoscimento ufficiale di scuole di stato (privilegium studi), come Giustiniano riconosce nella Cost. Omenm (7). I suoi insegnanti ebbero allora il titolo di Maestri ecumenici, oi τῇς οἰκουμένης, alcuni dei quali come Cirillo Patricio, Domnino, Demostene, Eudossio, Amblico e Leonzio, furono ricordati per secoli nella tradizione dottrinale bizantina; essi infatti, secondo Heimbach, costituiscono una « nuova scuola », e le loro testimonianze figurano negli Scòli ai « Basilici ».
Questo sviluppo dello Studio sembra dovuto al vescovo Eustachio, che prima del 449, eresse la Cattedrale, ottenne da Teodosio II alla città il titolo di metropoli (Cod. Iust., 11, 22), fino allora (449-50) riservato a Tiro; e diede alla Scuola una nuova sede (auditoria legum) tra gli edifici della cattedrale (cf. Zaccaria Scol.: PG 85, 1023-1025), riuscendo così più facilmente ad impetrare il privilegium studi. Tra i professori v’era Euseno, fratello del Vescovo.
Molto se ne occupò Giustiniano, che con la Costituzione Omenm diede anche un nuovo ordinamento agli studi giuridici. Secondo la precedente ratio studiorum (quella dei « maestri ecumenici ») il corso comprendeva quattro anni obbligatori ed un quinto facoltativo. Gli alunni del I anno soprannominati Dupondii (« due soldi »), studiavano le Institutiones di Gaio e i Libri singulares di Ulpiano; gli alunni del II (Edictales) i Libri ad Edictum dello stesso Ulpiano; quelli del III (Papinianistae) i Responsa di Papiniano; quelli del IV (Lytae) = solutores (di casi), si esercitavano sui Responsa di Paolo. Il V anno di perfezionamento; i cui alunni erano detti Prolytae cioè = Lytis in iuris prudentia provectores », « praesolutores » (cf. Du Cange), era riservato allo studio delle Costituzioni imperiali. Di queste, alcune conservavano il diritto ecclesiastico, il cui studio interessava non solo i futuri magistrati, ma anche il clero. Giustiniano con la sua riforma (in vigore dal I genn. 534), rese il V anno obbligatorio per tutti, e sostituì i testi scolastici precedenti con le sue tre nuove opere legislative, così distribuite: al I anno, le Institutioni e i pròtæ del Digesto (lib. I-4); al II, III e IV anno, il Digesto; al V anno, il Codice. Conservò la terminologia accademica, ma mutò il ridicolo nomignolo di Dupondii, in quello di Iustiniani novi.
L’insegnamento era impartito in latino fino a tutto il sec. IV (cf. S. Gregorio Taum., loc. cit.); poi prevalse il greco, che in Oriente era lingua ecclesiastica. Erano tempi di vacanza, almeno durante il sec. V-VI, il pomeriggio del sabato e la domenica (cf. Vita di Severo, 16).
Gli alunni provenienti da tutte le parti dell’Impero, amavano le associazioni studentesche e i ludi o scherzi goliardici (specie per le « matricole »), alcuni dei quali furono proibiti, perché di cattivo gusto, dalla Cost. Omenm (5 e 6). V’erano anche le associazioni pie per le pratiche religiose cristiane, mentre molti studenti pagani si davano alla magia. In seguito a gravi incidenti, i libri magici vennero requisiti e bruciati dinanzi al tempio della Theotòcos, presenti le rappresentanze dell’autorità civile ed ecclesiastica (Vita di Severo).
Finiti gli studi, si aprivano agli alunni le carriere giudiziarie e amministrative (cf. Cost. Omenm, § 6). Non pochi abbracciavano lo stato ecclesiastico o monastico; tra cui celebri Severo d’Antiochia e il suo biografo Zaccaria lo Scolastico, vescovo di Mitilene, alcuni martiri, come s. Panfilo di Cesarea, i ss. Affiano e Edesio (sec. III), i due fratelli s. Arcadio e s. Giovanni di Costantinopoli (sec. v).
Il terremoto del 6 luglio 551, che distrusse la città seppellendo 30.000 persone (cf. Agathia, Hist., 2,15: PG 88, 1360-62; e Frag. hist. Tusculana, 4: PG 85, 1821-24), segnò pure la fine della gloriosa Scuola. Di recente sono venute in luce 5 colonne con i loro capitelli appartenenti al portico dell’antica scuola. Trasferita temporaneamente a Sidone, dopo qualche anno fu ricondotta a B.; ma nel 560 un incendio distrusse i suoi nuovi edifici provvisori. Nel 660 la città era ancora in rovina; nel 635 cadde in potere degli Arabi.
« Fu la Scuola di B. che in certo modo salvò ai posteri il Diritto Romano. Senza questo focolare in Oriente, Giustiniano non avrebbe trovato né gli uomini né i mezzi né la cultura sufficienti per raccogliere nel Codice e nei Digesti tante reliquie dell’antica dottrina » (C. Ferrini).
Quanto poi essa abbia influito sullo sviluppo materiale del diritto non è dato precisare: il quesito investe tutta la complessa questione di principio, dibattuta tra gli studiosi, circa l’apporto ideale delle scuole d’Oriente alla evoluzione interna del Diritto romano; apporto, che alcuni ammettono ed esaltano (Collinet), altri, invece, recisamente escludono (Riccobono).
Per la questione dell’influenza sullo sviluppo dottrinale del Diritto romano: G. Rotondo, Procedimenti scolastici delle riforme di Giustiniano (inedito), in Scritti Giuridici, I, Milano 1922, pp. 437-52; P. De Francisci, L’azione degli elementi straineri sullo sviluppo e sulla crisi del Diritto romano, in Archivio Giuridico, 93 (1925), pp. 195-97; E. Albertario, Introduzione storica allo studio del Diritto romano giustiniano, Milano 1935, pp. 81-133 (saggio critico riprodotto, in Studi di Diritto romano, V, Milano 1937, pp. 145-94); E. Volterra, Diritto romano e Diritti orientali, Bologna 1937; S. Riccobono, La perdita della scienza romanistica con la scomparsa del Ferrini, in Miscellanea Contardo Ferrini, Roma 1947, pp. 45-58; P. Collinet, La nature des actions, des interdits et des exceptions dans l’oeuvre de Justinien, Parigi 1947 (postumo): la tesi dell’autore, che per opera dei maestri di B. il Diritto romano sia passato dalla fase formalistica a quella sostanziale come si intende e si costruisce nel mondo moderno, è rigettata in pieno dal prof. S. Riccobono, La definizione del Ius al tempio di Adriano, Palermo 1949 (estratto dagli Annali del Sem. Giuridico di Palermo, 20 (1949), pp. 105 e 123).
BERKELEY, GEORGE. « Filosofo inglese e vescovo anglicano, n. 11 marzo 1685 a Dysert, nella contea di Kilkenny in Irlanda, da famiglia anglicana immigrata, m. a Oxford il 14 genn. 1753. A 15 anni entrò nel Trinity College, la celebre Università di Dublino, dove compì brillantemente gli studi e dove fu in seguito insegnante di greco, ebraico e teologia. Scrisse, durante questo tempo, il Commonplace Book (edito solo dal Fraser nel 1871; assai migliore l’edizione del Johnston, 1930), libro di note e appunti personali, assai utile per la conoscenza della formazione e dello sviluppo del suo pensiero. Nella stessa Università B. tenne l’ufficio di predicatore, dopo aver ricevuto gli Ordini Sacri nel 1709. In questo medesimo anno pubblicò il suo primo lavoro, Essay towards a new Theory of Vision, e nell’anno seguente, 1710, la sua opera principale, Treatise on the principles of human knowledge. Verso la fine del 1712 si recò a Londra ove conobbe molti dei principali studiosi del tempo e svolse una polemica contro i liberi pensatori, con vari articoli sulla rivista The Guardian. Nel 1713 pubblicò Three dialogues between Hylas and Philonous, in cui espone, in forma più vivace e letteraria, le
stesse idee del Trattato. Nel 1714 venne una prima volta in Italia e vi ritornò nel 1716, rimanendovi 4 anni; passando per Parigi ebbe occasione d'intraternesi col Malebranche. Ritornato a Londra, dopo essersi adoperato per una riforma etico-religiosa, in cui egli vedeva l'unico rimedio efficace ai mali della patria, sperò di dare esecuzione al suo progetto di evangelizzazione fra gli indiani d'America, con la fondazione di un istituto missionario nelle isole Bermude: con la moglie, alcuni compagni e una eccezionale provvista di volumi, salpò nel 1728 per il Nuovo Mondo. Però, dopo un soggiorno di 3 anni a Rhode-Island (compose in questo tempo il dialogo Alcyphron or the minute philosopher contro i liberi pensatori), viste deluse le sue speranze per il mancato invio di sussidi, ritornò a Londra. Nel 1734 fu nominato vescovo di Cloyne in Irlanda. In questo ufficio spiegò uno zelo attivo in ogni campo, con larga tolleranza verso i cattolici che costituivano la grandissima maggioranza della sua diocesi. Oltre varie pubblicazioni di argomento diverso, nel 1744, in occasione di un'epidemia, B. pubblicò un curioso scritto medico-filosofico, prendendo lo spunto dalle qualità terapeutiche dell'acqua di catrame da lui sperimentata in America: Siris (da seppè = catena), A Chain of philosophical reflexions and enquiries concerning the virtues of tar-water. Sotto l'aspetto filosofico quest'ultima opera rivela una concezione del mondo in parte nuova, a sfondo mistico-neoplatonico senza per altro giungere, come alcuni sostengono, ad una vera antitesi del suo precedente pensiero. Nel 1751 B. abbandonò la sua sede e si ritirò a Oxford, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita fino alla morte.
Pensiero. — Il punto di partenza del sistema filosofico di B., elaborato con l'intento esplicito di combattere l'ateismo, lo scetticismo e il razionalismo del suo tempo, va ricercato nel soggettivismo cartesiano e nel nominalismo empiristico di Locke, non senza una diretta dipendenza dallo spiritualismo del Malebranche. Movendosi sul presupposto cartesiano che l'oggetto, in quanto è dato nella conoscenza, è soltanto idea o rappresentazione, e spingendo oltre la critica che Locke aveva mosso all'oggettività delle qualità secondarie dei corpi, B. perviene alla netta negazione della materia come realtà oggettiva, a scendere le nostre rappresentazioni. Infatti, egli afferma, le medesime ragioni che dimostrano la soggettività delle qualità secondarie, suoni, colori ecc., valgono anche per le qualità primarie, ossia estensione e movimento. Anche queste (B. si sforza di dimostrarlo nella accurata Teoria della visione) sono irrimediabilmente soggettive, in quanto lo spazio non è, come comunemente si crede, un dato di percezione esterna, bensì il risultato, puramente ideale, di precedenti esperienze e associazioni psicologiche. Negata la oggettività dello spazio non vi ha più ragione alcuna di ammettere, con il Locke, al di là delle nostre rappresentazioni dei corpi, una ignota sostanza materiale (Principi, § 73): il corpo altro non è che il complesso delle nostre idee o rappresentazioni, «ciò che si vede, si odora, si tocca». La «materia» in fondo è un semplice nome (nominalismo) con cui designiamo l'insieme delle nostre rappresentazioni sensibili; l'essere dei corpi si risolve nel loro presentarsi alla nostra coscienza, nel loro essere percepiti, «their esse is percipi» (Principi, § 3). Pensare, come esistente al di là delle nostre rappresentazioni, una ignota e ineffabile sostanza materiale, quale sostrutto o origine o causa di esse, è scambiare con la realtà una pura «astrazione scolastica».
Ma se è vero, afferma B., che i corpi non sono altro che idee, non ne segue che la realtà venga negata o distrutta: non è un'illusione o un'allucinazione il mondo. La realtà rimane ferma e salda; vien però tutta risolta nel mondo spirituale. Realtà sostanziale, se pur relativa, è il nostro spirito, l'io che non può ridursi a semplice
fascio di rappresentazioni, ma è intuito come soggetto e principio attivo delle idee, le quali infatti può risuscitare e riprodurre attraverso l'immaginazione e la memoria. Quest'attività spirituale del nostro io ha però un limite evidente: infatti il mondo delle sensazioni esterne non è in nostro arbitrio e in nostro potere; l'universo corporeo non dipende da noi (Principi, § 29, 146). Da questo dato immediato della nostra riflessione psicologica B. concludo che le idee del mondo derivano al nostro spirito direttamente da Dio: Egli, spirito infinito e assoluto, è la suprema e fondamentale realtà, eterna attività produttrice delle idee, che imprime nel nostro spirito secondo un ordine e una successione regolarmente uniforme, in cui consiste la cosiddetta legge naturale (Principi, § 30). Di conseguenza la realtà e consistenza del mondo non dipende affatto dalla mia percezione attuale, o di qualsiasi altro spirito finito, bensì unicamente dalla attività dello spirito assoluto: è in questa loro indipendenza da qualsiasi spirito particolare che consiste, secondo B., la realtà delle idee identificate con le cose.
Così più che in un idealismo nel senso moderno della parola, il sistema del B. si risolve in un realismo immaterialistico e teistico. Contro gli scettici egli può affermare che non solo ci è possibile la conoscenza della realtà, ma anzi questa coincide con le nostre stesse idee e conoscenze; e contro l'ateismo il B. perviene all'affermazione di Dio, non come semplice causa prima di un mondo materiale e oggettivo, bensì come centro e origine immediata della nostra stessa vita spirituale: concezione, come si vede, essenzialmente mistica, in accordo col temperamento schietamente religioso del B., e che si accentua nell'ultima opera filosofica, Siris.
In armonia con le linee fondamentali del suo sistema il B. risolve i rimanenti problemi filosofici, ad es., quello della verità e causalità. Vero è tutto ciò che è pensato e voluto da Dio, falso ciò che è pensato solo dal nostro spirito; ogni percezione semplice originaria (intuizione) è vera; l'errore proviene dalle nostre fallaci associazioni dei dati primitivi. Falso inoltre e irreale è ogni prodotto dell'astrazione: le idee astratte, contro cui mosse una critica tenace e sottile, non hanno per B. nessuna conscienza, nemmeno nella mente. Quanto alla causalità, essa appartiene unicamente allo spirito. Nessun nesso causale fra le rappresentazioni in se stesse (Principi, §§ 64-65), ma unicamente ordine di successione e di finalità, secondo il volere e la Provvidenza di Dio: il quale può liberamente sospendere o infrangere quell'ordine col miracolo. Il meccanismo quindi, come sistema di interpretazione della realtà, è falso, sebbene abbia un momento utilitaristico e pratico. Ugualmente, un valore puramente pratico hanno le scienze; la verità e la realtà è una conquista a cui può giungere soltanto la filosofia.
Il sistema del B., ingegno filosofico penetrante e originale, è una reazione estremista contro il materialismo; esso ha però il suo fondo di verità come ogni produzione del genio. Anche per la filosofia tradizionale l'universo è in quanto pensato e voluto da Dio; non è la conoscenza di Dio in funzione delle cose, bensì le cose in funzione di quella. Fu questa l'intuizione fondamentale del B. Ma il suo errore, grave e in nessun modo scusabile per l'aperta insufficienza dei presupposti logici e metafisici, fu di negare la realtà della materia in quanto distinta dallo spirito. Vero che nulla esiste indipendentemente dal pensiero e dal volere attuale di Dio, ma ciò non toglie che le cose abbiano una loro propria realtà, negata la quale, è aperto il passo verso l'idealismo e il panteismo. La stessa affermazione della realtà e sostanzialità del nostro io come spirito, non reggerà allo svolgimento logico che i presupposti berkeleiani troveranno in un altro grande filosofo inglese, D. Hume (v.); ciò che va detto, analogicamente, anche della causalità, dal B. negata alla materia e riservata all'io.
Non è inoltre difficile rilevare come nell'immanente