BOUHOURS, Dominique. - Gesuita e letterato francese, n. a Parigi il 15 maggio 1628, entrato in religione nel 1644, m. ivi il 27 maggio 1702.
Prima docente di rettorica e poi precettore presso famiglie del aristocrazia, fu infine addetto al corpo di «scriptores» del collegio di Louis-le-Grand a Parigi. La sua reputazione di stilista non meno che la sua urbanità l'introdussero nei circoli letterari della capitale e nell'amicizia di grandi autori dell'epoca, come Racine e Boileau.
La polemica antigianensistica ispira la prima parte della produzione del B., anche nelle opere di devozione, che oggi appaiono manierate, ad eccezione delle Paroles tirées de l'Ecriture Sainte pour servir de consolation à ceux qui souffrent, uscite postume nel 1704. Manierate pure, anche se ebbero molte edizioni, le opere biografiche, tra cui la Vie de s. Ignace (Parigi 1679) e Vie de s. François Xavier (ivi 1683).
Campo specifico, invece, del B. fu quello della critica letteraria e linguistica.
Sulla falsariga del Vaugelas, scrisse: Doutes sur la langue françoise, proposez à MM. de l'Académie française par un gentilhomme de province (Parigi 1674), con le Remarques nouvelles sur la langue françoise (ivi 1675), et Suite des remarques nouvelles (1687, contro Port-Royal). Il suo rigoroso purismo contribuì a purificare la lingua, ma se fosse prevalso, avrebbe ridotto il francese a lingua di corte.
Due opere del B. ebbero risonanza europea. In un capitolo degli Entretiens d'Ariste et d'Eugène (Parigi 1671; trad. II. del p. D. Janno, Palermo 1714), il B. si chiedeva se il «bel esprit» dei salotti parigini s'incontrasse presso le altre nazioni. Risposero tedeschi come il Cramer (Vindiciae nominis germanici contra quosdam obtestatores gallos, Berlino 1694) e italiani nella controversia contro il libro seguente, La manière de bien penser dans les ouvrages d'esprit (Parigi 1687; 15a ed., trad. in latino, italiano, inglese, tedesco). In quei dialoghi, Eudoxe, cioè il B., rappresenta il temperamento «classico» della Francia di Luigi XIV, contrapposto al «barocco» rappresentato da Philanthe. I giudizi severi e talvolta sprezzanti su autori italiani, come il Tasso, e l'incomprensione verso elevate forme poetiche suscitarono in Italia fiere proteste, massime dopo l'eco data al libro francese dal gesuita italiano C. Ettore (Il buon gusto nei componimenti retorici, Bologna 1696). Primo difensore del classicismo italiano fu il marchese G. Orsi (Considerazioni sopra un famoso libro francese intitolato: La manière de bien penser, ivi 1703). Nella controversia, le parti del B. defunto furono assunte dai Mémoires de Trévoux (1705) ed anche da qualche italiana, come il conte Francesco Montani; da parte italiana, intervennero, fra altri, il Manfredi e il Baruffaldi; se ne trovano ancora chi nel Vico e, fuori d'Italia, nel Leibniz. Questa prima grande polemica letteraria internazionale, che metteva in giuoco le ragioni profonde di ogni letteratura, ha suscitato ai nostri giorni studi numerosi.