BRACCIALETTO (AGRICOLO)

BRACCIALETTO (agricolo). - È bracciante il contadino, senza particolare specializzazione, che trova temporanea occupazione nell'azienda agraria con contratto a salariato di breve durata e che ricava i mezzi di sussistenza con questo saltuario lavoro.

In pratica non è sempre facile individuare il bracciante nelle rilevazioni statistiche, perché, nel gruppo di coloro che genericamente si indicano con questo termine, confluiscono individui di provenienza ben diversa, dall'operaio disoccupato dell'industria al piccolo proprietario particellare che cerca di integrare, con il lavoro a giornata, le sue modestissime entrate. Questo caso è frequentissimo nel mezzogiorno d'Italia, ove spesso il piccolo proprietario è, di volta in volta, affittuario, partitante, bracciante, a seconda delle possibilità che gli sono offerte e che cerca assiduamente, data l'insufficienza del reddito della sua minuscola proprietà. Questa incertezza nella determinazione dei braccianti giustifica le approssimative valutazioni del loro numero e le polemiche svoltesi sulle cifre relative.

In base ai dati dei censimenti della popolazione italiana, sino a quello del 1921, i lavoratori salariati dell'agricoltura maschi ammontavano a ca. 3 milioni. I due ultimi censimenti presentano fortemente ridotta questa cifra: 1. 993.302 (soli maschi, nel 1931) e 1. 791.946 (soli maschi, nel 1936), cioè il 28% della popolazione agricola maschile contro il 45% nel 1921.

Alcuni hanno commentato queste cifre come prova della profonda trasformazione in corso nella struttura dell'agricoltura italiana. Purtroppo questo ottimismo non è fondato, e comunque le cifre riportate non sono sufficienti per giustificarlo, in quanto i criteri di rilevazione nei vari censimenti non sono omogenei e, come riconosce il Molinari nella Relazione generale al Censimento del 1936, la forte differenza fra i dati del 1921 e del 1931 è dovuta al fatto che nel primo dei due censimenti è stata attribuita la qualifica di giornaliero a quegli agricoltori che svolgono anche lavoro salariato ricordati sopra. Su questo fatto non corre alcun dubbio, e del resto i gravi difetti della rilevazione relativa alla classificazione professionale nei censimenti, per quanto riguarda l'agricoltura, erano già stati posti in rilievo nella Inchiesta agraria del Faina. Circa il numero dei salariati in senso stretto, i dati dell'ultimo censimento si possono considerare sufficientemente attendibili. Ed allora abbiamo 1.817.283 avvenuti e 381.785 salariati fissi; in complesso più di due milioni di braccianti e cioè 1/4 della popolazione agricola attiva italiana. Di essi un terzo è formato da donne.

Le origini e le ragioni del permanere nel nostro paese di un numero così grande di braccianti sono molteplici e varie da zona a zona: ragioni prettamente tecniche ed economiche si uniscono a ragioni storiche e sociali. Ovunque motivo comune è il rapido sviluppo della popolazione rurale non accompagnato da un adeguato ampliamento delle possibilità di lavoro e dalla scarsità di capitali necessari per le grandi trasformazioni fondiarie. Fra le ragioni di ordine economico-tecnico deve essere ricordato l'ordinamento produttivo delle zone di recente bonifica e di quelle a coltura estensiva, caratterizzato da povere colture erbacee e dalla mancanza di attività zootecniche. In questo ordinamento vi sono forti variazioni stagionali nelle richieste di lavoro.

Il reddito netto relativamente elevato che dà l'agricoltura così organizzata nel nostro paese e la deficienza di capitali, unite al notevole rischio che comportano gli investimenti nelle culture intensive ed in specie in quelle arboree, mantengono questo ordinamento culturale inatteso ad assorbire con continuità, durante l'anno, i lavoratori agricoli.

È opportuno avvertire che se l'azienda capitalistica crea e mantiene il salariato, gli aspetti più gravi di questo rapporto non nascono tanto dalla sua natura quanto dalla sua precarietà. Essa è meno grave nelle zone ove prevale l'indirizzo zootecnico, ove sono molto frequenti i salariati fissi, più acuta nelle altre.

Nel mezzogiorno il b. è mantenuto dall'esistenza di grandi proprietà a coltura estensiva, mentre la limitatissima estensione delle proprietà dei coltivatori diretti li obbliga a cercare impiego nelle possibilità di lavoro eccedenti nelle aziende cerealicole estensive. La mancanza di strade, di acqua, le condizioni generali dell'ambiente ostacolano l'appoderamento dei terreni e perpetuano un ordinamento colturale che impone nei momenti di punta un

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largo assorbimento di lavoro, lasciandolo pressoché di-soccupato nel restante dell'anno. In alcune zone il perma-nere di forti masse di braccianti dipende anche dal fatto che i lavori di bonifica hanno richiesto più personale di quanto ne possa assorbire, almeno in un primo tempo, il terreno bonificato.

La situazione dei braccianti può essere aggravata dalla presenza di attività industriali stagionali (zuccheriera-con-serviera), dalla discontinuità di lavori pubblici, dall'eccessivo carico di braccia in zone finite appoderate, infine dalla disoccupazione nell'industria.

Da un punto di vista topografico il b. è più frequente nella bassa valle padana (1/3 dei braccianti), ed in parti-colare nell'Emilia con 200 mila, nel Veneto con 155 mila, in Lombardia con 143 mila. Nel Piemonte i braccianti sono assai frequenti nelle province di Novara e Vercelli, in specie per la risicoltura, mentre l'intenso svi-luppo dell'allevamento del bestiame nella pianura lom-barda mantiene un rilevante numero di salariati fissi.

Fuori della pianura padana, i braccianti costituiscono una massa notevole in Sicilia (235 mila), nelle Puglie (224 mila) ed in minor misura in alcune zone della Cam-pania, delle Calabrie e del Lazio.

Da quanto è stato accennato risulta che caratteristica del loro lavoro e quindi del loro reddito è la precarietà. Nella gran media si può ritenere che l'occupazione annua è compresa fra le 200 e le 250 giornate, cioè ca. 1/3 delle giornate lavorative è perduto.

Si tratta di un lavoro, per il quale di solito non occorrono speciali attitudini, salvo la resistenza fisica, pesante ed accentrato in alcuni mesi ed eseguito in condizioni di ambiente particolarmente dure, dalla primavera all'autunno per arare, zappare, mietere, falciare, trebbia, e per la-voiri di scavo. Nei periodi di punta si superano i limiti delle otto ore. Passati questi la disoccupazione è inevita-bile. In queste condizioni, anche se le tariffe salariali sono venute migliorando col tempo, il reddito di questi lavora-tori rimane estremamente basso.

Dall'inchiesta agraria, a quella recente dell'istituto Nazionale di Economia agraria, a numerose monografie di singoli studiosi, è possibile ricavare una dolorosa docu-mentazione. Prima della guerra, nonostante le occasioni più numerose di lavoro che la politica economica seguita offriva in alcune zone ove è più alto il numero dei braccianti, il guadagno medio raramente superava le 2000 lire annue, e la spesa sostenuta per ogni unità di consumo si manteneva sensibilmente inferiore a questa cifra. Come si vede si tratta di un bilancio miserevole, anche se questi dati si possano ritenere solo approssimati al vero per difetto. Le condizioni dell'abitazione sono di solito pessime. Il luogo di lavoro dista anche notevolmente da quello di re-sidenza, imponendo spostamenti faticosi che peggiorano le condizioni di vita del lavoratore e della sua famiglia. Le scarse entrate del capo famiglia obbligano ad un lavoro precoce i figli, ed anche le donne con figli piccoli vi con-corrono.

Le informazioni più recenti non lasciano vedere alcun sostanziale miglioramento nella condizione della massa dei braccianti, che si può sintetizzare nella parola miseria. Da essa segue che in alcune zone, in certi casi estese a vaste contrade, Romagna e Puglia, lo stato di agitazione sia permanente; anche per il fatto che una parte notevole di questi lavoratori è staccata dal processo produttivo. Il bracciante sente che la vicenda della produzione agri-cola non gli appartiene e che essa in certo senso può per-sino svolgersi senza di lui con la meccanizzazione. Alla radice di questo male sta l'eterna ricerca dell'uomo anel-lante alla sicurezza per sé e per la sua famiglia, ed alla pace che dà il dovere compiuto; mentre per molti mesi all'anno è costretto all'ozio più avvilente e diseducatore.

Se queste sono le condizioni della vita materiale e sociale è facile pensare alle difficoltà estreme di una sana vita morale. L'istruzione è ostacolata dalla necessità di utilizzare il lavoro dei piccoli, e da tutte quelle circostanze, aggravate in questo caso dalla miseria, che già mettono in condizioni di sfavore il lavoratore della terra. Il lavoro promiscuo, rude, manuale, svolto lontano dalla casa e l'alta proporzione di donne braccianti, costituiscono da un altro lato una minaccia assai grave ad una sana vita morale; minaccia sino ad oggi contenuta da un sentimento reli-gioso, più o meno sentito nelle varie zone, ma esso stesso esposto alla facile propaganda avversa e non fondato su di una pur modesta istruzione.

Le cose si presentano in modo ancor più doloroso ove il lavoro del bracciante suppone uno spostamento dalla propria dimora. Allora il soggiorno per periodi anche ab-bastanza lunghi in collettività di lavoro diventa ragione di gravi pericoli.

Date queste caratteristiche del b. il problema non si riduce a realizzare condizioni di lavoro più umane ed un trattamento salariale meno misero, ma richiede di mo-dificare, nei limiti del possibile, la struttura dell'or-dinamento dell'impresa agricola che occupa braccianti. Infatti i provvedimenti, ripetutamente adottati, di turni di lavoro, divieto di scambio ed imponibile di mano d'opera, limiti nell'uso delle macchine, ope-rano una semplice redistribuzione del lavoro, ed hanno spesso per effetto un aumento del costo di produzione. Insieme con l'esecuzione di lavori pubblici, possono servire come temporanea soluzione di crisi particolarmente acute di disoccupazione, ma non eliminano le cause dei mali del b.

Il rimedio fondamentale è quello dell'appodera-mento, per il quale, con la promiscuità delle colture, si riesce ad una migliore distribuzione del lavoro della famiglia contadina durante l'anno, mentre il carattere intensivo dell'agricoltura, che esso suppone, ne accresce il reddito. L'abitazione nel podere, la par-tecipazione al prodotto, anche nel caso che non si sia raggiunta la formazione di una piccola proprietà, legano il lavoratore alla terra per quella sicurezza delle condizioni di vita che essa gli garantisce e per l'interesse che stimola. Nel podere è facile trovare quelle attività che, mentre occupano continuamente il lavoratore, gli assicurano un reddito più alto, mentre procurano alla collettività un maggior volume di pro-duzione.

Purtroppo non sempre le condizioni agrarie per-mettono questa trasformazione. Talora l'appodera-mento suppone rilevanti opere di bonifica, ed impone notevoli investimenti, cioè i mezzi della grande im-presa o dello Stato. In molte zone dell'Italia meri-dionale l'appoderamento è condizionato ad una vera riforma agraria, accompagnato da un complesso ri-lavante di opere comprendenti bonifica, costruzione di strade, acquedotti, abitazioni. Per raggiungere questi risultati, pur non escludendosi una benefica ed auspi-cabile iniziativa privata, si richiede l'assistenza o l'intervento diretto dello Stato.

È però necessario avvertire che, anche nelle zone ove è possibile l'appoderamento, non si può, oggi, dato il sovraccarico di popolazione, pensare alla com-pleta trasformazione della massa dei braccianti. Si è infatti rilevato quanto numerose siano le ragioni che determinano la formazione del b., e fra di esse non ultima l'aumento della popolazione rurale. Di più il necessario progresso tecnico dell'agricoltura italiana impone una maggior diffusione di mezzi meccanici e quindi in molte zone un minor carico di forze umane per unità di superfice.

Sarebbe quindi imprudente pensare alla soluzione totale del problema, quasi per effetto di una bacchetta magica, con l'appoderamento. La trasformazione agra-ria deve essere completata ed accompagnata con un adeguato sviluppo di attività mercantili ed industriali, se non si vuole o può pensare alla emigrazione. Ove non si può attuare l'appoderamento si possono miglio-

rare le condizioni del braccianti con il contratto di compartecipazione. Per esso viene assegnato al braccianti un apprezzamento in concessione, attribuendogli, per il lavoro che vi applica, una quota del prodotto diversa a seconda del tipo di coltura (v. COMPARTECIPAZIONE). Tale rapporto di lavoro mentre offre al braccianti una preziosa integrazione al suo bilancio, permette un migliore impiego delle forze lavorative della famiglia e contribuisce all'incremento della produzione.

BIBL.: Atti della giunta per l'inchiesta agraria, Roma 1881-1884; G. Lorenzoni, I lavoratori delle risaie, Milano 1904; L'inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nell'Italia meridionale e in Sicilia, Roma 1909; F. Coletti, La popolazione rurale in Italia, Piacenza 1925; V. RICCI, GIOVANNI, Lavoro agricolo e trasformazioni fondiarie in terra di Bari, Bari 1929; A. Serpieri, La guerra e le classi rurali italiane, 1930; Osservatorio di Economia agraria di Palermo, I contadini siciliani, Roma 1933; L. Perdisa, Le "larghe" del Ravennate e la loro trasformazione fondiaria, Bologna 1941.