CARMATI

CARMATI. - In senso generico e improprio c. è uno dei vari nomi (ismailiti, bāṭiniti ecc.) con il quale si in Oriente che in Europa si designa una tendenza settaria dell'estrema śr'ah. In senso più preciso sono gli organizzatori e i seguaci della grande rivolta contro il califfato islamico sunnita del secc. IX-X dell'era nostra, che ebbe importanti ripercussioni sul califfato fāṭimide d'Egitto.
Il nome della setta dei c. viene da Hamdān, fanatico proselita dell'ismailita 'Abdallāh, che visse nel secc. IX della nostra era ed ebbe il soprannome di Qarmat, di etimologia e di significato incerti. Nel movimento dei c., trovò fra l'altro chiara espressione il contrasto tra l'elemento contadino indigeno (Qarmat era un contadino della Mesopotamia) e il dominatori semiti venuti dai deserti d'Arabia. Significativo è il fatto che Qarmat si sarebbe convinto per ragioni astrologiche che gli Irani avrebbero preso la rivincita e riconquistato l'impero degli Arabi.
Il fondatore della setta, che aveva il suo quartiere generale presso Kufa, organizzò un'abilissima propaganda specialmente fra le masse di contadini ed artigiani non arabi. Anche degli Arabi aderirono tuttavia al carmastismo.
Non è facile cogliere ciò che, dottrinalmente, distingue i c. da altri movimenti religiosi affini (v. ISMAELITI) anche perché delle loro dottrine ci restano soprattutto le esposizioni interessate e malevoli fatta dagli avversari, né sono troppo chiari i loro rapporti con i Fāṭimidi, che ad un certo momento sembrarono combatterli. Tuttavia si distinguono dagli altri sciiti estremi sia per un più marcato intellettualismo delle loro dottrine sia perché pare ritenessero che per essere mahdī (v.) non fosse necessario discendere per sangue da 'Alī. Titliche e da tutti ammesse le loro tendenze comuniste: il capo dello stato carmata era un primus inter pares, coadiuvato da una specie di corpo senatoriale (gli 'iqdānijjāh). Forti tassone fondiari e pedagogi, oltre ai bottini di guerra, forniscono annualmente ca. 1.300.000 dinār. Inoltre tutti i fedeli cedevano un quinto dei loro possessi alla comunità, che poi li ridistribuiva. I capi non si sottraevano in genere alle battaglie ed erano in prima linea nelle più difficili spedizioni. Rivolte come quelle dei c. ebbero almeno all'inizio carattere nettamente anti-arabo. Una tradizione riferita da Nizām al-Mulk fa dire a un «sovversivo» sciita estremista: «Mazdak (noto riformatore comunista persiano preislamico) era sciita!», mentre un c. avrebbe detto: «Tre persone hanno rovinato l'umanità: un pastore (Mosè), un medico (Gesù) e un cammeiliere (Maometto). E quest'ultimo fu peggio di tutti».
Dal punto di vista teologico, la dottrina dei c. è una dottrina mistico-emanastica non dissimile da quella di altre sette scite estreme, quali i drusi, gli assassini i nusajri ecc., considerate «eretiche» anche dagli sciiti duodecimani «ortodossi». L'universo è per essi un grande giuoco di apparenze che si ripetono ciclicamente. Le entità intellettuali che sono gli attori di questo continuo dramma sono sempre le stesse e invariabili di numero: tali intelligenze si riconoscono veramente nella loro reale essenza solo mediante l'annientamento del velo materiale che le oscura e nello stesso tempo le moltiplici apparentemente: solo allora l'intelligenza rinasce veramente («seconda creazione») e si adegua a quel pensiero puro e impersonale che è Dio. I c. vengono così a negare logicamente ogni attributo divino e a porre Dio come una constatazione di intelligenzabilità vuota di ogni contenuto.
Anche il culto esterno viene così praticamente svalutato: il vero culto consiste nel sapere risalire all'indietro attraverso le varie tappe dell'emanatismo che frantuma Iddio nel mondo, fino alla puntuale ed indifferenziata unità del Divino. Le scintille divine sono particolarizzate temponamente in due serie «gerarchiche»: quella discende degli iniziatori (nāṭiq, śāmit, bāb), e quella ascendente degli iniziatori (dā'ī, huṣgāh, imām). Tali intelligenze hanno solo l'apparenza della personalità e non è detto quindi che nei cicli successivi, paralleli ai grandi cicli astrali, del loro riapparire nel mondo ritrovino la stessa personalità.
Confrontati con altre sette estreme, i c. sono più nettamente intellettualisti: per loro non esiste nemmeno la materiale e talvolta rozzamente intesa metempsicosi quasi universalmente accettata dagli sciiti eretici, in quanto non si può parlare di metempsicosi con intelligenze che sono impersonali.
Fra l'altro i c. restituiscono al profeta Maometto il primato su 'Alī, che alcune sette scite gli negavano, ammettono l'iniziazione anche per le donne ed accentuano l'idea dell'eguaglianza fondamentale di tutte le religioni.
Uno dei più interessanti lati del movimento c. è il grande sviluppo dato da loro alle associazioni operaiere e artigiane, anzi secondo alcuni studiosi come il Massignon le corporazioni artigiane medievali e la massoneria risalirebbero ad una influenza c.

I c., che considerano legittimo spargere il sangue dei loro avversari, anche se musulmani, costituirono un pericolo gravissimo per l'islâm ortodosso. Nell' 899 essi riuscirono a fondare uno stato indipendente sulla riva occidentale del golfo Persico, con centro in al-Ahsā, donde partirono a devastare periodicamente i paesi vicini. Nell'a. 903 il c. al-Gannābī sottomise la Jamämäh e invase lo 'Omān. Le razzie dei c. raggiunsero il punto massimo quando essi nel 930 occuparono la Mecca e portarono K A'BAH (v.). Solo nel 951 la pietra nera fu riportata alla Mecca per ordine del califfo fâtimide al-Manṣūr. Perfino il lontano Horāsān divenne, per opera della propaganda carmata, pericoloso fondare di rivolta. Solo nel 1077-78, lo Stato carmata di al-Ahsā poté essere abbattuto.
Ma se il carmatismo fu distrutto politicamente non lo fu spiritualmente e la mentalità religiosa che era stata l'essenza di questo singolare movimento rivisse, con più o meno grandi cambiamenti, in varie altre sètte. bâbismo (v.) si riallaccia in fondo a concezioni proprie dello sciismo estremo di tutte le epoche.
Il carmatismo ha inoltre una notevole influenza sullo sviluppo filosofico, dogmatico e specialmente mistico dell'islâm.

Bibl.: S. De Sacy, Exposé de la religion des Druzes, 2 voll., Parigi 1838, invecchiato in parte, ma ancora fondamentale; M. J. de Goeje, Memoire sur les Carmathes, Leida 1862 ( 2² ed., ivi 1886); id., Fin des Carmathes du Bahralo, in fournal dialogue, 9° serie, 5 (1895), pp. 5-30; J. Friedländer, The Heterodoxies of the Shistes, in fourn. Amer. Orient. Society, 28 (1907), pp. 1-80; 29 (1909), pp. 1-183.
Alessandro Bausani