CASTITÀ RITUALE. - Nelle religioni non cri-stiane per c. rituale s'intende l'osservanza della continenza sessuale antecedente come alla celebrazione di un rito o di un'azione che si ritiene influenzata da potenze sacro-magiche soprannormali. Nella prassi di tutte le religioni per entrare in contatto con il « sacro » bisogna trovarsi in stato di purità (à « vizi, castitas ») la quale si raggiunge con il digiuno, con l'astinenza da qualche particolare cibo (castus, castimonia dicevano i Latini con significato di privazione) o anche con l'astinenza da contatto sessuale.
La ripugnanza al contatto sessuale dipende dal fatto che esso debilita le forze, toglie la lucidità spirituale e la libertà dello spirito e quindi rende l'uomo meno capace e perciò meno adatto a porsi in contatto col mondo di-vino, e, trattandosi di genti primitive, a dominare le forze della natura e della vita. Anche nella donna l'atto sessuale viola la potenzialità di fecondazione racchiusa nella condizione di vergine e in ogni caso la debilita.
Inoltre le polluzioni connesse con l'atto sessuale ven-gono considerate come un miasma che rende l'individuo impuro e perciò indegno di rivolgersi alla divinità e tanto più, come nel caso del sacerdozio, di farsi interme-diario tra questa e gli uomini.
L'idea che la purità sessuale sia necessaria per ac-costarsi al mondo divino, è confermata dal fatto che in parecchi rituali bambini e fanciulli prepuberti sono inca-ricati del rito e considerati come i più acconci interme-diari tra la comunità e gli dèi.
La c. r. è richiesta soprattutto nella notte che pre-cède la celebrazione del rito, ma può essere imposta anche per più di un giorno. Presso popolazioni primitive l'astinenza sessuale è prescritta per il tempo della semina, per stornare condizioni meteorologiche avverse, per pro-piziare azioni di caccia, di pesca, di guerra, durante le quali le donne degli operanti osservano una rigorosa asti-nenza sessuale che integrano con canti e danze per in-gagliardire la forza dell'uomo lontano, forza che rimarrebbe debilitata dalla loro infedeltà e lo metterebbe in condizione d'inferiorità di fronte agli animali da catturare o al nemico.
Nell'India brahmanica chi offre il sacrificio, oltre alla purificazione esteriore e al digiuno, deve rigorosa-mente astenersi da contatti sessuali (Aipastamha-grihya sūtra, X, 14, 10); perfino il cavallo destinato al grande sa-crificio annuale (asvamedha) non deve accoppiarsi; e se, nonostante la vigilanza a cui è sottoposto, trasgredisce la norma, occorre un sacrificio espiatorio.
In Grecia, nel secondo giorno delle Antesterie (fine febbr.) la basilissa, moglie dell'arconte re, prima di pro-cedere alla ierogamia con il simulacro di Dioniso deve osservare, insieme con le 14 matrone che le fanno cor-teggio, la c. r.; nelle Tesmoforie che cadono nel mese di Pianipesione (fine ott.) le donne ateniesi debbono aste-nersi per 3 giorni dal cibo e da contatti sessuali.
La c. trentennale imposta alle vestali romane (Plu-tarco, Numa, 10) serve a rafforzare la loro funzione di custodi del focolare dello Stato e della sua prosperità rappresentata dal penso o ripostiglio delle provviste. Questa forza fertilizzatrice insita nella verginità è provata anche dal rito che aveva luogo nel tempio di Giunone Sospita a Lanuvio, dove se il serpente sacro alla dea mangiava il pasto offertogli da una vergine era consi-derato buon presagio per la fertilità dell'annata (fertilis annus erit [Properzio, IV, 8, 14]).
In Roma durante la festa, segreta e riservata alle donne, della Bona Dea (10 maggio), queste dovevano astenersi dal commercio sessuale (Plutarco, Quaest. rom., 20). Nelle religioni orientali dilagate in Roma durante l'epoca ellenistica l'astinenza sessuale è largamente docu-mente. I Baccanali, proibiti con il Senatusconsultum del 186 a. C., importavano 10 giorni di astinenza anche sessuale (Livio, XXXIX, 11).
Per Iside, Plutarco (De Iside, 2) afferma che la dea, con la prescritta astinenza sessuale, donna negli uomini la «sfrenata voluttà ». Sono note le lamentele di Ti-bullo (I, 3, 23), di Properzio (II, 28, 61; 33, 1, 5; IV, 5, 33), di Ovidio (Amores, I, 8, 13; III, 9, 33) per la severa riserva delle rispettive amiche nella ricorrenza festiva della dea (cf. anche Giovenale, VI, 535).
Quanto a Cibele, Ippolito (Ref. haer., V, 9) afferma che i suoi iniziati dovevano nei giorni della sua festa osservare la c. La durata di detta astinenza era di 9 giorni secondo Ovidio (Met., X, 435). E finalmente Mithra, dio austero, che non ammette nel mito elementi di voluttà, poteva vantare, tra i suoi seguaci, vergini e continenti: « habet et virgines, habet et continentes » (Tertulliano, De praescr. haer., 40).
CASTITÀ RITUALE
Bibl.: E. Fehrle, Die kultische Keuschheit im Altertum, Gies-sen, 1910, p. 170 segg.: G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, p. 212 segg. Nicola Turchi