Enciclopedia Cattolica vol. III, 1949

CASTITÀ RITUALE

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CASTITÀ RITUALE. - Nelle religioni non cristiane per c. rituale s'intende l'osservanza della continenza sessuale antecedentemente alla celebrazione di un rito o di un'azione che si ritiene influenzata da potenze sacromagiche soprannormali. Nella prassi di tutte le religioni per entrare in contatto con il « sacro » bisogna trovarsi in stato di purità (ἀγνεῖς, castitas) la quale si raggiunge con il digiuno, con l'astinenza da qualche particolare cibo (castus, castimonia dicevano i Latini con significato di privazione) o anche con l'astinenza da contatto sessuale.

La ripugnanza al contatto sessuale dipende dal fatto che esso debilita le forze, toglie la lucidità spirituale e la libertà dello spirito e quindi rende l'uomo meno capace e perciò meno adatto a porsi in contatto col mondo divino, e, trattandosi di genti primitive, a dominare le forze della natura e della vita. Anche nella donna l'atto sessuale viola la potenzialità di fecondazione racchiusa nella condizione di vergine e in ogni caso la debilita.

Inoltre le polluzioni connesse con l'otto sessuale vengono considerate come un miasma che rende l'individuo impuro e perciò indegno di rivolgersi alla divinità e tanto più, come nel caso del sacerdozio, di farsi intermediario tra questa e gli uomini.

L'idea che la purità sessuale sia necessaria per accostarsi al mondo divino, è confermata dal fatto che in parecchi rituali bambini e fanciulli prepuberi sono incaricati del rito e considerati come i più acconci intermediari tra la comunità e gli dèi.

La c. r. è richiesta soprattutto nella notte che precede la celebrazione del rito, ma può essere imposta anche per più di un giorno. Presso popolazioni primitive l'astinenza sessuale è prescritta per il tempo della semina, per stornare condizioni meteorologiche avverse, per propiziare azioni di caccia, di pesca, di guerra, durante le quali le donne degli operanti osservano una rigorosa astinenza sessuale che integrano con canti e danze per ingagliardire la forza dell'uomo lontano, forza che rimarrebbe debilitata dalla loro infedeltà e lo metterebbe in condizione d'inferiorità di fronte agli animali da catturare o al nemico.

Nell'India brahmanica chi offre il sacrificio, oltre alla purificazione esteriore e al digiuno, deve rigorosamente astenersi da contatti sessuali (Apostomha-grhya sūtra, X, 14, 10); perfino il cavallo destinato al grande sacrificio annuale (aśvamedha) non deve accoppiarsi; e se, nonostante la vigilanza a cui è sottoposto, trasgredisce la norma, occorre un sacrificio espiatorio.

In Grecia, nel secondo giorno delle Antesterie (fine febbr.) la basilissa, moglie dell'arconte re, prima di procedere alla ierogamia con il simulacro di Dioniso deve osservare, insieme con le 14 matrone che le fanno corteggio, la c. r.; nelle Tesmoforie che cadono nel mese di Pianepsione (fine ott.) le donne ateniesi debbono astenersi per 3 giorni dal cibo e da contatti sessuali.

La c. trentennale imposta alle vestali romane (Plutarco, Numa, 10) serve a rafforzare la loro funzione di custodi del focolare dello Stato e della sua prosperità rappresentata dal penus o ripostiglio delle proviste. Questa forza fertilizzatrice insita nella verginità è provata anche dal rito che aveva luogo nel tempio di Giunone Sospita a Lanuvio, dove se il serpente sacro alla dea mangiava il pasto offeretigli da una vergine era considerato buon presagio per la fertilità dell'annata (fertilis annus erit [Properzio, IV, 8, 14]).

In Roma durante la festa, segreta e riservata alle donne, della Bona Dea (1° maggio), queste dovevano astenersi dal commercio sessuale (Plutarco, Quaest. rom., 20). Nelle religioni orientali dilagate in Roma durante l'epoca ellenistica l'astinenza sessuale è largamente documentata. I Baccanali, proibiti con il Senatusconsultum del 186 a. C., importavano 10 giorni di astinenza anche sessuale (Livio, XXXIX, 11).

Per Iside, Plutarco (De Iside, 2) afferma che la dea, con la prescritta astinenza sessuale, doma negli uomini la « sfrenata voluttà ». Sono note le lamentele di Tibullo (I, 3, 23), di Properzio (II, 28, 61; 33, 1, 5; IV, 5, 35), di Ovidio (Amores, I, 8, 15; III, 9, 33) per la severa riserva delle rispettive amiche nella ricorrenza festiva della dea (cf. anche Giovenale, VI, 535).

Quanto a Cibele, Ippolito (Ref. haer., V, 9) afferma che i suoi iniziati dovevano nei giorni della sua festa osservare la c. La durata di detta astinenza era di 9 giorni secondo Ovidio (Met., X, 435). E finalmente Mithra, dio austero, che non ammette nel mito elementi di voluttà, poteva vantare, tra i suoi seguaci, vergini e continenti: « habet et virgines, habet et continentes » (Tertulliano, De prescr. haer., 40).

Bibliografia2 opere
BIBL.: E. Fehrle, Die kultische Kenscheis im Altertum, Giessen 1910, p. 170 sgg.; G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tübinga 1933, p. 212 sgg.

Nicola Turchi

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), coll. 1053–1054.

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Turchi, Nicola. “Castità Rituale.” In Enciclopedia Cattolica, vol. III, coll. 1053–1054. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1949. https://azioneromana.com/it/article/castita-rituale.

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Turchi, Nicola. “Castità Rituale.” Enciclopedia Cattolica, vol. III, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1949, coll. 1053–1054. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/castita-rituale.

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