CATERINA da Genova, santa. - N. a Genova nel 1447, postuma, da Giacomo Ficschi e da Francesca di Negro e m. ivi il 14 (o 15) sett. 1510.
Appena tredicenne aveva chiesto, invano, d'essere ammessa nel monastero di S. Maria delle Grazie, dov'era la sorella Limbania; invece tre anni dopo fu data in sposa a Giuliano Adorno, collerico e prodigo. Trascorsi i primi cinque anni di matrimonio in profonda malinconia, volle uscire dall'isolamento e partecipare alla vita mondana, fino a quell'illuminazione interiore, ricevuta il 22 marzo 1473 durante una confessione sacramentale, ed alla visione di Gesù grondante sangue, che determinarono la sua fulminea conversione. Si diede a penitenze straordinarie, che umanamente, son sue parole, "parean cose da morire", dedicandosi in pari tempo al servizio degli ammalati, anche lebbrosi, prima a domicilio con le Dame della Misericordia, poi negli ospedali. Ben presto (1476) lo stesso Giuliano s'indusse a vivere con lei in castità e più tardi a farsi terziario francescano. Se anche

ella fosse terziaria non è documentato, ma, oltre la tradizione e la logicità delle induzioni, ne potrebbe dare indizio la menzione di due tuniche di panni francescani nell'inventario degli oggetti trovati alla sua morte; note francescane in lei, per non parlare qui delle rispondenze intellettuali, sono pure l'amore alle creature, di cui testimonia la Vita al cap. 42, e la gioiosa concezione della morte "dolce soave graziosa bella ricca forte degna" (ibid., cap. 20).
Nel 1482 si trasferì col marito in locali attigui all'ospedale del Pammatone (nell'annessa chiesa di S. Caterina in Portoria si custodisce la salma di lei integra) e nel 1489 vi fu eletta rettora per il reparto femminile. Assistendovi una terziaria appestata, contrasse la peste, nel 1493. Quattro anni dopo rimase vedova. In seguito soffrì, fino alla morte, di un'infermità che i medici più illustri dichiararono di natura sovrannaturale: una delle caratteristiche era l'eccessivo calore che dall'interno si manifestava in superfice soprattutto nella regione cardiaca, accompagnata da una sete inestinguibile e da altri fenomeni eccezionali, che farebbero pensare a sintomi nevropatici, se lo studio della sua dottrina e la conoscenza della sua benefica attività non conducessero ad un giudizio di profonda ammirazione per l'acume e la cultura, la rettitudine e la vigoria spirituale di quest'eletta nobildonna del Rinascimento, alla quale i contemporanei dettero il nome di "serafina" e i posteri di "dottoressa del Purgatorio". Fu canonizzata da Clemente XII il 16 giugno 1737. Festa il 22 marzo.
Dottrina. - Il pensiero cateriniano si svolge sui seguenti cardini : a) bontà di Dio, che si manifesta perfino nell'Inferno, e costituisce il segreto della sua giustizia, "i che il nome più di frequente usato da lei è "Amore Dio"; b) abominazione del peccato, non solo mortale, ma anche veniale, in quanto antitesi inconciliabile con Dio e ostacolo a che l'anima riceva la sua glorificazione; c) importanza del libero arbitrio, che racchiude in sé vita e morte eterna, e non può essere violentato da alcuna creatura, come neppure da Dio è costretto, ma solo disposto per le vie dell'amore mediante le illuminazioni; d) peso dell'amor proprio, tenace nella sua perfidia, ladro e ipocrita che sa fare il male rivestito dall'aspetto del bene, onde s'impone la necessità assoluta di liberarsene con la mortificazione deliberata o almeno rassegnata della volontà e dei sensi, per giungere alla totale annichilazione di tutto quanto non sia "amore netto, retto, puro". Il tema dell'amore puro, illustrato con immagini svariate e geniali, può dirsi l'alfa e l'omega della spiritualità di "madonna Caterinetta ".
Il Purgatorio. - Lo spropriamento dell'io, in tutte le sue facoltà, per la conquista della sovranità dell'anima spirituale (C. distingue sottilmente tra anima e spirito) non deve essere solo la preoccupazione delle anime militanti, ma regola anche delle purganti. Com'è stato generalmente rilevato, intercede un legame strettissimo tra gli enunciati nella trattazione dello stato delle anime del Purgatorio e le sue proprie esperienze, specialmente di purificazione passiva, che la resero interprete finissima ed efficace di quel mondo ultraterreno. Perciò ella non si sofferma a rappresentare grossolanamente le pene del senso, pur non escludendole, ma spazia nella sfera elevata della pena del danno, che costituisce la più perfetta purgazione, l'amoroso fuoco che via via consuma la ruggine del peccato e s'alimenta nel dolore del ritardato appagamento del desiderio, mentre l'anima pur gioisce, perché nel Purgatorio attua il volere divino, al punto che, quand'anche ne avesse il potere, non diminuirebbe le proprie sofferenze per le quali soddisfa al debito contratto. In ciò appunto, oltre che nella durata, si diversifica il Purgatorio dall'Inferno; le anime purganti trovano un temperamento al soffrire nel desiderio di identificarsi alla volontà di Dio, laddove le dannate sono esacerbate dalla ribellione. La sublime indifferenza delle anime purganti si riflette nel loro atteg-
giamento concernente i suffragi, non da esse agognati, sebbene dovuti, per giustizia e carità, dai superstiti. La pena può essere abbreviata nel tempo, non diminuita d'intensità, anzi cresce quanto più se ne avvicina il termine, perchè l'aumentata conoscenza di Dio rende più veemente il desiderio. Né perciò perturba la pace, giacché le anime "stanno immobili a tutto quello che Dio dà loro».
E l'apice dell'unione trasformante, già in terra raggiunta dalla grande mistica e da lei descritta con espressioni ardite, che richiamano l'insegnamento e il grido di s. Paolo. «Io mi trovo (così nella Vita, cap. 22), per la Dio grazia, un contento senza nutrimento, un amore senza timore, cioè di mai mancarne; le fede mi pare in tutto perduta, la speranza morta; perché mi pare di avere e tenere certo, quello che altre volte io credeva e sperava. Non vedo più unione, perché non so, né posso più vedere, salvo lui solo senza me.. quasi sempre furo di me stessa». Oppure: «Il mio me è Dio, né altro conosco, se non lo stesso Dio mio...» (ibid., cap. 14).
Gli scritti.-Contro la tradizionale attribuzione a s. C. del Trattato del Purgatorio e del Dialogo tra anima, corpo, amor proprio, spirito, umanità e Dio, F. von Hügel nel 1908 sosteneva la tesi che le due opere, insieme con la Vita, fossero il risultato di una lenta elaborazione compiutasi dal 1495 al 1551, ossia da una prima redazione scritta da Ettore Vernazza, figlio spirituale di C.,

al libro di L. Sertorius, Katharina von Genoa. Lebendbild und geistige Gestalt. Ihre Werke. Monaco 1939, condotto sul fondamento del volume di F. von Hügel, The mystical element of religion as studied in st. Catherine of Genoa and her Friends, Londra 1908. Una discussione fondamentale sugli scritti della Santa è quella dello stesso p. Umile, specialista in materia: L'Opus catharinianum et ses auteurs, in Revue d'acétique et de mystique, 16 (1932), pp. 351-80. Notevole l'apporto intorno ad argomenti particolari promosso in Genova dai frati minori cappuccini, editori della rivista Vita cateriniana (19291934) e di biografie e testi, tra cui si segnalano: Il Trattato del Purgatorio, con introduzione del p. Valeriano da Finalmarina, Genova 1929; p. Teodosio da Voltri, S. C. da Genova, la grande santa dell'amore, ivi 1929; p. Gabriele da Pantazion, Vita di S. C. Fieschi Adorno con ricordi e documenti, ivi 1929; M. Castiglione - Humani, C. Fieschi Adorno, in Freie Francisco, Roma 1941, pp. 199-204; E. Lucatello, La patrona degli ospedali e la patrona delle infermiere, ivi 1944.