CIRENAICA. - Setta filosofica greca, fondata da Aristippo di Cirene (d'onde il nome), una delle quattro nate dall'insegnamento di Socrate. I suoi rappresentanti principali furono: Aristippo, sua figlia Arête, il figlio di costei Aristippo il giovane, detto «l'allievo della madre», Teodoro l'ateo, Egesia detto «il persuasore di morte» (τελεσίδαντος), ed An-nieri, tutti di Cirene.
ARISTIPPO, n. a Cirene nel 435 a. C., venne in Atene nel 416 e fu tra i più assidui seguaci di Socrate. Quando questi morì, egli era in Egina (Platone, Phaed., 59 c). Dimorò a Siracusa alla corte dei due Dionigi. Diogene Lazzio riporta sotto il suo nome due elenchi di opere; il secondo, più breve, era quello riconosciuto da Sozione e da Panezio. Di esse non è pervenuto che un solo fram-
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CIRENAICI — CIRIACA
mento: «Gli uomini lasciano le ricchezze ai loro figli, ma non lasciano loro la scienza necessaria a servirsene» (Demetrio, De eloc., § 296). Le esposizioni che le fonti danno della sua dottrina non permettono di fare alcuna distinzione tra quello che è dovuto a lui e quanto, per la forma dei problemi e per la terminologia, appare più ragionevolmente proprio dell'età di Aristippo il giovane. Più che un sistema egli ha elaborato un'arte di vita, largamente caratterizzata nei numerosi aneddoti e nei moti che vengono tramandati sotto il suo nome.
Come Antistene egli è per metà un continuatore dei sofisti, e come lui si lasciò sfuggire quel che d'essenziale era nella dialettica socratica, la ricerca dell'universale. La sua gnoseologia si riattacca a quella di Protagora (cf. Platone, Theaet., 156 a), e la sviluppa in un fenomenalismo assoluto. Le sensazioni sono solo soggettivamente vere: l'oggetto è inconsciente, e noi non abbiamo altra fonte di conoscenza che le sensazioni. La medesima linea esegue la sua etica, nella quale si trovano fusi elementi sofistici e socratici insieme. Socrate aveva ammesso l'utile e il piacere, ma li aveva universalizzati portandoli per il modo a coincidere con il bene. Per Aristippo l'universale non esiste, e quindi il bene vien ridotto al piacere. Ma anche qui egli va oltre il primo edonismo sofistico. Il piacere è il piacere in atto, il piacere dell'istante, e come la sensazione non dà le qualità dell'oggetto, ma le modificazioni del soggetto (Sesto Empirico, Adv. math., VII, 191), il medesimo vale per l'affezione. Ciò dà al soggetto quella libertà di fronte alle cose, che Socrate cercava nell'universale, e trasformando l'edonismo in estetismo, restituisce all'intelligenza (la φρόνησις socratica) la sua funzione di guida. Indi il motto famoso: «posseggo, non sono posseduto» (ἐγώ, ἀλλ' οὐκ ἔχουμε). Solo che l'intelligenza non ha criteri propri: criteri del vero e del bene è sempre la sensazione presente: il suo còmplìo si riduce perciò a ricavare da ogni circostanza la maggiore quantità di piacere. Ciò domanda un'arte, ed Aristippo ne fu maestro (Diog. Laerz., II, 66): per fettamente lo caratterizza Orazio nel noto verso: «omnia Aristippum decuit color et status et res» (Ep., I, 23). Che giusto e ingiusto, bello e brutto in senso etico sino per convenzione e non per natura, è appena necessario dire. Se il saggio rispetta il costume e le leggi, lo fa per non incorrere nelle pene relative e per rispetto al suo nome (Diog. Laerz., II, 93; cf. anche loc. cit., 87, 89, 90 e X, 136-137, dove è istituito un parallelo tra la dottrina d'Epicuro e quella dei C.).
Con Teodoro ed Egesia il centro della dottrina viene spostato. Teodoro, detto l'ateo, per avere negato gli idei (in Atene corse rischio di essere processato, se non lo avesse tratto di difficoltà Demetrio Falereo), trasferì il fine dal corpo all'anima, proclamando beni la saggezza e la giustizia, mai gli abiti ad esse opposti, e ponendo il piacere e il dolore fisici tra le cose indifferenti. Conseguentemente considerò fine la letizia propria della saggezza e termine ad esso opposto la tristezza relativa alla stoltezza. Questi termini non devono tuttavia ingannare: saggezza e giustizia sono intesi in senso assoluto. L'utente individualistico. Teodoro affettava un grande disprezzo delle cose e degli uomini, sviluppando in senso radicale l'indifferenza che era propria di Aristippo. Negò l'amicizia, perché inutile ai saggi, che non han bisogno di nessuno, e di danno agli stolti; trovò plausibile che il saggio non si sacrificasse per la patria, perché la saggezza non deve perire in pro della stoltezza. La dottrina che il saggio ruberà e commetterà adulterio e sacrilegio, quando ne avrà l'occasione, dev'essere considerata come calunnia d'avversari (Diog. Laerz., II, 98-99).
In senso nettamente pessimistico venne sviluppata la dottrina da Egesia. La felicità che Aristippo aveva detto eleggibile non per sé ma per i piaceri dalla cui somma è costituita, egli la tolse dal novero delle cose reali, e limitò il fine alla fuga del dolore e del turbamento dell'animo, d'accordo con Teodoro considerando il piacere e il dolore come stati indifferenti. Ebbe però maggiore comprensione per gli stolti, negando la volontarietà dell'errore e prescrivendo al saggio l'indulgenza.
Considerò di libera scelta il vivere e il morire, e la vita utile solo agli stolti. Di qui il nome di «persuasore di morte» (Diog. Laerz., II, 93-96).
Con ANNIERI la dottrina ritorna alla sua forma prima, ma esce dalla sua solitudine egoistica. Egli prescrisse al saggio di coltivare l'amicizia, di amare i genitori e la patria e sacrificare, ove sia necessario, per essi il proprio piacere (Diog. Laerz., II, 96-97); V. EDONISMO.