CIRO il GRANDE (iscrizioni cuneiformi Kuruš; ebr. Kôreš). - Primo re della Persia, dalle sue conquiste elevata a potenza dominante l'Asia anteriore; apparteneva al ramo Achemenidi (v.), che Cambise (v.).
Nel 558 successe al padre come re di Anšan nella Susiana, e vassallo del re di Media. Dalla Cronaca di Nabonide si sa che all'anno VI di questo monarca (550) egli è ancora re di Anšan, mentre tre anni più tardi (547) riceve il titolo di «re di Persia». Difatti nel frattempo egli aveva sottomesse varie tribù dipendenti dalla Media Astiage (v.), ne aveva conquistato il regno nel 550; sicché da quel momento il titolo di «re di Persia» assorbì anche quello di re di Media. Nel 546 conquistò la Lidia e poi tutta l'Asia Minore. Tra il 546 e il 540 sottomise tutte le regioni situate al di là dell'Iran, fino alla Sogdiana, fissando come limite orientale del suo impero il fiume Iaxarte. Assicurate le estremità del vasto impero non gli rimaneva che soggiogare il regno di Babilonia, e anche quest'impresa gli riuscì facile, perché seppe sfruttare il malcontento che vi regnava all'interno per l'inettitudine di Nabonide. La capitale Babilonia cadde il 16 tišrì (sett. ott.) 539, per opera di Gubaru (Gobrías) governatore del paese di Gutium, al nord di Opis (Cronaca di Nabonide). Dieci anni più tardi, nel 529, C. moriva combattendo contro incerti popoli situati oltre lo Iaxarte, i quali minacciavano i confini nord-orientali dell'impero.
C. fu il fondatore di uno dei più vasti imperi che la storia ricordi, frutto più del suo genio politico che della sua abilità strategica. Al contrario dei conquistatori semiti, la sua condotta verso i vinti fu tutta ispirata a mitezza e generosità. In particolare, come risulta dal «cilindro di C.», egli rispettò, anzi favorì la religione dei vinti: così a Babilonia ricostruì templi, restituì divinità che Nabonide aveva fatte trasportare a Babilonia e perfino si riconobbe messo sul trono di Babilonia dal dio babilonese Marduš; infine, come supremo atto di clemenza, va ricordato che egli permise ai popoli già deportati a Babilonia di far ritorno, se lo volevano, nei propri paesi. Questi dati dei documenti cuneiformi ci aiutano a ben comprendere l'atteggiamento di C. nei riguardi degli Ebrei: difatti nel primo anno del suo regno a Babilonia (538) egli permise loro di rimpatriare e riedificare a Gerusalemme il tempio a Jahweh (II Par. 36, 22-23; Eid. 1, 1-11; 3, 7; 4, 3; 5, 13-17; 6, 2-5.14); quest'avvenimento era già stato preannunziato da Isaia (44, 28; 45, 1-4; cf. 41, 1-4; 46, 11; Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XI, 1, 1-2). Il profeta Daniele, che era già alla corte di Babilonia al momento dell'occupazione, godette anche il favore di C. (Dan. 1, 21; 6, 28; 10, 1; 14, 1 sgg.); nel suo libro egli descrive più volte, simbolicamente, l'impero persiano: 2, 32.39 (petto e braccia d'argento); 7, 5, 17 (orso con un lato più alto e tre costole in bocca); 8, 3.4.20 (montone con due corna di cui uno più lungo colpente in tre direzioni).