COMENIUS (KOMENSKY), GIOVANNI AMOS. - Pedagogista ceco, n. a Niunice, in Moravia, il 28 marzo 1592, m. ad Amsterdam il 15 nov. 1670.
VITA. - Le notizie intorno alla sua vita assai travagliata sono alquanto incerte. Appartenne all'unione dei fratelli boemi, una delle prime sette protestanti pietiste. Perdette presto i genitori, e più tardi ebbe a lamentare il ritardo con cui lo avviarono allo studio: di qui le sue prime riflessioni ed esperienze sull'educazione dei giovani. Passato poi dalla scuola di Pferou, in Boemia, alla Università calvinista di Herboru, ebbe a maestro di filosofia Giovanni Enrico Alsted.
Compose allora un Lexicon latino-boemum e concepì una vasta enciclopedia: Amphitheatrum universitatis rerum. Nel 1614-16, tornato in patria, insegnò nella scuola di Pferou, dove fece le sue prime, feconde esperienze pedagogiche, e si rese conto della sua vocazione di educatore. Si mantenne poi sempre in fervida corrispondenza con i più noti pedagogisti contemporanei, e particolarmente con Alsted e Andreà, le cui opere suscitarono in lui vivo impulso alla riflessione. Dal 1618 al 1621 attese a studi vari a Fulnek in Moravia ed ivi si sposò. Di là, nel 1621, dovè fuggire per la persecuzione di Ferdinando II contro i fratelli boemi e si recò in Boemia. L'Europa era allora funestata dalla guerra dei Trent'anni ed egli ebbe il dolore di veder distrutta la sua biblioteca, dispersi i suoi manoscritti, mentre gravi sventure familiari lo colpivano: la morte della moglie e di due figli. Nel 1624 sposò di nuovo.
In seguito a un editto imperiale di proscrizione, egli dovette allontanarsi dalla Boemia nel 1628 e andò a Leszno (Lissa) in Polonia, dove i dolori dell'esilio e le sventure familiari favorirono strane deviazioni del suo spirito: egli presta fede a persone esaltate che si dichiarano profeti e che annunziano la liberazione della sua patria. Intanto non trascura i suoi studi pedagogici: chiede consiglio a Ratke e ad Andreà su questioni didattiche, e studia le opere dei maggiori pedagogisti del suo tempo. Concepisce intanto una grande opera che aiuti l'apprendimento della lingua mediante l'intuizione delle cose, e pubblica infatti, nel 1631, la Anua linguarum reserata, mentre va

elaborando le idee alle quali informerà poi la sua didattica.
Nella prefazione di questa opera egli riconosce di essere stato preceduto dai Gesuiti, con un libro di simile contenuto e titolo: Quia Patres isti tale hoc totius linguae compendium primi tentarunt, quod inventum est grate agno-simus, quod erratum condonamus benigne. Egli dice di conoscere quest'opera in varie edizioni, una tedesca in otto lingue del 1629. L'opera è dell'irlandese P. Guglielmo Bathe gesuita, pubblicata anonima nella prima edizione: Anua linguarum, seu modus maxime accommodatus, quo pa-tfit aditus ad omnes linguas intelligendas, industria Patrum hibernorum Societatis Iesu... edita (Salamanca 1611; V. SOMMERVOGEL, CHARLES, I, 1009). Partecipa nel frattempo al movimento pansofico e alle correnti naturalistiche che si vanno maturando in Europa. Nel 1633 pubblica la Anua linguarum reseratae vestibulum ed è eletto «senior» della sua comunità. Poiché gli avvenimenti politici gli toglievano le ultime speranze di ritorno in patria, egli si recò in Inghilterra, dove compose la Via Crucis, dominata dall'idea talvolta esposta ingenuamente, ma profondamente accarezzata e sentita, di una fraternità spirituale degli uomini, sotto l'ispirazione di Dio, in un senso pietista misticoide. E poiché la sua fama di pedagogista era oramai assai diffusa, egli fu richiesto di consigli dalla Francia, dall'Olanda, dalla Svezia, fin dall'America. Dalla Svezia ebbe l'incarico di preparare dei testi per migliorare l'insegnamento nelle scuole. Infatti nel 1647 pubblicò la Linguarum methodus novissima e altri testi per l'insegnamento del latino. Tornato poi a Lissa, fu colpito nel 1648 da un altro grave lutto domestico, la morte della seconda moglie. Nello stesso anno, chiusasi la guerra dei Trent'anni, egli sperò tornare
in patria, ma agli esuli appartenenti a sétte religiose non fu concesso il ritorno, e così il C. rimase esule.
Il principe di Transilvania Sigismondo Rakezy lo invitò a Saros Patak, dove gli fu affidata la direzione di una scuola pansofica, ed è di quest'epoca il completamento dell'opera Orbis rerum sensualium pictus, fortemente ispirata al nuovo metodo intuitivo.
Invitato poi ad Arnsterdam, vi passò gli ultimi anni, e vi scrisse il Ventilabrum sapientiae, in cui, con modestia pari alla sincera passione che animò tutta la sua vita, mise in luce errori e defezione delle sue opere. È di quest'epoca la Traditio lampadis, nella quale raccomanda, nella visione di quanto ancora era da fare per migliorare l'umanità, la continuazione della sua opera. Lavorò intensamente fino agli ultimi giorni, pubblicando per la prima volta la sua opera maggiore, la Didactica magna.
IL PENSIERO. - Il suo pensiero, per la moltitudine enciclopedica delle opere, per la forma talvolta ingenua e non sempre chiara, per le tendenze alquanto visionarie del suo spirito, può sembrare legato a tradizioni sorpassate, ma è in realtà attento alle correnti scientifiche e filosofiche contemporanee, e fortemente dominato da una grande idea: la riforma dell'umanità, attraverso una cultura razionale, conforme alla natura dell'uomo.
L'anima umana ha il potere di tutto comprendere, essa ha una sete insaziabile di sapere che rivela la sua destinazione e il suo fine ultrareremo. C'è una mirabile capacità nell'uomo di trarre da sé, per impulso della sua natura così riccamente dotata da Dio, la sapienza, perché dentro l'uomo c'è davvero ogni cosa: c'è la lampada, il lume e l'olio, il lucignolo e tutto il necessario; bisogna aiutarlo ad accendere la fiamma. È dovere di chi governa ordinare le scuole a questo fine. L'educazione nulla dà dall'esterno alla coscienza, ma l'aiuto ad accendere la luce interiore che deve permettere di vedere in sé e nel grande mondo della natura i meravigliosi tesori della sapienza di Dio.
Il naturalismo scientifico di Bacone passa, con l'opera del C., nell'indirizzo pedagogico moderno, nei metodi didattici. E si congiunge in modo suggestivo ad una profonda visione religiosa della vita, della finalità ad essa assegnata da Dio, ad una speranza di pacificazione e di fraternità fra gli uomini, finalmente uniti nella chiara coscienza della loro origine e del loro fine comune. Le tre opere maggiori del C. sono: la Anua, l'Orbis e la Didactica. Tutte hanno portato nella scuola il largo contributo dello spirito scientifico moderno ed hanno ispirato la pedagogia naturalistica e la scuola attiva. Il Rousseau e il Pestalozzi trovano in lui il loro grande precursore. Non meno del Pestalozzi, egli ha fiducia nell'educazione, uno spirito profondamente umanitario, il culto della personalità umana. Differisce dal Rousseau e dal Pestalozzi, in quanto egli riconosce il decadimento dell'uomo per il peccato originale, ma gli manca, come manca al Rousseau ed al Pestalozzi, il concetto cattolico della Grazia che solleva la natura decaduta e l'aiuto a raggiungere la perfezione. Perciò il C. stima erroneamente che l'uomo ha in sé la forza ed i mezzi adeguati per sollevarsi e raggiungere la perfezione, anche se ammette genericamente che tale forza abbia da Dio, ma come autore della natura, non come Redentore e autore della Grazia.
Le due prime opere, la Anua e l'Orbis, mettono in evidenza il rapporto tra la parola e il pensiero, ed ammoniscono l'educatore sulla inutilità di ogni insegnamento linguistico che si fondi sulla memoria e non sullo sviluppo del pensiero e su intuizioni reali. L'insegnamento deve dunque essere intuitivo, e per questo il C. ci dà nell'Orbis pictus un primo esempio di libro illustrato per ragazzi, nel senso che l'apprendimento dei vocaboli va sempre congiunto a quello delle cose, e nel senso che ogni congiunzione deve cominciare dai sensi, per poi passare, secondo la legge di gradazione, all'intelletto.
L'opera più vasta del C. è la Didactica magna, Universale omnes omnia docendi artificium exhibens, dove, tra prolissità, ripetizioni ed esemplificazione talvolta pedestri, domina un pensiero vivo ed una vigile cura di rendere sistematici i principi pedagogici e la pratica educativa. In quest'opera sono espressi i principi su cui il C. fonda l'educazione, e un piano di studi che egli propone ai governanti come necessario in uno Stato bene ordinato.
L'educazione deve essere universale; tutti devono essere educati, perché solo l'educazione può trarre la natura alla pienezza della vita terrena, per volgerla al suo ultimo fine, che è ultrareremo: il possesso pieno di Dio. Non si deve temere, secondo i pregiudizi dell'epoca, di istruire il popolo e la donna. E l'istruzione deve tutto abbracciare; il piano di studi proposto dal C. è vasto: «tutto a tutti», egli suole ripetere. Vuole quindi l'organizzazione della scuola secondo vari gradi rispondenti ai gradi dello sviluppo umano, con un metodo d'«insegnamento ciclico». Per la prima volta è introdotta una scuola «del grembo materno», che deve essere in ogni casa per opera della madre; egualmente tra i primi si propone una scuola della lingua nazionale, che precede la scuola latina, e che vuole estesa a tutti. Il ciclo degli studi si compie poi con l'«Accademia». Alla scuola latina devono poter accedere i giovani tra i 12 e 18 anni, che possano e vogliano dedicarsi agli studi classici. Tale scuola deve essere in ogni città, mentre l'Accademia, che deve accogliere i giovani tra i 18 e i 24 anni, deve essere in ogni Stato e in ogni provincia.
Il «tutto a tutti» implica il metodo ciclico, nel senso che le funzioni dello spirito vengono esercitate tutte in ogni grado di scuola. Nel suo «tutto a tutti» si rivela anche il suo ideale pansofico, enciclopedistico, ch'ebbe in comune col suo tempo e che egli esprime con ingenuo entusiasmo.
L'educazione dei sensi e dell'intelletto deve tendere a quella della volontà, come forza armonizzatrice di tutte le facoltà.
Nella enumerazione di regole didattiche, nei frequenti e talvolta pedestri confronti tra l'educazione dell'uomo e lo sviluppo delle cose naturali, è l'aspetto negativo e sorpassato del pensiero pedagogico del C., che sembra voler formare lo spirito dal di fuori.