COMMUNE

COMMUNE. - Nella storia d'Italia, come pure in quella di tutto l'Occidente, ha grande importanza il c., cioè il governo autonomo che si costituisce non solo nelle città ma anche in abitati minori con attribuzioni più o meno vasta secondo lo svolgimento che particolari circostanze locali consentono.

Nell'Italia meridionale la costituzione dei c., che già s'era disegnata nel tramonto della dominazione bizantina e agli inizi di quella normanna, subì un arresto nel suo svolgimento a causa della politica di ricostituzione dei poteri statali che vari sovrani del Regno di Sicilia considerò con molta energia. Perciò le autonomie comunali, salvo alcuni casi particolari, non vi ebbero ampio svolgimento. Nell'Italia settentrionale e centrale, invece, il rallentarsi progressivo e poi il dissolversi del nesso dell'Impero e lo stato di debolezza in cui cadde per lunghissimi periodi il potere temporale dei pontefici fecero sì che molti c. giungessero, se non di diritto almeno di fatto, alla completa indipendenza e divenissero veri Statisti. Dove il c. raggiunge tale pieno sviluppo esso ha infatti tutte le attribuzioni d'uno Stato indipendente, ma anche dove i suoi poteri sian ristretti dal sovrastare d'un principe, in molta parte d'Italia esso ha tuttavia facoltà legislative, giurisdizioni militari e finanziarie che costituiscono un ordinamento caratteristico suo proprio. Sotto tale aspetto il c., che dal punto di vista delle classi che vi dominano nel periodo del suo completo svolgimento, costituisce l'antitesi del sistema feudale, è invece una continuazione del particolarismo introdotto da questo nella compagine dell'Impero carolingio.

Il problema delle origini dell'autonomia comunale è assai controverso per la deficienza delle fonti storiche nel periodo formativo di tale autonomia che sta, ad un dipresso, fra il sec. XI e il XII.
Naturalmente tale svolgimento è intimamente legato al rifiorire dei commerci che avvenne nell'Europa occidentale quando cessarono le scorrerie degli Ungari e dei Saraceni e furono ripresi gli scambi marittimi nel Mediterraneo. Ciò però non basta a spiegare come la città si sia separata dal contado ed abbia costituito un proprio governo autonomo. In Italia il problema è diverso da quello proposto in Francia ed in Germania dove, in generale, le città romane furono distrutte e le nuove si costituirono per lo sviluppo di borghi abitati di mercanti, ai piedi d'un castello comitato e vescovile in un posto o all'incrocio di strade importanti. Ciò avvenne in Italia solo per eccezioni: qui poi lo svolgimento dell'amministrazione cittadina nelle terre soggette alla dominazione longobardo-franca, che spezzò la continuità degli ordinamenti romani, è diverso da quello sviluppato nelle terre che ne rimasero immuni del tutto o almeno ne furono per molto tempo libere. Anche in queste ultime però vennero meno, come nelle altre, le istituzioni municipali del basso impero, ed i Bizantini posero a capo dell'amministrazione cittadina comandanti militari: duchi nelle maggiori, conti o tribuni nelle minori.

Costoro erano scelti nell'aristocrazia locale e governavano con il concorso d'un gruppo ristretto di cittadini. Sovente avvenivano violenti contrasti e, ad es., a Venezia finivano nel sangue quei dogi o duchi che avevano cercato di rendere ereditaria nelle loro famiglie la dignità suprema, sinché verso la metà del sec. XI il potere dei dogi venne assai ristretto ed essi governarono con il controllo di Consigli che erano l'espressione dei proprietari, dei navigatori, dei mercanti nei quali s'accentrava la vita economica del grande impero commerciale della laguna. Così a Napoli, in un momento storico non molto diverso, un duca Sergio s'obbligò con un patto a non fare né pace né guerra e a non imporre nuovi tributi senza il consenso d'un ceto elevato di cittadini che, per meglio causati, avevano costituita una societas che il duca promise di rispettare, come pure prometteva di proteggere il commercio di terra e di mare ed i mercati.

Nei territori longobardo-franchi il potere nella città spetta ai funzionari militari che, duchi, marchesi o conti che fossero, entrano nel sistema feudale molto di frequente. Però, a cominciare dalla fine del periodo carolingio, gli imperatori ed i re d'Italia irritati per le ribellioni e le infedeltà dei grandi feudali diedero le città in mano ai vescovi, sia che questi sostituissero addirittura i conti, sia che avessero larghi poteri sulla città stessa e in un breve territorio attorno alle mura.

In questo periodo la popolazione cittadina, o per

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dir meglio i feudali minori adibiti alla difesa della città, i proprietari di case e terre e i più ricchi mercanti, ebbero sempre particolari funzioni sia militari, per l'obbligo della difesa delle mura, che giudiziali perché partecipanti al giudizio o «placito» del conte o del vescovo o dei partìcolari ufficiali che costoro tenevano in città.

Questo ceto o per un lento abbandono da parte dell'autorità superiore, in specie se trattavasi del vescovo, oppure, più raramente, per mezzo di rivolte, riuscì a concentrare i poteri sulla città nelle mani dei suoi capi, i quali perciò ebbero il comando delle schiere cittadine, tutelarono l'ordine ossia la «pace» o la «treva» nella città che, essendo sempre fortificata, era difesa dalla pena del «banno» regio contro chi la turbasse. Così tali capi presiedettero al giudizio cittadino, nei primi tempi spesso dividendolo con gli ufficiali del conte o del vescovo, ma in seguito da soli.

Non si può dire che a questo trapasso di poteri i contemporanei dessero, in generale, eccessiva importanza né che l'autonomia comunale fosse guardata sempre con ostilità dal potere regio, anzi ci sono diplomi d'imperatori o re, come d'Enrico IV per Pisa e per Lucca, d'Enrico V per Bologna, di Corrado III per Genova, che dimostrano il contrario, e vi son c. che si vedono riconosciuti, al loro sorgere, nel 1248, dal patriarca d'Aquileia: però in Italia i privilegi di borghesia non sono numerosi come oltralpe. Vi sono poi casi di contrasti violenti, come avvenne a Benevento, dove il principe longobardo Pandolfo III fu cacciato nel 1042 da una coniuratio formata fra i cittadini e venne fatta la communitas; o, come accadde un secolo più tardi a Roma, dove una sanguinosa ribellione dei cittadini portò alla formazione d'un Consiglio, fulcro del c., che, per reminiscenza classica, fu chiamato «senato». Di queste unioni fra cittadini un esempio tipico è quello della «compagnia» di Genova che appare costituita da uomini atti alle armi per difendere la compagine del c. e per proteggere il commercio, mantenendo la pace fra i cittadini e punendo coloro che li danneggiasero. Malgrado questi esempi appare difficile dimostrare sia che consimili associazioni si costituissero generalmente e che fossero il fondamento del vincolo comunale, sia che l'oriente del c. fosse legata d'ordinario a violente ribellioni.

Il primo assetto comunale è molto semplice. A capo della città erano dei consoli che spesso corrispondevano, per il loro numero, alle divisioni interne della città, quartieri o sestieri. Essi ne erano i capi militari ed amministrativi ed esercitavano quella parte di giurisdizione che, via via, venne in possesso del c.

Erano assistiti da un consiglio molto ristretto chiamato «di credenza» che era formato da persone tratte da alcune più cospicue famiglie cittadine. Soltanto per ragioni di grande importanza si riuniva l'assemblea generale dei cittadini dotati di piena capacità politica che, in principio, eran pochi perché buona parte del popolo ne era priva siccome d'origine servile o semiservile o formata da rustici inurbati. D'altra parte i feudali di grado elevato residenti in città erano esclusi dal nesso cittadino perché non soggetti alle gravezze civiche e non prestavano il giuramento che legava i cittadini all'obbedienza ai loro capi e alle consuetudini e statuti. Spesso erano esclusi anche gli ecclesiastici perché difesi dalla loro immunità dai pesi cittadini.

Il mercato formava una cerchia a sé, con un proprio giudizio e particolari priv

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(fol. Alinari)
Coslune = Palazzo dei consoli, costruito da Angelo da Orvieto (1332) = Gubbio.

ilegi ed in taluni luoghi rimaneva a lungo sotto la potestà del vescovo. In questo periodo avvenne la lotta fra i c. lombardi e Federico Barbarossa, perché l'imperatore svevo volle ricuperare i diritti «regali» (come la nomina dei magistrati municipali, la zecca, i diritti sulle acque, sui mercati, ecc.) che i c. principali s'erano appropriati. Non è il caso di parlare qui di questo celebre conflitto, ma è interessante notare che nella pace di Costanza (1183) Federico riconobbe alle città il diritto di nominare i consoli, che tuttavia avrebbero dovuto ricevere l'investitura dall'imperatore o dal vescovo, ed indirettamente riconobbe pure la validità delle consuetudini degli statuti. Perciò i giuristi medesimi, come basse fondamenti, erano stati considerati «liberi» e «liberi» per la loro parte.

Dopo questa prima fase del c. cominciarono tosto le lotte per la conquista di esso da parte di ceti cittadini che erano tenuti lontani dal governo, nel quale prevalsero per lungo tempo i feudali inferiori ed i più ricchi proprietari e negozianti. I commercianti al minuto ed i padroni di botteghe artigiane approfittarono delle vicende politiche per ottenere una larga partecipazione al potere.

L'imperatore Ottone IV fu promotore, a Milano, d'un accordo imitativo poi in molte altre città per il quale i Consigli cittadini erano divisi a metà fra i milites, cioè i più ricchi che militavano a cavallo, ed i pedites, cioè il resto del popolo. Altrove invece questi dissidi portarono alla sostituzione dei consoli con un podestà chiamato dal di fuori, estraneo alle fazioni cittadine, che giungeva accompagnato dai giudici per garantire una giustizia imparziale ed esser arbitro fra le parti, ed alla formazione d'un Consiglio numeroso, detto maggiore o grosso (a Firenze «dei Cinquecento») nel quale avevano larga rappresentanza i vari ceti cittadini. Questo consiglio divenne veramente l'arbitro della vita comunale ed in esso fu elaborata la legislazione statutaria, di tanta importanza per la formazione del diritto italiano.

È questa l'età nella quale i c. maggiori allargano i confini della loro dominazione, assoggettando i feudatari del contado e non solo le comunità rurali, ma anche grossi c. Così Firenze assoggetta Prato, Pistoia, Arezzo e più tardi anche Pisa. Magnifici palazzi comunali adornano le città anche minori, ed i c. sovvengono largamente, animati da un intenso spirito religioso, costruzioni di chiese ingioiellate da opere d'arte. Purtroppo però tanto fervore di vita era turbato da gravissime lotte fra partiti avversi e fra i cittadini più ricchi, da un lato, e, dall'altro, fra i minori commercianti e gli artigiani organizzati nelle loro corporazioni o «arti».

Ne derivano in alcune città, principali fra esse Bologna e Firenze, gli ordinamenti contro i «magnati» e la costituzione del «c. del popolo» nel quale gli anziani od i priori nominati dalle arti governano la città. La maggior parte dei c. dell'Emilia, della Romagna e dell'Italia centrale ebbero consimili ordinamenti. Altrove invece le famiglie principali della città: ricchi commercianti, navigatori, proprietari di case e di terre si costituiscono in cerchie chiuse ed il c. assume un carattere oligarchico: particolare importanza hanno in questo tipo d'evoluzione Venezia e Genova. La costituzione veneta, imperniata sul maggior Consiglio, formato da tutti i membri maggiorenni delle famiglie iscritte nel patriziato e considerato come sovrano dello Stato, sul Consiglio dei «pregadi» (o «senato») e su un ristretto collegio di savi che formavano una sorta di ministero, era considerata nei secc. XVI-XVII dagli scrittori politici come un modello insuperato di saggezza.

Nel corso dei secc. XIII e XIV molti c. si trasformarono in signorie. Si tratta di un mutamento profondo nella sostanza ma non nella forma, giacché gli ordinamenti del c. rimasero pressoché inalterati: tutto però dipendeva nella città dalla volontà del signore, cioè d'un capoparte riuscito a diventare il dominatore con il sostegno della sua consorteria. Molti signori si fecero acclamare podestà o capitani del popolo a vita dal parlamento cittadino e con questo legittimarono il loro potere. Essi però cercarono poi un titolo proveniente da un'autorità superiore facendosi creare vicari imperiali, come gli Scaligeri a Verona, i Carraresi a Padova; o addirittura duchi, come Gian Galeazzo Visconti, che, nel 1395, ricevette dall'imperatore Venceslao il titolo di duca di Milano.

L'esistenza dei c. continuò anche nei secc. XVI-XVII giacché i governi assoluti rispettarono le autonomie locali, permettendo alle città di conservare i loro statuti, le loro giurisdizioni e gabelle; però i c. perdettero le loro attribuzioni politiche e militari giacché queste spettavano esclusivamente al sovrano, fosse esso un principe o una città «dominante». Con un tale assoggettamento però le principali caratteristiche dello «Stato-città» erano perdute.

Un altro aspetto avevano i c. rurali: questi erano soggetti a signori feudali o ad enti ecclesiastici che avevano loro consentito di costituire un organismo comunale con limitata autonomia. Nella maggior parte dei casi i c. rurali ebbero statuti concessi loro dal signore e tali statuti contengono norme relative alla polizia rurale, ai commerci di prima necessità e all'uso dei boschi e delle praterie di pertinenza degli abitanti. Nelle regioni alpine tali statuti si chiamavano spesso «regole» o «favore».

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