COMPAGNIA DELLE FIGLIE DI MARIA
NOSTRA SIGNORA. - Fondata da S. Giovanna
di Lestonnac, baronessa di Montferrand Landiras
nel 1607, fu il primo istituto, in Francia, dedicato
all'insegnamento. Si propagò rapidamente in Europa
e nelle Americhe. Le persecuzioni subite in varie
nazioni, e specialmente in Francia nel 1904, fecero
sentire la necessità di riunire l'istituto sotto l'auto-
rità di una superiora generale, ciò che avvenne
79 COMPAGNIA DELLE FIGLIE DI MARIA N. S. – COMPAGNIA DI GESÙ
nel 1921 con l’unione di una parte delle comunità esistenti. Attualmente le religiose sono oltre 3000.
COMPAGNIA DEL S.mo SACRAMENTO. – Organizzazione religiosa fondata a Parigi nel 1630 come società segreta da Enrico de Lévis, duca di Ventadour, con la cooperazione del cappuccino Filippo d’Angoumois e di due sacerdoti, prefiggendosi di unificare le forze dei migliori cattolici “per com- pire tutto il bene possibile ed evitare tutto il male possibile”. I suoi membri appartenevano alle classi più elevate (clero, nobiltà, magistratura); tra i più celebri: s. Vincenzo de Paoli, il ven. Olier, Bossuet, Abelly, Coligny (figlio dell’ammiraglio ucciso), il principe di Gondi, il marchese de Salignac-Féne- lon, il conte de Noailles, il barone de Renty, Le Fèvre d’Ormesson. La c. ebbe fondazioni nelle principali città (49): tutte ricevevano le direttive da Parigi. L’organizzazione centrale era composta di 9 membri, tra i quali si sceglieva il presidente, il direc- tore spirituale, il segretario. Al giovedì, dedicato al S.mo Sacramento, la C. teneva le sue adunanze, in cui, discussi i mezzi più opportuni per raggiungere i suoi fini e data relazione della corrispondenza in arrivo dalle province, si pregava e si leggeva un capi- tolo della Bibbia, dell’Iniziazione di Cristo o del Con- battimento spirituale.
Il segreto più rigido era considerato la condizione as- soluta del successo, perché poneva i membri al riparo dalle mense degli avversari e nella possibilità di imitare il nascondimento di Gesù nell’Eucarestia. Luigi XIII, in- formato dell’esistenza e dei fini della C., si mostrò favore- vole chiedendone, con lettera privata, l’approvazione al- l’arcivescovo di Parigi, che la rifiutò reclamante. La S. Sede, più volte sollecitata dagli ambasciatori regni e membri della C., rispose sempre evasivamente limitandosi a con- cedere indulgenze come se si fosse trattato una con- fraternità qualunque. Sebbene non approvata, la C. si diffuse rapidamente fino a coprire di una fitta rete di cel- lule tutta la Francia, incidendo fortemente sulla vita reli- giosa e politica della nazione; infatti, quasi ispiratasi al motto: facere et pati fortia catholicum est, in 30 anni attuò le imprese più ardue: l’«Hôpital Général» per tutti i mendicanti di Parigi, il seminario delle Missioni Estere, le opere assistenziali per i carcerati, i galeotti, le perdute, i poveri vergognosi, i magazzini parrocchiali facenti capo a quello generale (una specie di assistenza cattolica per tutti gli affamati). La vasta opera caritativa di S. Vincenzo si spiega in parte con gli aiuti che gli fornì la C., che intanto aveva ingaggiato una guerra spietata alla bestemmia, al malcostume, al gioco, al duello. Influi efficacemente perché l’editto di Nantes fosse interpretato in senso restrittivo, conservando alla Francia la sua omogeneità di nazione cattolica. Nel 1659 tenne con grande successo il suo con- gresso generale a Parigi: il cattolicesimo militante passò in rivista le sue forze. Ma l’anno seguente il segreto fu svelato, a Caen, e un decreto reale, voluto dal Mazzarino, proibì tutte le società segrete.
La C. scomparve, ma le sue grandi opere rimasero a perenne testimonio della sua interna soprannaturale vi- talità. Il «grande secolo» della Francia non si può stu- diare e comprendere senza tener conto di questa straordi- naria sebbene effimera istituzione. I documenti ritrovati alla fine dell’1800 dotarono gran rumore scandalistico per la presenza di una «massoneria cattolica in piena con- troriforma». L’essere segreta una società non significa che per questo sia immorale, tanto più che alle simili sorsevoli alla Francia e fuori; mentre, come Divino Amore (v.) in Italia nel secolo precedente, il segreto era una salvaguardia per operare il bene in fraternità cristiana senza esporsi alle critiche del grosso pubblico. Perciò, pur ammettendo qualche eccesso di zelo in uomini che vissero nel clima ancora
arroventato delle guerre religiose, è un’ingiustizia storica continuare a qualificare la C. come cabala dei devoti. Non fu una compagnia di «Tartufi» quella che annoverava tra i suoi membri s. Vincenzo, l’Olier, il Bossuet e che s’ispirava al nascondimento di Gesù nell’Eucarestia per compiere grandi opere di beneficenza sociale con quel «tacer pudico» che ogni sequace del Vangelo deve lodare.
Da parte protestante: F. Rabbe, Une société secrète catholi- que au XVIIe siècle, in Revue historique, 71 (1890), pp. 243-302; R. Allier, La Cabale des Dévots, Parigi 1902; A. Rabellau, Un épisode de l’histoire religieuse du XVIIe siècle, in Revue des deux- mondes, 17 (1903), p. 621.