CONFUCIO

CONFUCIO. - Forma italianizzata, dal cinese
*Confuzue* [K’ung Fu-tzu] che significa «Il Mae-
stro (o il Filosofo) *Ccom*, accettata poi da quasi
tutte le lingue occidentali, sotto la quale il gesuita
Matteo Ricci (v.) verso il 1600 fece conoscere il
savio cinese all’Europa. N. nel 551 a. C. nell’antica
città di Tsou, a ca. 25 km. sud-est del distretto
di Sizushui nei dintorni di Yenchow in quello che
fu il principato di Lu e corrisponde in parte all’at-
tuale provincia dello Shantung. Suo padre, all’età
di più di 70 anni aveva sposato una ragazza di 15 anni,
e dalla loro unione nacque C. Egli, non però il
padre di lui, aveva per cognome *Ccom* [K’ung],
per nome *Chieu* [Ch’iu] ossia collina, e per agno-
me *Cionni* [Chung-ni] che vuol dire secondogenita
collina a cratere, dalla forma del suo cranio che
avrebbe avuto vagamente l’aspetto di una collina dalle
falde scoscese e concava sulla cima. Molto poco si
sa della sua fanciullezza e della sua gioventù. Re-
stato orfano di padre all’età di tre anni e di madre dopo
i venti, visse costantemente povero, benché la sua
famiglia si riallacciasse agli antichi re della seconda
dinastia (1558-1049 a. C.). Come il padre, ebbe
alta statura che superava i due metri e che lo faceva
chiamare «il gigante». Dal matrimonio contratto
verso l’età di 20 anni egli ebbe un figlio che visse
mezzo secolo, dal 532 al 483 a. C.

Presto egli si vide circondato da numerosi ed
ardenti discepoli, i cosiddetti «discepoli della porta»,
dal nome della porta che metteva negli appartamenti privati in fondo al cortile dove il maestro
teneva le sue lezioni. Sedeva col viso rivolto verso il sud e dominava di alcuni gradini l’assemblea
dei discepoli. Questi pagavano come modestissimo
salario un pacco di dieci fette di carne salata, espressione che poi è venuta a significare «onorario».
Si è parlato di 3000 discepoli, cifra probabilmente
esagerata; tra essi 72 erano i prediletti, e di questo erano il fiore della scuola. Egli esigeva molta
riflessione e soleva dire: «Non insegno niente a
chi non fa sforzi per comprendere; non aiuto ad
esprimersi colui che non si ingegna di parlare; se
dopo aver esposto un angolo della questione, qualcuno non è capace di trovare gli altri tre angoli,
io non ripeto la cosa» (Discorsi di C., VIII, 8).
Delle sei arti liberali che i giovani cinesi studiavano dai dieci ai venti anni, vale a dire la danza,
il tiro a segno, la condotta dei carri, la scrittura,
il calcolo e la musica, C. non insegnava che le tre
ultime. Egli tenne ad onore di non inventare niente
di nuovo, ma di trasmettere soltanto la pura dottrina dell’antichità. «Io trasmetto e non invento,
ho fede nell’antichità e ad essa consacro il mio
amore» (Discorsi di C., II, 14), dichiarava, contento
di trasmettere ai posteri l’interpretazione esatta del
vero pensiero degli antichi.

La Cina del tempo di C. era una Cina feudale, divisa in un gran numero di staterelli, di cui almeno un
centinaio si trovavano nel bacino del Fiume Giallo. Su
dì loro regnava un re della già decadente dinastia Ceu
[Chou], la cui sovranità in pratica era solo nominale.
Il re risiedeva nella capitale di Loyang, l’attuale Honan,
nella provincia omonima. Non prima dell’a. 517 C. si
reco alla corte dei Ceu per meglio studiarvi l’antichità.
Difatti egli da questa visita ricavò una grande e profonda ammirazione per gli antichi savi, e specialmente
per il duca di Ceu (XI sec. a. C.), fratello del primo re

della terza dinastia. Secondo racconti sospetti di autori
taoisti, che avevano per scopo di umiliare il savio e la
sua scuola, durante questo soggiorno nella capitale, C.
avrebbe incontrato Laoze [Lao Tzu] e ne avrebbe ri-
cevuto una forte riprensione. Tornato in patria, C. con-
tinua ad insegnare ai discepoli che ora accorrevano
anche dalle più lontane regioni. Dal 515 al 501 si studiò
profondamente la poesia, la storia, le cerimonie e la mu-
sica del paese.

Tra il 501 e il 499 accettò prima la carica di gover-
natore di una città, poi quella di intendente dei lavori
pubblici e finalmente quella di ministro della giustizia.
Si dice che mentre egli era ministro, tutto procedeva
benissimo: negli uomini si ammirava la sincerità e la
fedeltà e nelle donne la castità e la sottomissione; nem-
meno i commercianti avrebbero osato ingannare sui
prezzi. In breve perciò C. divenne l'idolo del popolo e
l'oggetto dei canti popolari. Ma gli Stati vicini se ne im-
pressionarono. Con un governo diretto da un tal ministro,
si diceva, il principato di Lu avrà facilmente il soprav-
vento sugli altri Stati e quindi potrà minacciare di an-
netterseli. Per scongiurare questa minaccia si ebbe cura
di distogliere dalle preoccupazioni di governo il principe
di Lu e i suoi ministri. A questo effetto furono mandate
al principe 80 bellissime danzatrici e 40 quadrighe di
eccellenti cavalli. Il principe cadde nel laccio e C., ve-
dendo l'inutilità dei suoi sforzi per ricondurlo a migliori
sentimenti, preferì abbandonare la patria e mettersi a
percorrere vari altri Stati nella speranza d'incontrar-
chi prestasse ascolto ai suoi consigli di sana politica:
voleva essere la campana che chiama gli uomini a rac-
colta per ascoltare la verità. La campana difatti suonò,
ma purtroppo ben pochi gli dettero ascolto. Egli diceva:
«Se qualcuno volesse servirsi di me, dopo un anno si
avrebbero già buoni risultati, e dopo tre sarei capace di
metter su un governo perfetto» (Discorsi di C., XIII, 10).

Dopo 14 anni di esilio volontario e in fondo inutile,
C. venne richiamato in patria nel 483, a 69 anni di età.
Gli altri cinque che gli rimasero di vita non furono più
felici dei già trascorsi. Non vedendosi affidata nessuna
carica pubblica, si mise a rivedere con cura gli antichi libri
classici ai quali doveva legare per sempre il suo nome.

Nei primi giorni della IV luna del 479, C., già am-
malato e conscio della prossima fine, appoggiato a un
bastone, passeggiava lentamente dinanzi alla porta di
sua casa e canterellava lagrimando: «La più alta monta-
gna sta per cadere; — La trave maestra sta per cedere;
— Il savio sta per appassire!».

Difatti sette giorni dopo era morto. Venne sepolto
in un luogo chiamato oggi «bosco di C.», a 1 km. al
nord della città di Küfow sempre nello Shantung; un
muro di cinta di parecchi chilometri circonda il terreno
che racchiude la tomba. Uno scrittore del III sec. d. C.
dice che essa era circondata da cento alberi, tutti di-
versi l'uno dall'altro, alberi che sarebbero stati piantati
dai discepoli, i quali ne avrebbero portato le pianticelle
dai loro paesi di origine.

Il più completo ritratto morale di C. ci viene dato
dai suoi discepoli nei Discorsi di C. specialmente al
cap. 10. In pubblico, nel tempio ed a corte, egli era
costantemente l'uomo della regola, benché in privato
fosse molto semplice. Pieno di venerazione e di rispetto
per il principe, parlava con ogni libertà ai funzionari
superiori e agli inferiori con molta fermezza. Selveva dire:
«Son contento anche se debbo cibarmi di cibi grossolani,
se non ho che acqua da bere, e se il mio braccio deve
servirmi di guanciale; ma le ricchezze e gli onori acqui-
stati con mezzi ingiusti sono per me come nuvole flut-
tuanti» (Discorsi di C., VII, 15). Queste ed altre simili
virtù naturali fecero pensare a taluni letterati cristiani o
amici dei cristiani del sec. XVII che, se avesse con-
osciuto il messaggio evangelico, C. sarebbe stato il primo
a domandare il Battesimo; così riferisce il gesuita siciliano
Prospero Intorcetta nel suo Confucius Sinarum philosophus,
Parigi 1687, p. CXIX.

La fortuna di C., quasi insignificante durante la sua
vita, incomincia con la sua morte. Il principe di Lu,
che pure non aveva saputo servirsi di lui mentre era
vivo, fu il primo a tesserne le lodi subito dopo la morte
di lui e a erigerli un tempio dove a ogni stagione gli
veniva offerta un'obbligazione. Al principio il culto non
varcò le frontiere del principato di Lu, ma l'a. 57
d. C. fu decretato che gli sarebbero offerti dei sacrifici
nel Collegio Imperiale e nei principali collegi dell'Impero. Durante qualche tempo il culto aveva per oggetto
inscindibile C. e il duca di Ceu; solo nel 609 d. C. si
incominciarono ad erigere delle sale unicamente in onore
di C. Invalse allora l'uso, durato fino all'inizio del sec. XX,
di erigere questi monumenti, abusivamente chiamati
tempi, in onore di C. accanto ai collegi e alle sale di
esami. In essi non vi sono statue di idoli, ma soltanto
delle tavolete sulle quali è iscritto il nome dei discepoli
del savio e dei migliori esponenti della sua dottrina.
Prima del 1912, due volte l'anno, in primavera e in
autunno, l'imperatore offriva un sacrificio solenne in
suo onore. Gli imperatori attraverso i secoli sono stati
larghi verso C. di titoli inneggianti alla sua scienza e
alla sua virtù. Sul carattere civile o religioso delle onore
ranze rese dai Cinesi a C., e quindi lecite o meno ai cat-
tolici convertiti, molto si discusse durante CIANRESI (v.). Sta il fatto, però, che,
avendo il governo cinese in questi ultimi anni, non meno
che nei secoli scorsi, spesso ed esplicitamente proclamato
il carattere civile di tali onoranze, esso, entro certi limiti, è
stato dichiarato lecito da Pio XII l'8 dic. 1939 (cf. AAS,
32 [1940], p. 25). Per sottolineare il carattere civile,
vile, oggi in Cina si paga per entrare nei templi di C.,
mentre l'ingresso a tutti gli altri templi è gratuito e
libero. Un tempio di C. è dunque praticamente considerato come un museo.

Mai un semplice mortale ha avuto tanto influsso
sopra un così gran numero di uomini come C. Durante
quasi due millenni, per raggiungere qualunque carica
pubblica in Cina era assolutamente indispensabile ben
possedere i classici cinesi con i quali il nome di C. era
indissolubilmente legato. I magistrati dell'antica Cina,
fino all'inizio del sec. XX, erano tutti dottori in scienze
confluciane, e in queste soltanto. Agli occhi di ogni buon
Cinese d'antico stampo, C. ha avuto l'incontestabile meritato di averci conservato i monumenti letterari dell'antichità e di aver vissuto una vita morigerata, tanto da
essere un modello per le generazioni future e venir
considerato come l'ideale della perfezione umana e della
scienza in Cina. Mencio ed altri discepoli hanno messo C.
molto al di sopra degli imperatori Iao [Yao] e Scioen
[Shun] dell'antichità, che pure in tutta la letteratura
cinese sono ritenuti come i modelli impareggiabili di
ogni virtù; anzi hanno addirittura sostenuto che dal
l'inizio del genere umano in poi nessun uomo ha mai
raggiunto la perfezione e la scienza di C. Il primo storico
cinese, in ordine di tempo e d'importanza, Semazien
[Szu-ma Ch'en] (145-80 a. C. ca.), ben conscio dell'influsso enorme avuto da C. su tutto il mondo intellettuale del suo paese, fin dal 99 a. C. ca., gli dedicò
uno dei più importanti e più lunghi capitoli delle sue
Memorie storiche, capitolo che non si trova tra le monografie degli uomini celebri, come è il caso per Lazoze,
ma in quella parte che tratta delle varie case dei signori feudali; lo storico quindi lo considerò come un
re non coronato, il re del pensiero. La sua trattazione,
che è la più completa monografia del gran savio e la
più degna di considerazione, quella che ha servito di
fonte a tutti gli altri autori cinesi e non cinesi fino all'epoca moderna, si chiude con questo elogio: «Nume-
rosi sono nel mondo coloro che, come i sovrani e i savi,
sono stati onorati durante la vita loro e sono finiti nella
dimenticanza dopo la loro morte. Ma C., benché semplice particolare, ha trasmesso la sua fama da più di dieci
generazioni (difatti negli aa. 91-87 a. C., quando scrisse questo storico, si era alla 11a generazione dopo C.).
Quelli che si dedicano agli studi lo considerano come
un esemplare da imitare. E tutti coloro che, dal Figlio
del Cielo ai principi e ai signori, parlano in Cina delle
sei arti liberali, prendono modello sopra di lui. Si può
dunque chiamarlo il più savio di tutti».

Tale è restato sempre C. agli occhi dei Cinesi,

fino al 1905, quando venne abolito l'antico sistema degli esami letterari che durava da ca. due millenni; spariva così l'educazione tanto intimamente legata con la dottrina di C. Col penetrare delle scienze e delle lingue europee nelle scuole cinesi, le dottrine confuciane venivano abbandonate; ed il « Maestro » fu così deposto dal suo piedestallo due volte millenario. Il colpo di grazia venne con la caduta dell'Impero e la fondazione della Repubblica nel 1912, quando C. fu messo tra le cose vecchie. I giovani cinesi che avevano imparato l'arte della critica letteraria nelle università d'Europa e d'America vollero esercitarla immediatamente sui classici della Cina e sui testi di C. : si gettò il dubbio sui libri antichi, si vollero ritrovare le interpolazioni tardive, si buttarono a terra non pochi monumenti fin l'antichi. Oggi C. non solo è poco o niente studiato, ma non di rado è vilipeso e rinnegato specialmente da parte dei giovani studenti che vedono in lui il rappresentante dell'antichità e il patrono della monarchia che fu. Già si nota però una certa reazione da parte dei letterati ben pensanti. È difatti impossibile di non tener conto di colui che durante secoli e secoli ha foggiato le menti e i costumi di una così grande nazione. - Vedi tav. XII.
BML.: Come è stato già detto, la prima monografia su C. venne data ai Cinesi dallo storico Semazzini fin dal 90 a. C. ca., nel cap. 47 delle sue Memorie storiche, tradotto in francese dal sinologo Eduardo Chavannes, Les Mémoires historiques de Se-ma Ts'ien, V. Parigi 1905, pp. 283-435. Per avere una vita più esatta e più completa i Cinesi hanno dovuto aspettare fino all'opera grandiosa di critica storica che va sotto il titolo di Esame delle opinioni del grande autore Zööcsicsu [Ts'ui Shu] (1740-1814), in cui una parte, scritta negli aa. 1791-1810, tratta in modo magistrale della vita di C. e dei suoi discepoli; questa vita, basata su tutte le fonti possibili, illustrata e inquadrata nel loro fondo storico e culturale, non è stata però tradotta in nessuna lingua occidentale. Colui che per primo fece conoscere C. in Europa fu il gesuita p. Matteo Ricci (1552-1610) nella sua Storia dell'introduzione del cristianesimo in Cina (Pasquale M. D'Elia, Fonti ricciane, I, Roma 1942; II, 1949, nn. 55, 61, 176, 553-57, 709), restata in data fino al 1911, ma conosciuta attraverso la sua traduzione latina De christiana expeditione apud Sinais del gesuita Nicola Trigault, che a torto se ne dette per autore, apparsa per la prima volta nel 1615 e spesso dipoi tradotta a sua volta in diverse lingue occidentali. La prima vita, breve ma esatta, in lingua europea ci venne data dal gesuita siciliano Prospero Intorcetta nel suo libro Confucius Sinarum philosophus stampato a Canton e Goa negli aa. 1667-69, poi di nuovo a Parigi nel 1687, sotto il titolo di Philosophorum Sinensium principis Confucii vita (nell'ed. del 1687, pp. cxvii-cxxiv). Nel 1697 una Vita di C., narrata probabilmente dal gesuita austriaco Giovanni Gruber, vede la luce a Firenze in Notizie varie dell'Impero della Cina. Molto più lunga invece, ma con scarsa critica, è la Vie de Kuong-ts'ee, vulgairement appelé Confucius che il gesuita francese Giovan Giuseppe Maria Amiot scrisse nel t. XII (pp. 1-430) di Mémoires concernant les Chinois, Parigi 1786. La vita di C. è stata pure raccontata in inglese, forse in tono troppo dogmatico, da Giacomo Legge nel cap. 5: Confucius and his immediate disciples dei suoi Prolegomena (pp. 56-128) al vol. I della sua opera The chinese classics, Londra e Hongkong 1861. Pochi anni dopo J. H. Plath scrisse una vita molto critica di C. sotto il titolo Confucius und seine Schüler, Leben und Lehren, 3 voll., Monaco di Baviera 1869, 1871, 1873. Tra le pubblicazioni più recenti vanno annoverate: Alberto Tschepe, Konfucius, I: Sein Leben, Yentschoufu 1910, e Francesco Saverio Biallas, S. V. D., Konfucius und sein Kult, Pechino-Lipsia 1928. Per altre indicazioni bibliografiche, cf. H. Cordier, Bibliotheca Sinica, Parigi 1904-1908 e Suppl., ivi 1924, coll. 667-670, 1413-14, 3107, 3503-3506. Pasquale M. D'Elia