CORBAN (ebr. qorbân, gr. χορβάν; volg. corban e corbona). - In ebraico c., come il suo corrispondente accadico qurbânu, vuol dire «offerta» o, secondo l'etimologia, «presentazione di un dono a Dio» (cf. Lev., 2, 1, 4; 7, 13; 9, 7; 15; Num. 7, 3; Ez. 40, 43): il vocabolo si trova solo nei tre libri citati, ossia nella legislazione riguardante il culto. Esso fu anche grecizzato ed usato da Flavio Giuseppe (cf. Antiq. Jud., IV, 73).
Nel mondo rabbinico c. venne anche a significare la formula di giuramento, con la quale si dichiarava che un dato oggetto od animale era consacrato a Dio. Pronunziata una tale formula, la materia del voto diveniva inservibile per usi profani. Dal Vangelo (Mc. 7, 11) sappiamo che spesso simile promessa era emessa da figli ingrati, che così interdicevano ai genitori l'uso di oggetti desiderati. Tale abitudine era propri adeci giudei. Flavio Giuseppe, infatti, nota che presso i Tiri non erano riconosciuti i voti o giuramenti c. « (Costura Ap., II, 175). Per estensione si chiamò c. anche il luogo o recipiente che custodiva le offerte in denaro; era in pratica il tesoro del Tempio (Mt. 27, 6; Flavio Giuseppe, Bell. Jud., II, 175).
ANGELO PENNA