CORRADO di WITTLESBACH. - Una delle più eminent figure dell’episcopato tedesco del sec. XII, n.
ca. il 1130 da Ottone V di Scheyern-Wittelsbach dei conti palatini di Baviera e Heilika di Lengenfeld, m. il 25 ott. 1200. Educato a Salisburgo, passò a Parigi per gli studi superiori e vi fu condiscepolo di Pietro di Blois. Divenuto canonico di Salisburgo, al Concilio di Lodi del 1161 fu nominato da Federico Barbarossa arcivescovo di Magonza, e poi arciancelleri dell'impero.
Il favore imperiale non impedì però a C. di schierarsi apertamente dalla parte di Alessandro III quando l'urto tra i due si verificò in tutta la sua violenza. Bandito dall'imperatore, riparò in Curia e divenne uno dei più stretti collaboratori di Alessandro. Il 18 dic. 1165 fu da lui nominato cardinale prete del titolo di S. Marcello, conservando la dignità arcivescovile. Promosso il seguente anno alla sede episcopale di Sabina, continuò a sottoscriversi «Magnum inus archiepiscopus et Sabinensis episcopus». Nell'ag. 1177 partecipò al Congresso di Venezia; rinunziò a Magonza per gli accomodamenti resi necessari dalla pace, ed ebbe in cambio l'arcivescovo di Salisburgo. Dal 1183, in seguito alla morte dall'arcivescovo Cristiano, riappare nella sua primitiva chiesa senza rinunciare a quella di Sabina.
Pio XI, in una orazione radiodiffusa per la chiusura del giubileo dell'umana redenzione (28 apr. 1935) diceva: «O Madre di pietà e di misericordia, che fosti presente come compaescente e C. presso il tuo dolcissimo Figlio nell'atto in cui compiva la Redenzione del genere umano... conserva ed aumenta continuamente in noi, te ne preghiamo, i preziosi frutti della Redenzione e della tua compassione» (L'osserv. rom., 29-30 apr. 1935). Due cose esprimono qui la cooperazione immediata: la compassione corredentrice di Maria durante la passione redentrice del Figlio, e il frutto immediato sia della passione redentrice di Cristo che della corredenzione di Maria, ossia tutte le grazie che ci vengono impartite.
IV. LA S. SCRITTURA - Il Protovangelo (Gen. 3,15), secondo l'interpretazione data dalla bolla dogmatica Ineffabilis Deus, esprime una indissolubile unione di Maria con Cristo nella Redenzione, ossia nella lotta con il serpente e nella piena vittoria sopra di lui (schiacciamento del capo), per mezzo della quale fu cancellato il decreto di morte. Questo schiacciamento del capo o Redenzione oggettiva fu effetto comune di Cristo e di Maria, fu cioè operato direttamente e simultaneamente da Cristo e da Maria (da Maria «insieme con Cristo e per mezzo di Cristo»). Questa «piena vittoria» dice che Cristo e Maria non solo non furono mai vinti dal serpente (lato negativo della vittoria) poiché furono tutti e due segregati dal peccato e dalle sue conseguenze, ma furono sempre i vincitori del serpente (lato positivo della vittoria), ossia operarono ed operano insieme la nostra Redenzione consistente non solo nella distribuzione delle grazie ma anche nell'acquisto delle medesime.
Questa interpretazione è confermata dalla nota lezione della Vogata in cui lo schiacciamento del capo del serpente (ossia la redenzione oggettiva) è attribuita in modo prossimo alla sola donna, ossia a Maria (sottintendendo con Cristo e per Cristo): «Ipsa conteret caput tuum». Orbene, il Concilio di Trento ha dichiarato autentica la Vogata, a causa dell'uso che se n'è fatto nella Chiesa per tanti secoli. In forza di tale dichiarazione, la lezione della Vogata dev'essere ammessa da tutti (cf. J. Vosté, De latina Bibliorum versione quae dicitur «Vulgata», Roma 1927, p. 27). Ha quindi un valore dogmatico (non già scritturistico) decisivo. Sembra perciò che non si possa rifiutare alla Vergine una cooperazione immediata alla Redenzione oggettiva.
La corredenzione, profetizzata da Dio nel Protovangelo subito dopo la colpa originale, incominciò a verificarsi nel giorno dell'Annunciazione (Lc. 1, 38 sgg.). Un angelo, mandato da Dio, si presenta alla Vergine e le chiede, da parte di Dio, il consenso a divenire Madre del Redentore in quanto tale, poiché l'Incarnazione conteneva in se stessa la Redenzione. Dal suo consenso, dipendeva, poiché così aveva disposto Il Dìo, l'esistenza stessa della Redenzione, poiché il Verbo s'incarnava per redimersi. La Vergine, offrendosi al più grande dei dolori per dare all'umanità la più ineffabile delle gioie (la Redenzione), dà liberamente il suo consenso pronunziando il suo fiat. Con esso quindi cooperava alla nostra redenzione, e vi cooperava in modo immediato, poiché da esso Il Dìo ha voluto che dipendesse quanto alla sua stessa esistenza (non già quanto all'esenzia) la Redenzione, che si iniziava e si operava virtualmente con l'Incarnazione. Senza quel consenso il mondo non sarebbe stato redento.
Che Il Dìo poi abbia voluto che l'Incarnazione rendere fosse dipesa dal libero consenso di Maria, apparisce evidente dalla stessa narrazione evangelica. Se Il Dìo infatti non avesse voluto far dipendere l'Incarnazione redentrice dal consenso di Maria, a che scopo gliel'avrebbe fatto chiedere? In tale ovvio senso infatti ha interpretato la narrazione di Luca tutta la tradizione cristiana (cf. G. Roschini, Mariologia, 2ª ed., II, pp. 292-295) di cui il più autentico rappresentante è s. Tommaso (Sum. Theol., 3ª, q. 30, a. 1, c. e ad 1).
V. LA TRADIZIONE
La cooperazione immediata di Maria S.ma alla Redenzione oggettiva viene espressa, innanzi tutto, nel parallelismo Eva-Maria. Fin da s. Giustino, Irenco, Tertulliano, la B. Vergine ci è stata costantemente presentata dai padri, dai dottori e scrittori ecclesiastici come la nuova Eva, riparatrice della prima, in quel modo stesso con cui s. Paolo ci aveva presentato Cristo come nuovo Adamo, riparatore del primo. Ciò posto, dalla S. Scrittura (Gen. 3, 1-13; Eccli., 25, 33) risulta che Eva fu causa morale e diretta della nostra rovina, poiché indusse Adamo ad acconsentire al peccato. Altrattanto si deve dire di Maria. Ella sapeva che al suo libero consenso erano state legate, per libera disposizione divina, le sorti stesse dell'umanità, ossia la sua salvezza. Dando perciò questo consenso diveniva cooperatrice immediata, ossia causa morale e diretta della Redenzione del mondo.Certo sono i meriti e le soddisfazioni congede di Cristo che hanno operato la nostra Redenzione e che ci vengono applicati, poiché i meriti e le soddisfazioni congrue di Maria traggono tutta la loro efficacia corredentrice dai meriti e dalle soddisfazioni congede di Cristo. Con ciò però non si escludono i meriti e le soddisfazioni congrue di Maria, e non già ad simpliciter esse ma soltanto ad melius esse della Redenzione, affinché cioè il piano della Redenzione fosse analogo al piano della prevaricazione.
Per questo i SS. Padri, i dottori e gli scrittori ecclesiastici, oltre a paragonare Maria ed Eva, attribuiscono immediatamente ad Eva la nostra rovina con tutte le sue conseguenza, ed a Maria la nostra salvezza, con tutti gli effetti della medesima: la placcazione della divina giustizia, la nostra riconciliazione con Dio, la soddisfazione per il peccato originale, il merito della Grazia, la liberazione dalla schiavitù del demonio, la riapertura della porta del cielo (cf. Roschini, op. cit., pp. 304-309): ciò non si spiegherebbe senza una cooperazione prossima, immediata alla Redenzione.
VI. L'ELABORAZIONE DELLA RAGIONE
La cooperazione o causalità redentrice di Cristo (Sum. Theol., 3ª, q. 48), fu a modo di merito, di soddisfazione, di sacrificio, di redenzione e di efficienza. Maria cooperò alla Redenzione: 1) a modo di merito, poiché nel suo libero consenso all'Incarnazione redentrice, si riscontrano tutte le condizioni richieste per il merito, cioè la carità, l'opera buona liberamente compiuta e la preordinazione divina; 2) a modo di soddisfazione, poiché con la sua libera sottomissione, manifestata con il suo consenso, a tutta una vita di grandi dolori, animata dalla più ardente carità, compensò, per quanto le fu possibile (ossia almeno de congruo) il piacere che spinse i nostri progenitori alla ribellione a Dio con il peccato; 3) a modo di sacrificio, ossia al sacrificio con cui Cristo, per riconciliarci a Dio, meritò e soddisfece per il genere umano, in quanto che Ella offrì il suo Figlio, rinunziando, fin dal momento stesso in cui li acquistò, ai diritti materni ch' Ella aveva su di Lui, per la Redenzione del mondo. Con ciò, tuttavia, non meritò di essere chiamata Sacerdote in senso proprio e formale; 4) a modo di redenzione, poiché con l'offerta meritoria e soddisfattoria della Vittima divina, sulla quale aveva, come si è già detto, diritti materni, partecipò al versamento del prezzo con il quale il genere umano è stato redento. Fu il suo libero consenso, infatti, che determinò, per disposizione divina, il versamento stesso del prezzo per la nostra Redenzione; 5) a modo di efficienza, poiché la sua partecipazione alla Redenzione, come il compimento della medesima parte di Cristo, essendo stata preordinata da Dio per tale scopo, non poteva rimanere senza effetto.Ma oltre alla elaborazione teologica del fatto o realtà della cooperazione immediata alla Redenzione, la ragione,
basandosi sulla Rivelazione, scioglie anche varie difficoltà
mosse contro di essa.
A chi obietta che, secondo l'insegnamento perenne
della Chiesa, Cristo solo ci ha redento, si risponde di-
stinguendo tra la Redenzione principale, universale e per
se stessa sufficiente, e la Redenzione secondaria, dipen-
dente, per se stessa insufficiente. La prima, tutta propria di
Cristo, non esclude la seconda, propria di Maria. Siccome
poi la seconda dipende e trae il suo valore dalla prima, si
può semplicemente parlare, come effettivamente si è fatto
e si fa ancora, della prima senza parlare della seconda.
Del resto, se l'unicità del Redentore dovesse prendersi
nel senso di esclusione di qualsiasi cooperazione immediata,
ne seguirebbe che sarebbe da escludersi non solo la coope-
razione immediata alla Redenzione oggettiva, ma anche
la cooperazione immediata alla Redenzione soggettiva am-
messa da quelli stessi che propongono la suddetta obie-
zione.
A chi obietta che la Madonna fu anch'essa redenta,
e perciò non potè essere C. (poiché sarebbe stata, nello
stesso tempo, effetto e causa) la ragione risponde che la
cooperazione di Maria fu ordinata alla Redenzione degli
altri, e non già alla propria Redenzione. Cristo, perciò,
prima redense Maria (la quale forma da sola un ordine a
sé, superiore a quello in cui si trovano tutti gli altri)
Redenzione del tutto speciale, ossia preservativa (non li-
berativa, come gli altri) e poi, insieme a Maria, redense
tutti gli altri. Cristo, infatti, poté porre il medesimo atto
redentivo (senza il bisogno di ammettere due atti distinti
di Redenzione o due Redenzioni) con doppia intenzione e
con doppio effetto, l'uno dei quali riguardava soltanto
Maria, e l'altro, insieme alla cooperazione di Maria, tutto
il resto del genere umano. Essendo redenta da Cristo,
con priorità di natura (o logica) prima e in modo diverso
da tutti gli altri, Maria poté con simultaneità di tempo
(ossia nel medesimo istante di tempo) cooperare con Cri-
sto alla Redenzione di tutti gli altri. La Vergine quindi
può essere salutata con diritto, in senso stretto, C. del ge-
nere umano, e perciò si è meritata, in ogni tempo, l'ardente
gratitudine di tutta l'umanità.
BM

Correggio, Antonio Allegri - S. Antonio abate. Napoli, museo Nazionale.
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