CORSI. - È, per ampiezza, la quarta isola del Mediterraneo, estesa, tuttavia, meno della metà delle due maggiori (8722 kmq.). Fa sistema, geografica-mente, con la Sardegna vicina, dalla quale la divide un angusto (12 kmq.) braccio di mare (Bocche di Bonifacio). È quasi tutta montuosa, con notevoli differenze d'aspetto. L'interno è percorso da alpestri giogiaie, che culminano a 2710 m. nel M. Cinto. Il clima, marittimo temperato nelle regioni litorane, si fa meno mite o addirittura eccessivo man mano ci si allontana dal mare; le piogge, dovunque sufficienti ai bisogni agricoli (800-900 mm. annui), sono maggiori sul lato che guarda al Tirreno.
La vegetazione spontanea, in cui dominano la foresta e la macchia, ha fatto posto alle colture su estensioni relativamente limitate e diminuite di non poco nell'ultimo ventennio. Sia la pastorizia che l'agricoltura non dà tanto quanto pur potrebbero per scarsità di mano d'opera, mancanza di capitali, tecnica arretrata e difetto di provvidenze governative (bonifiche). Castagne, olio d'oliva, cedri e frutta sono i prodotti più notevoli. Scarsa importanza ha la pastorizia, quasi del tutto trascurata la pesca, e pressoché inesistente l'industria.
La popolazione, raddoppiata negli ultimi 150 anni, ammonta (1946) a 268 mila ab. (333 mila nel 1936), ciò che corrisponde ad una densità media di 30 ab. a kmq. (31 nella provincia di Nuoro, ma 43 nel complesso della Sardegna). I soli due centri urbani notevoli sono Bastia (32 mila ab.), Ajaccio (31 mila ab.).
La C. è francese dal 1768. Gli Italiani, che figurano nei censimenti fra gli stranieri (3,4% del totale della popolazione), ammontano probabilmente ad oltre 10 mila.
II. DIOCESI E STORIA ANTICA
Non si hanno sicure notizie sulle origini del cristianesimo in C. Il vescovo Florenzio, dato da alcuni come l'evangelizzatore della C. e venerato nell'isola, fu forse un martire africano le cui reliquie sarebbero state trasportate nell'isola da profughi africani della persecuzione vandaliaca (Lanzoni, I, pp. 699 e 1097).Il Lanzoni ritiene che il cristianesimo sia giunto nell'isola attraverso marina, soldati e liberti. La flotta del Miseno aveva in C. due stazioni: Aleria e Mariana tutte e due sulla costa orientale; nell'interno, al tempo di S. Gregorio (597), i monti della diocesi di Aleria erano ancora abitati da pagani; il papa Gregorio Magno fece erigere sul Nigueno una chiesa e un battistero (Jaffé-Wattenbach, 1488).
Allo stesso tempo cinque erano le diocesi dell'isola, tutte sulla costa. Sulla; costa orientale erano le diocesi di: Mariana, sul fiume Golo, il suo primo vescovo sicuro è dell'a. 649. Aleria, alla foce del Tavignano, era nell'anno 591 «i amdiiu pontificatu destituto» (Jaffé - Wattenbach, 1146), in quell'anno vi fu trasferito Martino vescovo di Taina; a lui successe Pietro (ibid., 1402). Taina, poco lungi da Aleria, invasa e saccheggiata nel 591 mentre vi era vescovo Martino. Sulla costa occidentale: Ajaccio che nel 601 era da molto tempo senza vescovo (Jaffé-Wattenbach, 1850); Saona la quale nell'a. 591 era pure senza pastore.
Patrona della C. è S. Giulia, segnalata dal Martyrologo Geronimiano al 22 maggio: in C. insula passio sanctae Iuliae; la sua passio non ha valore (BHL, 4516-17); è forse una martire d'origine africana, le cui reliquie furono forse traslate nella stessa occasione di quelle di S. Florenzio.
Le altre due martiri venerate in C., Annanza e Laurina, non sono ricordate nelle fonti agiografiche.

III. STORIA MEDIEVALE E MODERNA
All'aprirsi del medioevo si vede l'autorità pontificia interessarsi di opere pubbliche anche in C., come sul continente italiano. Gregorio Magno aprì strade, trasformò i conventi in fortili per la difesa del popolo trascurata dalle autorità governative. Nel 774, confermata da Carlomagno la donazione di Pipino, la C. passò a far parte di essa, di nome, se non di fatto. Sotto i Franchi si ebbero frequenti incursioni deiSaraceni che funestarono a lungo l'isola, sin verso la metà del sec. XI, quando le forze unite delle due Repubbliche marittime di Pisa e di Genova valsero ad allontanare il grave pericolo. Nel 1078 Gregorio VII, riconfermando sulla C. la sovranità pontificia, diede poteri di legato al vescovo di Pisa, provocando la gelosia e il malcontento della Repubblica di Genova. Così, nei due secoli seguenti (XII e XIII), la C. rappresentò una delle principali cause della discordia tra le due Repubbliche che si combattevano aspramente per il dominio dell'alto Tirreno, sino a che nel 1284, nella battaglia della Meloria, i Genovesi inflissero ai Pisani una tremenda e irreparabile sconfitta. Ma, irato della politica antiguelfa delle due Repubbliche rivali, il papa Bonifacio VIII conferì i regni di C. e Sardegna a Giacomo II, re d'Aragona, che peraltro non poté subito muovere alla conquista ed occupazione delle due isole.
Nei secc. XIV e XV lotte di grandi e di popolani con alterne vicende funestarono la C., provocando, volta a volta, l'intervento di vari Stati e principi, anche del pontefice Eugenio IV che nel 1446 vi mandò un proprio legato e un corpo di milizie. Per uscire da una situazione difficile e precaria, nel 1453 i Corsi si rivolsero al Banco di S. Giorgio, cui Genova cedette i suoi diritti di sovranità e che dopo fieri sforzi riuscì a colpire mortalmente la feudalità locale e a conservare il suo dominio nell'isola sino all'epoca della dura contesa tra la Francia e Filippo II di Spagna. Allora, sotto la condotta di Sampiero Corso, prode e valente capitano, i Corsi si ribellarono a Genova, alleata degli Spagnoli e presero le armi in favore dei franco-turchi: la pace di Cateau-Cambrésis, però, costrinse i Francesi a sgombrare il territorio occupato e la C., dopo altri tentativi di ribellione, e dopo l'uccisione in un'imboscata di Sampiero (1567) ritornò sotto il pieno dominio di Genova.
Da allora la Repubblica cercò di riorganizzare amministrativamente l'isola e di ristabilirvi l'ordine, la quiete, la disciplina ecclesiastica profondamente turbate dalla guerra, dalle agitazioni intestine nonché dalla prolungata assenza dei vescovi. Vi concorse naturalmente anche la S. Sede: già prima Giulio III, in pieno accordo con s. Ignazio di Lojola, aveva mandato in C., con il titolo di visitatore apostolico il p. Silvestro Landini, gesuita, che vi predicò con molto frutto, provocando una straordinaria conversione del popolo; poco più tardi, nel 1570, Pio V nominò vescovo di Aleria s. Alessandro Sauli che vi rimase per venti anni, prodigandosi nell'assolvere i suoi doveri pastorali, adoperandosi soprattutto a spegnere le inimicizie e infondendo negli animi sentimenti di vera vita cristiana. Più tardi ancora, nel 1595, Clemente VIII, su richiesta della Repubblica di Genova, vi mandò vari missionari, e sei anni dopo, due visitatori apostolici della stessa Compagnia di Gesù: dietro loro suggerimento, nel 1602, venne decisa l'apertura di un primo collegio a Bastia, e nel 1617 di un secondo, ad Ajaccio.
Per oltre un secolo e mezzo, la C. si mantenne quieta o rassegnata sotto il governo genovese; ma nel 1729, per il modo esoso della riscossione di una tassa, ricominciavano le rivolte della popolazione contro le autorità costituite: negli anni seguenti una dieta a Corte (1735) dichiarava sciolta l'isola da ogni dipendenza politica della Repubblica e proclamava quale suo protettrice l'Immacolata Concezione della Vergine Maria. Si ebbero allora vari governi cosiddetti nazionali, l'ultimo dei quali capeggiato da Pasquale Paoli, l'eroe della indipendenza corsa, dal 1755 al 1769, fino a che rimase sconfitto da un esercito del re di Francia, cui Genova aveva fatto piena cessione di tutti i suoi diritti sull'isola (v. PASQUA).
Dopo la conquista, la C. fu sottoposta a un regime militare e ridotta all'obbedienza: solo vent'anni dopo, il 30 nov. 1789, l'Assemblea nazionale di Parigi la sottoponeva alla legge comune e la dichiarava senz'altro unità alla Francia, cioè facente parte del territorio nazionale. Più tardi, il Concordato del 1802 ridusse le cinque diocesi isolane a una sola, con sede ad Ajaccio. In epoca molto recente, cioè al tempo di papa Pio X e del card. Merry del Val, vi furono trattative tra la S. Sede e il governo francese per addivenire alla divisione dell'isola in almeno due diocesi, reclamata dalle sue stesse condizioni geografiche e già erano approdate a buon punto, quando varie ragioni, tra cui principalmente la rottura diplomatica tra le due parti, mandarono tutto a monte.
Ad Ajaccio si trova un santuario della Madonna della Misericordia, la quale apparve a Savona nel 1636, ed è la patrona della capitale corsa.
A Cargese esiste tuttora una parrocchia di rito bizantino, le cui vicende sono state assai tormentate. I Genovesi, infatti, trasportarono dal Peloponneso nel 1676 una colonia di Greci a Paonia; da questo villaggio, essa fu cacciata ad Ajaccio e nel 1775 trasportata a Cargese. Vedi tav. XXXIII.
sezioni corrispondenti alle varie materie e ai vari periodi stori, comprende anche opere manoscritte e documenti inediti; le opere relative alla storia ecclesiastica sono comprese tra le pp. 587-617).
IV. FOLKLORE DELLA C
I singolari aspetti del folklore, che rendevano così pittoresca la C. dell'Ottocento, vanno attenuandosi o scomparendo. Tra gli elementi del costume maschile è ancora rimasta la «berretta misgia», ora di semplice panno, arrotondata alla cima e ripiegata da un lato: stanno invece scomparendo il «pione» che ai tempiedi Tommaseo era un «gabbano di pelo di capra» e i calzari di strisce di cuoio intrecciate al collo del piede e sotto la pianta. Così ora le donne del popolo vestono abitualmente di nero; ma nel secolo scorso avevano costumi a colori vivaci, che comprendevano il «bustu», «a rota» (ampia gonna a pieghe fitte) e «u scurzale» (grembiule spesso ricamato), «u mandile» (fazzoletta da capo) o «a faldetta» (sottanella legata in cintura e rovesciata sulla testa). La cerimonia del fidanzamento, che si chiama tuttora l'«abbraccio» o l'«amicizia» si svolgeva secondo graziose pratiche tradizionali; ma ben più vive sono tuttora le usanze funebri, di antichissima impronta. Le manifestazioni di dolore, assai violente, fanno parte del rito, che presenta varietà nei diversi luoghi; in esso il lamento funebre («vòcero»), è fonte di poesia in cui il dolore materno e familiare trova accenti della più forte drammaticità. Nel «vòcero» con immagini espressive e metafore originali si esaltano le virtù del morto, se ne piange la giovinezza stroncata, o la vita spesa nel duro lavoro campestre. Spesso i «vòceri» sono anche canti di vendetta in quanto con essi le donne spronano i parenti più stretti a vendicare il morto (se per morte violenta). Tale uso che dava luogo a una catena interminabile di omicidi e alimentava il banditismo, è ormai scomparso: sulla vendetta corsa si è fatta forse un po' troppa letteratura di colore. E così dicasi del banditismo, che trovava la sua ragione in particolari condizioni psicologiche, storiche e ambientali, che si vanno rapidamente evolvendo. Spariscono così anche i canti dei banditi, che costituiscono un particolare settore alla poesia popolare corsa, mentre strambotti, ninne-nanne e canti infantili, brindisi, ecc., trovano perfetta corrispondenza con analoghi canti della Toscana, forse da questa importati dai boscali lucchesi nelle loro emigrazioni stagionali nelle montagne corse. Tuttavia il fondo più antico delle usanze, nel suo complesso, ci richiama a stretta affinità con il folklore della Sardegna. Nelle chiese e in particolare in quelle dell'interno dell'isola, alcune preghiere si fanno costantemente in lingua italiana (Rosario, Via Crucis, canti religiosi); il che accade pure in molti luoghi per le prediche. Il dialetto è sempre parlato dalla maggior parte degli abitanti anche da quelli che da parecchi anni sono stabiliti in Francia. C'è da ricordare che nel santuario di «La Santa» (Calacuccia), l'8 sett. ha luogo una caratteristica processione di soli uomini, che si snoda a mo' di chiocciola e che si chiama la «granitola».Pisa 1935; P. Toschi, Poesia e vita di popolo, Milano 1946, pp. 155-63.
