CRESCENZI, FAMIGLIA. - Insigne casato romano che primeggiò tra la metà del sec. X e il principio dell'XI nelle vicende della città, partecipando successivamente, con i suoi rami degli Stefaniani e degli Ottoniani, anche a quelle della Sabina e della Marittima.
In un placito del 902 presso S. Pietro compaiono insieme tra i giudici laici un Teofilatto e un Crescenzio, i capostipiti delle due famiglie che si succedono poi nel predominio su Roma e nello stesso papato. E Crescenzio fu dei maggiorenti che fecero corona al senator omnium Romanorum, Teofilatto. Egli ricompare, benché il divario d'anni non possa darne assoluta certezza, in un altro placito, tenuto dal princeps Alberico, quarant'anni dopo. Poi, per molti anni, nei documenti non c'è traccia della famiglia. Ma da quel Crescenzio dovettero discendere due rami: rappresentato l'uno da Giovanni, marito della figlia di Teofilatto, Teodora II, e padre a sua volta di un altro Giovanni, di Teodora III, di Crescenzio de Theodora, di Marozia II, e di Stefania; l'altro da Crescenzio a caballo marmoreo, padre di Teodoranda, che fu sposa del conte della Campagna, Benedetto, seguace di Alberico II.
Secondo Liutprando, Crescenzio a caballo marmoreo, cioè del Quirinale, ove presso il gruppo statuario dovette avere le sue case, compare in un'assemblea convocata nel 963 da Ottone I per giudicare il fuggiasco pontefice teofilattiano, Giovanni XII. Una rivalità in-
sorta con la maggiore famiglia aveva tratto i C. a schierarsi col partito imperiale. Il casato innalzò la sua potenza; riuscì, nel 965, a insediare papa uno dei suoi, GIOVANNI, che fu Giovanni XIII; con l'appoggio del duca di Napoli Giovanni III, vedovo di Teodora III, represse la rivolta del nuovo conte della Campagna, Roffredo di Veroli, e del prefetto della città, Pietro, mentre poteva ingrandirsi per il favore del suo pontefice, che concedeva alla sorella Stefania la città e il contado di Palestrina e al figlio di lei, Benedetto, il comitato di Sabina. Morto nel 972 Giovanni XIII e dopo poco Ottone I, CRESCENZIO de Theodora, postosi a capo del partito popolare, faceva strangolare Benedetto VI, eletto papa nel frattempo, sostituendolo nel 974 con una sua creatura, Bonifacio VII. Ma quando questi fuggi (980) dinanzi all'ira di Ottone II e gli successe Benedetto VII, Crescenzio de Theodora non fu travolto nella rovina ch'egli aveva cagionata, anzi addivenne ad una conciliazione con Benedetto VII e forse anche con Ottone II, finché non finì nel 984 monaco, in S. Alessio sull'Aventino.
La maggior potenza raggiunsero in Roma i C. con GIOVANNI detto Nomentano forse dal luogo dei suoi maggiori possedimenti, figlio di Crescenzio de Theodora. Profittando della reggenza di Teofano, madre di Ottone III, il Nomentano favorì il ritorno di Bonifacio VII da Costantinopoli rendendosi complice della deposizione e dell'uccisione di Giovanni XIV (984), e si proclamò patrizio. Morto Bonifacio VII, il Nomentano ottenne da Teofano e da Giovanni XV il comitato di Terracina per il fratello Crescenzio. Morta però l'imperatrice, il Nomentano ritornò alla politica antigermanica. Alla prima venuta di Ottone III nel 996 egli fu spogliato della sua dignità e ridotto alla condizione di privato cittadino. Riprese però la lotta dopo la partenza di Ottone e fece creare pontefice Giovanni XVI (v.); ma Ottone III, ritornato a Roma, fece deporre ignominiosamente l'antipapa, assediò in Castel S. Angelo il Nomentano, e, presolo, lo fece decapitare sugli spalti del castello (29 apr. 998).
La fortuna dei C. risorse dopo la morte di Ottone III, quando nel 1006 divenne patrizio GIOVANNI C., figlio del Nomentano. Ancor più dei predecessori, questi si volse ad ingrandire i suoi, specie in Sabina, ai danni di Farfa. Ma, diversamente dal padre, seppe conservarsi in buona armonia, nei dieci anni che durò il suo patriziato, con i pontefici Giovanni XVIII e Sergio IV e con l'Impero, retto allora da Enrico II. Tuttavia, se sotto gli indubbi segni di ossequio, si manteneva la tendenza autonomistica, come mostrano gli ostacoli frapposti all'incoronazione romana dell'Imperatore e le intelligenze corse con re Arduino, Giovanni C. poté morire in silenzio, tra il maggio e il giugno del 1012. Finito con lui il primato dei C. in Roma, i rami superstiti degli Stefaniani e degli Ottaviani durarono ancora a contrastare la crescente potenza di Farfa e dei Tuscolani. Ma nel 1022 gli Stefaniani si dovettero piegare all'alleanza dei rivali più potenti, mentre gli Ottaviani continuavano, contro i Tuscolani e gli Stefaniani, la lotta, che doveva recarli nel 1044 ad avere, in Silvestro III, un loro papa. Nella seconda metà del sec. XI il casato è in aperto declino: sul principio del sec. XII, nelle lotte romane suscitate con i Corsi in sostegno dell'antipapa Maginolfo contro Pasquale II, i C. fanno la loro ultima modesta ricomparsa nella sempre più agitata vicenda cittadina, in cui ormai il primato è passato alle famiglie dei Frangipane e dei Pierleoni.