DE DUZIONE

DE DUZIONE. - Può intendersi diversamente: a) In senso generico, che è anche quello immediatamente suggerito dal termine, d. è il processo di ragionamento per cui da una o più proposizioni si passa a una nuova proposizione in quelle formalmente contenuta, in virtù di un legame o connessione logica. Così intesa la d. abbraccia ogni specie di ragionamento formale, tale cioè in cui la conclusione deriva per necessità di conseguenza logica dalle premesse. b) In senso più ristretto e d'uso abbastanza comune, s'intende per d. il processo di ragionamento che va da principi universali a verità particolari; INDUZIONE (v.), che procede da fatti particolari a principi universali; e costituisce il momento principale del processo sintetico, come, a sua volta, l'induzione di quello analitico (v. PSICANALISI). c) Infine, poiché la forma più tipica del ragionamento dall'universale al particolare è il sillogismo comune, la d. vien talora identificata, assai inesattamente però, sillogismo (v.).

Il senso ristretto b) e c) prende le mosse da Aristotele in cui ἰασθένειζις (sillogismo dimostrativo, e, talora, sillogismo in genere) è affermata universalmente come d. del particolare dall'universale e contrapposta a induzione: ἀσθένειζις e ἐπαγωγή costituiscono appunto, secondo Aristotele, le due forme essenziali dell'apprendere umano, e vanno, la prima dall'universale al particolare, la seconda, inversamente, dal particolare all'universale (Anal. pr., II, 23, 68 b 13; Anal. post., I, 18, 81 a 40). Quest'identificazione aristotelica di d. con sillogismo dimostrativo è radicata nella funzione metafisica ch'egli attribuisce all'universale, come principio essenziale del particolare e del concreto: il processo quindi di d. del particolare dall'universale è anche la via della dimostrazione, ossia cognizione scientifica del particolare ricondotto all'università del concetto. L'opposizione fra le induzione nel senso aristotelico non ha tuttavia valore assoluto. Il tipo di d. matematica può infatti procedere dal particolare all'universale come, ad es., quando da una proprietà riferente a un caso determinato si trae con processo logico apodittico la formula generale in cui il caso è contenuto.

Kant, partendo dalla particolare accezione del termine nel linguaggio giuridico, chiama d. trascendentale la spiegazione del modo con cui i concetti a priori o forme pure dell'intelletto si riferiscono all'esperienza e hanno valore per essa. A differenza della d. empirica che mostra soltanto come si acquista un concetto per mezzo dell'esperienza, la trascendentale è una legittimazione, in base alla struttura a priori della ragione, dell'uso oggettivo delle categorie. Essa si fonda, secondo Kant, sul principio che i concetti puri debbono essere riconosciuti come le condizioni a priori della possibilità dell'esperienza e dei suoi stessi oggetti (cf. Critica della Ragion pura, Bar 1940, parte 1, pp. 119-28).

La d. intesa come processo di svolgimento sintetico da principi universali, ha un compito essenziale nelle scienze razionali (filosofia, matematiche, ecc.), e integrativo, ma ugualmente importante nelle scienze fisiche, nonostante i ripetuti tentativi di svalutazione da parte dell'empirismo. Pur valendo principalmente come me-

todo di prova e di ordinamento scientifico, per cui si pone in luce la concatenazione logica dei concetti e dei giudizi, essa rivendica un valore intrinseco curistico e estensivo della conoscenza. Se infatti è vero che le verità particolari sono oggettivamente contenute nei principi universali, tuttavia esse non si rivelano al pensiero se non attraverso la fecondità dello sviluppo deduttivo (v. SILLOGISMO).

BIBL.: D. Roustan, Déduction et induction, in Revue de métaphysique et de morale, 19 (1911), pp. 579-592; L. Rougier, La structure des théories déductives, Parigi 1921; A. Lalande, s. V. in Vocab. de la philosophie, 5a ed., 1914, pp. 195-98 (redazione nuova della voce in confronto delle edizioni precedenti). Per Kant, Critica della ragion pura, I, trad. ital. di G. Gentile, Bari 1940, pp. 119-54.