DISPRAZIONE

DISPRAZIONE - La d. Affresco di Giotto (1305-1308), Padova, cappella degli Scrovegni.
DISPRAZIONE - La d. Affresco di Giotto (1305-1308), Padova, cappella degli Scrovegni.

peccaminose abitudini contratte e al bene da compiere. Segno ed insieme effetto di tale atteggiamento è l'abbandono di ogni pratica religiosa, di ogni lotta contro il male, di ogni sforzo verso il bene, come cose giudicate ormai inefficaci ed inutili a realizzare il disperato desiderio della salvezza.

Molto diversa dalla d. è la pusillanimità che spesso si riscontra nella pratica religiosa di persone sensibili, derivante non dalla sfiducia nella miseriordina, onnipotenza e fedeltà di Dio alle sue promesse, ma soltanto dalla sfiducia nella propria cooperazione alla Grazia; cooperazione, che nella speranza agisce come condizione, alla quale Dio ha legato l'efficienza della sua promessa bontà e onnipotenza nel concedere la salvezza ed i mezzi di meritarla. Tale sfiducia nella propria cooperazione nasce in queste anime da erronei preconcetti sulla necessità ed efficacia della medesima, o più spesso da delusioni ed insuccessi, più o meno colpevoli, nella propria esperienza etico-religiosa, ovvero anche da innata timidezza e mancanza di fiducia in tutte le proprie aspirazioni, anche naturali, e non soltanto in queste aspirazioni della speranza soprannaturale.

Molto diversa dalla d. teologica è pure quella forma di d. a carattere patologico, che si riscontra nell'individuo ogni volta che, per effetto di qualche disturbo fisico o psichico, cade in profonda malinconia angosciosa, disprezza se stesso senza fondamento e si ritiene dannato pensando, senza ragione, di commettere o di aver commesso colpe talmente atroci, da non poter trovar perdono presso Dio. La diagnosi e la cura di tale stato d'animo spetta alla psichiatria, non alla religione.

È per se stesso evidente, che la d. nel senso spiegato è in opposizione diretta e positiva alla speranza: in opposizione diretta, perché ne colpisce l'essenza stessa, opponendo alla fiducia nelle promesse di Dio, la sfiducia nelle stesse; in opposizione positiva, perché questa sfiducia non è soltanto mancata aderenza della volontà alle divine promesse, ma è atto di volontà che ne rifiuta l'accesso.

Moralmente pure la d. si oppone positivamente alla speranza: perché, come la speranza con la fiducia nelle promesse di Dio ne onora la bontà, l'onnipotenza e la fedeltà, così la d., con la sfiducia nelle sue promesse, l'offende negli stessi attributi. Perciò la d. è per se stessa sempre colpa gravissima; e perché ci siano colpe più gravi, questa è la più pericolosa; ma ordinariamente, come si è detto sopra, si cade in d. per sfiducia nella propria cooperazione, ovvero per stanchezza nel rinnovare gli sforzi contro interverte cattive abitudini, sempre rinascenti sotto i colpi di una lotta a lungo continuata.

La d. è finalmente in diretta opposizione alla speranza, in quanto esclude, distruggendola, la virtù della speranza, infusa nell'atto del Battesimo, quale permanente dotazione dell'anima deificata in Cristo (v. Speranza).

BIBL.: A. Piscetta-A. Gennaro, Elementa theologica moralis, II, Torino 1920, nn. 52-53; E. Génécot-J. Salsmans, Institutiones theologica moralis, I, Bruxelles 1946, n. 208; G. M. Conlon, De certitudine spei secundum s. Thomam. Fontes et doctrina, Washington 1947, passim; R. Bernard Donna, Dispari and hope, a study in Langland and Augustine, 1948, pp. 1-73. Leonardo Azzollini