DJEMILA (arabo Gemilah). - È l'antica Cuicil, città della Numidia presso il confine con la Mauritania. Nella località, già abitata da nuclei di popolazione indigena, Nerva dedusse una colonia di veterani, che fiori rapidamente così da divenire, già alla metà del 11 sec., un centro urbano di una
certa importanza; gli scavi ne hanno rimesso in luce una notevole parte, sì che essa può considerarsi oggi uno dei maggiori campi archeologici dell'Africa romana.
Il cristianesimo vi dovette essere predicato nel corso del II sec. e farvi numerosi proseliti: alla metà del III sec. si trova già costituita una sede episcopale: un vescovo cuiculitano Pudentianus partecipa infatti al Con-
cilio tenuto a Cartagine nel 256 sotto la presidenza di Cipriano; un altro vescovo Elpidophorus è presente al Concilio cartaginese del 348. Nell'intervallo la Chiesa cuiculitana doveva avere risentito l'effetto delle persecuzioni; in varie iscrizioni della città sono ricordati nove martiri: un Claudio, celebrato il 1° ott.; altri sette: Arensi, Aurelio, Donato, Emiliano, Sola, Teodosio e Vittoria il 5 marzo o maggio; infine un Pascenzio della cui festa non è nota la data: poiché nessuno di essi è ricordato nei martirologi non è da escludere che alcuni siano stati martiri donatisti. Anche Cuicul infatti
fu travagliata dallo scisma: nel 411 il vescovo cattolico Cresconio, il cui nome è legato, come si vedrà, alla costruzione di vari edifici, dichiarava al Concilio di Cartagine che il suo avversario donatista era morto da poco. Un altro vescovo di Cuicul, Vittore, figura tra le vittime della persecuzione di Unnerico nel 484; l'ultimo di cui si ha ricordo è il Crescente che partecipa al Concilio di Costantinopoli del 553; quanto ancora vivesse la comunità cristiana della città, non è noto, ma è probabile che, come per lo più nel resto dell'Africa, essa venisse meno subito dopo le prime invasioni arabe della seconda metà del sec. VII.
Gli edifici cristiani sorsero, come di frequente, fuori del centro della città già occupato dai due fori, quello più antico e quello aggiunto al tempo dei Severi, e dai loro annessi; di due chiese, che sorgevano l'una a nord-ovest e l'altra ad est, restano solo le tracce: della prima, nell'iscrizione dei sette martiri già ricordati, dell'altra in alcuni frammenti architettonici, pure segnati con nomi di martiri: vicino a quest'ultima si stendeva forse anche un cimitero.
A sud-est invece è stato rimesso in luce tutto un vasto e notevole insieme di edifici costituito da due basiliche, una cappella, un battistero (oltre, forse, alle tracce di un battistero più antico), e una grande casa, in cui probabilmente si deve riconoscere la residenza del vescovo; è uno di quei complessi di cui si trovano esempi analoghi sia in altre città dell'Africa (Teveste), sia fuori (Salona, Cimitile).
Gli edifici non sorsero tutti naturalmente nello stesso tempo. Il più antico è la Basilica che si può chiamare, per le sue dimensioni rispetto all'altra, minore: è a tre navate divise da colonne, lunga (con l'abside) m. 35 e larga 16, con la fronte rivolta ad occidente: l'ultima parte della navata centrale era recinta per il coro, leggermente sopraelevato sul piano del resto della chiesa; questo era decorato di musaici a motivi geometrici e figurati (animali), e iscrizioni con il ricordo di coloro
che avevano contribuito alla decorazione; figurano fra essi un sacerdotalis e due tribuni. Una scala in fondo alla navata sinistra permetteva di accedere alla cripta ricavata sotto l'abside, più bassa di m. 3,50, e congiunta, mediante un corridoio, alla cripta della vicina basilica maggiore. La costruzione della chiesa può fissarsi al sec. IV.
La seconda basilica, adiacente alla prima verso sud, ma divisa da essa da una specie di stretta spianata scoperta, ha dimensioni molto più ampie: m. 39,50 x 28; ha lo stesso orientamento, ma è divisa in cinque navate da pilastri, cui nella navata centrale erano addossate colonne; sotto l'abside era la cripta, alla quale si accedeva, oltre che dal corridoio già detto, da una scala in fondo alla prima navata di sinistra. An-

Separata mediante una strada dalla basilica maggiore, ma con diverso orientamento e rivolgendo verso la prima l'abside, sorge la cappella, un modesto edificio di m. 19 x 11,50, a tre navate, molto mal conservato: altre costruzioni sono apparse sotto di essa, fra cui un tratto di muro circolare, in cui si può forse riconoscere l'avanzo di un battistero più antico.
Invece in ottimo stato di conservazione è il battistero, che si alza di fronte alla basilica minore con lo stesso orientamento, seppure non proprio sul suo asse: tale sua posizione potrebbe far sospettare che la sua co-
DJEMILA - D. M. S.
struzione dovesse ricollegarsi e reputarsi coeva a quella della basilica minore anziché della maggiore, come si crede comunemente. Esso è congiunto ad un edificio termale, di piccole proporzioni, ma completo nelle sue parti, destinato ad uso dei catecumeni: l'unico altro esempio di tale unione di battistero con bagni, noto nell'Africa, è quello di Tipasa.
Il battistero vero e proprio è costituito da una rotonda fra due ali rettangolari porticate. La prima, costituita in mattoni rivestiti all'interno da intonaco con ornati in stucco, ha un diametro di m. 11,50 ca. e comprende un corridoio circolare con due vestiboli e un ambiente centrale contenente la vasca battesimale, di forma quadrangolare, coperta da un baldacchino: nelle pareti del corridoio erano ricavate alcune nicchie; il pavimento era dovunque a musaico: sul bordo della vasca, pure a musaico, era una iscrizione allusiva al Battesimo.
A sud-ovest della basilica maggiore si distende quella che si suppone essere stata l'abitazione del vescovo, un ampio edificio a cui si accedeva da una larga strada porticata, e nel cui interno gli ambienti si raccoglievano intorno a due atri.
Tutto il complesso degli edifici era intramezzato e disimpegnato da strade e scale, che, mentre riscattavano i dislivelli del terreno fortemente ondulato, facilitavano l'accesso e il movimento della folla nelle diverse parti, prova di quella frequenza di fedeli, cui accenna l'epigrafe sopra ricordata.
Tra gli oggetti rinvenuti negli scavi sono due patene di bronzo con monogramma e una con l'acclamazione Deogratias, e un recipiente, pure di bronzo, forse un'acqua-santiera.