DROIDI E DRUIDISMO

DROIDI e DRUIDISMO. - Dal celtico druis (dru- accrescitivo e «tids veggente: «colui che è molto sapiente»); cf. irlandese sui, gallese syc nel medesimo significato), secondo alcuni; dal celtico trùa («aver confidenza»), «credere»), secondo altri; o, ancora, dalla radice indoeuropea di «quercia» (cf. greco δοῦς): corpo sacerdotale celtico basato su un reclutamento per cooptazione e un ammaestramento attraverso pratiche iniziatiche a carattere esoterico, (Cesare, De bello Gallico, VI, 14), incaricato di presiedere ai rapporti fra la popolazione e le divinità. Alla caratteristica originaria esoterica, che lentamente andò obliterandosi, il druidismo sostituì funzioni di ordine sociale e civile.

Circa l'origine del druidismo, S. Reinach, M. Pokorny, A. Grenier e altri credono di vedervi lo

sviluppo di un sacerdozio delle popolazioni autoctone di Gallia, Britannia, Scozia e Irlanda, alle quali risalgono le costruzioni megalitiche; l'Hubert, il Dumézil e altri, notando invece nel druidismo strettissimi contatti con simili sacerdozi indoeuropei, e che sarebbe difficile il verificarsi d'una supremazia degli autoctoni in fatto di religione uniformemente in Gallia, Britannia e Irlanda, propendono piuttosto a inserirlo nel quadro della religiosità indoeuropea. A queste due tesi estreme si deve aggiungere quella del D'Arbois de Jubainville che ritiene il druidismo portato in Inghilterra da quei primi Celti che, conosciuti con il nome di Goideli e Picti, si stanziarono nell'isola a una data compressa fra il 1300 e l'800 a. C. La dottrina druidica avrebbe quindi trovato la sua elaborazione nel corso del 10' millennio a. C., dall'unione delle credenze degli autoctoni con quelle dei Celti, e sarebbe giunta in Gallia nel corso del sec. III a. C. portata da quei Belgi, che, scacciati dalle loro sedi originarie dall'avanzare dei Germani, erano giunti, attraverso la Gallia, in Inghilterra e nell'Irlanda orientale, donde avrebbero riportato poi sul continente la dottrina colà appresa.

Article illustration

Gallia nel corso del sec. III a. C. portata da quei Belgi, che, scacciati dalle loro sedi originarie dall'avanzare dei Germani, erano giunti, attraverso la Gallia, in Inghilterra e nell'Irlanda orientale, donde avrebbero riportato poi sul continente la dottrina colà appresa.

A questa tesi è di suffragio il fatto che il druidismo appare solo fra i Celti d'occidente, e non tra quelli che, anteriormente al 200 a. C., si diffusero per tutta Europa, avendo come base di partenza l'occidente. La sola testimonianza sulla presenza d'un corpo sacerdotale celtico nella Gallia cisalpina anteriormente al sec. III (Livio, XXIII, 24), corpo sacerdotale interpretato da taluno come il druidico, non infrmeerebbe la validità della tesi, in quanto i rapporti fra l'una e l'altra sponda della Manica dovevano essere frequenti anche antecedentemente allo stanziamento dei Belgi. E, ancora, è da notare che la presenza del druidismo presso quelle bande che, a partire probabilmente dal sec. V, incominciarono, seguite da altre durante tutto il sec. III a. C., a invadere la penisola balcanica, sarebbe da escludere: il druinemeton, assemblea incaricata di giudicare i processi d'assassinio (Strabo, VIII, 5, 1), nonostante l'affinità fonetica e l'identità della funzione giuridica, non sarebbe, per ragioni filosofiche, da connettersi con l'istituto druidico. E, comunque, sembra logico che tale sacerdozio abbia trovato la sua origine in un sol posto: o in Inghilterra (disciplina in Britannia reperta atque in Galliam translata esse existimatur) (Cesare, De bello Gallico, VI, 13), donde i Celti l'avrebbero successivamente diffusa; o nell'insono dabile culla della razza celtica, ammettendo pure, per la seconda ipotesi, un centro europeo donde abbia avuto poi inizio la diaspora della dottrina.

Fonti letterarie per la conoscenza del druidismo sono autori classici greci e latini e gli scritti degli evangelizzatori dell'Irlanda. Ambedue i gruppi forniscono notizie non esaurienti; ma mentre il primo ha valore in quanto coevo al druidismo e rappresentando un compendio di notizie storiche e un onesto tentativo di interpretazione, il secondo, e per la diminuita importanza del druidismo ai tempi della diffusione del cristianesimo e per la comprensibile ostilità degli evangelizzatori, abbonda di travisamenti ed incastatezze, per cui può servire al massimo come termine di confronto.

Prescindendo da un trattato sulla magia, già attribuito a Aristotele, e dalla Successione dei filosofi di Sotione (in Diogene Laerzio), inficiato per scarsa attendibilità, solo con Cesare, Diodoro Siculo e Strabone si raccolgono testimonianze degne di fede. A questi (che si valevano anche delle notizie di Posidonio d'Apamea che aveva soggiornato intorno al 100 a. C. a Marsiglia e nella Gallia narbonese, sono da aggiungere Ammiano Marcellino, che, pur scrivendo nel sec. IV, attingeva a Timagene (anch'egli tributario di Posidonio), autore di una storia della Gallia scritta a. C. il 14 d. C., e molti altri.

Il corso d'ammestramento druidico aveva la durata di vent'anni (Pomponio Mela, III, 2, 19). I druidi praticavano inoltre un magistero di insegnamento cui partecipava tutta la gioventù delle classi privilegiate galliche. L'istituto era ordinato in classi, fondate su diversi gradi di cultura, di dignità ed anche, è da credere, di iniziazioni. Diodoro Siculo (V, 31) distingue i druidi in bardi, druidi e indovini: della medesima suddivisione fan fede Strabone (IV, 4, cap. 197, 4), che però parla di vati anziché di indovini, Ammiano Marcellino (XV, 9, 8) e le fonti irlandesi. A tutto il complesso «praeest unus» (Cesare, De bello Gallico, VI, 13; cf. la Vita tripartita di s. Patrizio) che, verosimilmente, presiedeva all'assemblea generale dei Carnuti, quando, in un certo periodo dell'anno, i druidi si raccoglievano in un luogo considerato sacro (Cesare, De bello Gallico, XVI, 13). Tale riunione si svolgeva forse in una foresta (Pomponio Mela, III, 2, 19; Lucano, Pharsalia, 447-48; Plinio, Nat. hist., XVI, 249), che i moderni individuarono in quella di Orléans sul corso della Loira, o a Dreux, o a Chartres.

Ancora all'epoca di Cesare i druidi rappresentavano una classe privilegiata (De bello Gallico, VI, 14): erano esclusi del servizio militare e dal pagamento delle tasse. L'esenzione dal servizio militare piuttosto che come un veto religioso presente anche presso altri corpi sacerdotali, tra i brahmani, ad es., può apparire come riconoscimento della funzione intertribale dei druidi che li rendeva estranei alle lotte intestine e li poneva in grado di sottoporre, eventualmente, un dato popolo a giudizio, o di intervenire nel mezzo d'una battaglia a separare i combattenti (Cesare, De bello Gallico, VI, 13; Strabone, IV, 4, 4; Diodoro Siculo, V, 31, 5).

I druidi avevano anche funzioni di giudici nelle controversie, nelle cause di omicidio, di eredità, di confini. Chi non rispettava la loro sentenza era interdetto dai sacrifici, pena che comportava l'esclusione dalla società (in Irlanda l'esercizio della giustizia spettava ai «fili», corrispondenti ai vati della Gallia). Inoltre essi avevano il potere di nominare il re o altri magistrati (Cesare, De bello Gallico, VII, 33).

Quale attività spiccatamente religiosa i druidi avevano quella di assistere ai sacrifici (Diodoro Si-

culo, V, 31, 3; Strabone IV, 4, cap. 198), praticati nell'intento di procurarsi maggiori raccolti: motivo agrario cui non era estraneo il costume dell'exercito, per la quale i Celti tendevano a distruggere con il fuoco, il ferro o l'acqua tutto il bottino. Cesare (De bello Gallico, VI, 16) e Strabone (IV, 4, 189) parlano d'un colosso intessuto con erbe e fieno, ripieno d'uomini al quale si dava fuoco. Vittime del sacrificio erano i criminali, ma, in mancanza d'essi, si ricorreva agli innocenti, forse prigionieri di guerra. Prima di essere sacrificate le vittime erano manute in vita per cinque anni: o per dar modo ai parenti di procurarsi la somma necessaria per il riscatto o perché i sacrifici erano quinquennali. Le immolazioni erano fatte anche colpendo le vittime con frecce o crocefuggendole (Strabone, IV, 4, 198). I sacrifici avevano anche scopo divinatorio attraverso le convulsioni delle vittime umane o dal modo di colare del sangue (Diodoro Siculo, V, 31, 2-5; Strabone, IV, 4, 198). Si sacrificava inoltre per preservarsi dalla morte in battaglia (Cesare, De bello Gallico, VI, 16). Con l'andar del tempo i sacrifici a scopo divinatorio vennero sostituiti da un rito durante il quale si estraevano poche gocce di sangue alla presunta vittima (Pomponio Mela, III, 2, 18). I druidi raccoglievano anche il vischio di quercia (Plinio, Nat. hist., XVI, 249), il samolus, la selago e altre piante delle cui virtù terapeutiche erano al corrente (id., op. cit. XXIV, 103-104). Accertato sembra anche il culto dei megaliti, in particolare dei menhir, che i Galli avrebbero continuato ad adorare per la proibizione dei druidi di dare una veste antropomorfa alle divinità. Anche in età medievale in Gallia è presente il culto delle pietre, in sincretismo con il cristianesimo; culto contro il quale si pronunziarono i Concili di Arles (452), di Tours (567), di Nantes (658) e un capitolare di Carlomagno (789).

Tra il patrimonio delle credenze la più elevata era certamente quella nell'immortalità dell'anima (Cesare, De bello Gallico, VI, 14) che rivela un anelito alla continuazione della vita dopo la morte, e si riconnette alla tesi che anche i monumenti megalitici fossero frutto di una concezione della sopravvivenza dell'anima. A questa credenza si ricollega l'abitudine dei Celti di cremare quanto poteva servire al morto nell'al di là (Cesare, op. cit., 19; Pomponio Mela, III, 2, 19), all'uso di gettare lettere sul rogo perché il morto le recasse agli altri che lo hanno preceduto nell'oltretomba (Diodoro Siculo, V, 28, 6) e a quello di prestarsi denari rimborsabili nell'al di là (Valerio Massimo, II, 6, 10; Pomponio Mela, III, 2, 19). Tutti avevano questa certezza di vita immortale fino al giorno in cui il fuoco e l'acqua avrebbero distrutto ogni cosa (Strabone, IV, 4, 197, 4). Sempre connessa a questa dottrina dell'immortalità era la credenza dei Galli di esser discesi da Disapter, il dio dei morti, dal quale tutto ha inizio e al quale tutto ritorna.

Le sorti del druidismo decadero con la conquista romana della Gallia; data la funzione di capi nazionali che i druidi avrebbero potuto assumere, da parte dello Stato romano si cercò di relegarli il più possibile nell'ombra. A questo scopo Augusto, secondo Svetonio, proibì la pratica del druidismo ai cittadini romani e Tiberio, prima, e Claudio poi (Svetonio, Claudius, XXV) lo abolirono del tutto. L'istituto permesse invece molto più a lungo in Inghilterra dove si oppose strenuamente alla introduzione del cristianesimo.

Bibl.: Una raccolta completa delle fonti classiche in I. Zwircker, Fontes historiae religionis Celticae, Berlino 1934, passim. Studi: S. Reinach, Cultes, mythes et religions, I, Parigi 1905, pp. 184-194; H. D'Arbois de Jubainville, Les druides et les dieux celtiques à forme d'animaux, 1906; M. Pokorny, The Origin of Druids, in The Celtic Review, 5 (1908), pp. 1-20; T. D. Kendrik, The Druids, A study in Celtic prehistory, Londra 1927; H. Hubert, Les Celtes depuis l'époque de La Tène et la civilisation celtique, Parigi 1932, pp. 273-300; J. Pokorny, Zur Urgeschichte der Kelten und Illtyrier, Halle 1938, V. indice; G. Dumézil, Mitra-Varna: estais sur deux représentations indoeuropéennes de la souveraineté, Parigi 1940, V. indice; A. Grenier, Les Gaulois, 1914, pp. 332-373; J. Vendryès, Les religions des Celtes... (Mana, 2), 1914, pp. 291-307, 315 sq., 319.