EFESINI, EPISTOLA agli. - Lettera di s. Paolo,
la prima, nel canone tridentino, del gruppo della
prigionia.
I. CONTENUTO
È una lettera calma a di largo respiro, che sviluppa con ampiezza - anche se non sempre secondo un evidente ordine logico - il tema fondamentale del piano divino per cui tutti, giudei e gentili, vengono salvati mediante l'inserzione in un unico corpo di cui Cristo è capo. La stessa azione di grazie con cui si apre la lettera, la dichiarazione sul contenuto della missione affidata a Paolo sonoparti integrative della trattazione dogmatica. Per
il suo tono sostenuto, quasi liturgico, la E. fa pen-
sare, più di ogni altra lettera di s. Paolo, all'Epistola
agli Ebrei. Ma il contenuto è profondamente diverso.
Qui, infatti, il tema è decisamente ecclesiologico, con
larghissimo campo all'unione nostra con Cristo;
onde si può dire che sia, per eccellenza, Corpo mistico (v.), tanto nella parte dogma-
tica che in quella morale.
Un breve esordio (1, 1 sg.), strettamente epistolare,
contiene l'intestazione e l'indirizzo della lettera, con il
consueto augurio di grazia e di pace.
1. Parte dogmatica (1, 3-3, 21)
Dopo a) una diffusa azione di grazia (1, 3-23) per il dono della Redenzione unificatrice, segue b) un'esposizione d'indele strettamente dottrinale sulla vocazione di tutti gli uomini nell'unità del Corpo mistico di Cristo (cap. 2); quindi c) una dichia- razione della missione particolare affidata a Paolo, di an- nunciare il mistero di questa unione divina (cap. 3).a) Paolo benedice Dio Padre per averci destinati dal-
l'eternità ad essere suoi figli adottivi mediante l'unione
nel suo Diletto (1, 1-6); nel quale tutti, giudei e pagani,
abbiamo ottenuto il dono della filiazione divina, previa
la Redenzione e la remissione dei peccati, e il suggello
dello Spirito Santo, pegno dell'eredità eterna (1, 7-14).
Non cessa pertanto di ringraziare Iddio per quello che
vede realizzato nei lettori, e di pregare perché il piano
salvifico di Dio sia da loro sempre meglio compreso e si
attui pienamente (1, 15-19), «in Cristo», capo esaltato al
di sopra di ogni creatura terrena a celeste, capo della
Chiesa, che è la «pienezza» di lui (1, 20-23).
b) Abolita ormai ogni distinzione tra giudei e gentili,
anche questi ultimi sono chiamati, dalle tenebre delle
colpe, da cui neppure i primi erano immuni (cf. Rom. 2),
alla luce della vita in Cristo; nel quale tutti sono stati
convivificati e corrisuscitati e destinati a sedere (anzi,
sono virtualmente assisi) con lui nelle altezze dei cieli
(2, 1-6). Ciò Iddio ha fatto per mostrare la magnificenza
della sua Grazia, per la quale - non per le opere, affinché
nessuno abbia a gloriarsi - tutti sono stati salvati e fatti
nuova creatura in Cristo (2, 7-10). Così, dunque, i gen-
tili, estranei, un tempo, alle promesse, abbattuto, ora, il
muro di divisione e distrutta ogni inimicizia in virtù
della Croce, formano con Israele una sola famiglia, una
sola casa, di cui apostoli e profeti sono il fondamento e
Cristo la pietra collocata al vertice (o angolare?): casa
che è anche tempio e abitazione di Dio (2, 11-22).
c) Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, ha ricevuto una
particolare conoscenza del disegno divino, per cui i pa-
gani sono coeredi e concorporei e compartecipi della pro-
messa (3, 1-7). A lui, minimo tra i santi, è stato commesso
di annunziare le ininvestigabili ricchezze di Cristo e di
illuminare tutti intorno al mistero nascosto in Dio dal-
l'eternità; per questo, per la gloria dei gentili, egli soffre
(3, 8-13). Implora dal Padre di ogni paternità che i let-
tori abbiano la grazia di vivere pienamente e di compren-
dere le incommensurabili ricchezze della vita in Cristo.
Gloria, nella Chiesa e in Cristo, a Colui che tutto può
fare, con una pienezza superiore a quanto è dato a noi
di chiedere e d'intendere! (3, 14-21).
2. Parte morale (4, 1-6, 20)
Consta di tre sezioni: a) esortazione a vivere in armonia con la nobiltà della vocazione cristiana (4, 1-24); b) precetti riguardanti la condotta del cristiano, in generale, e, in particolare, la vita domestica (4, 25-6, 9); c) la battaglia del cristiano e la sua armatura (6, 10-20).a) Il punto essenziale è mantenere l'unità dello spi-
rito nel vincolo della pace, in armonia con i molteplici
motivi di unità, che sono fondamento a condizione della
vita del Corpo mistico (4, 1-16). Assai diversa dalla con-
dotta dei gentili dev'essere quella del cristiano: questi
ha il dovere di spogliarsi del vecchio uomo e di rivestirsi
del nuovo (4, 17-24).
b) Riallacciandosi a questa idea, l'Apostolo indica i
vizi da fuggire e le virtù da praticare (4, 25-32), così da
essere imitatori di Dio e vivere in maniera degna dei figli
della luce, riguadagnando il tempo, perché giorni cattivi
incombono, e riempiendosi, anziché di vino, di Spirito Santo, per vivere in una santa ebbrezza spirituale (5, 1-20). I precetti riguardanti la vita domestica (5, 21-6, 9) sono preceduti da un monito generale di sottomissione (5, 21). Le raccomandazioni vengono indirizzate prima alla parte inferiore a naturalmente sottoposta: alle mogli prima che « mariti, ai figli prima che ai genitori, agli schiavi prima che ai padroni. Nell'esporre i doveri delle mogli verso i mariti e viceversa, l'Apostolo si eleva ad una concezione alussima del matrimonio e delle vita matrimoniale, che vede in rapporto al « mistero » delle relazioni tra Cristo e la sua Chiesa (5, 22-33). Seguono i doveri dei figli verso i genitori e dei genitori verso i figli (6, 1-4), degli schiavi verso i padroni e di questi verso gli schiavi (6, 5-9).
c) Il quadro pittorico della milizia e della panoplia cristiana s'apre con la raccomandazione d'essere forti fidando nella potenza del Signore. Per resistere nella lotta ingaggiata, non contro creature di carne e di sangue, ma contro esseri spirituali che detengono il potere del mondo, rivestire « l'armatura di Dio » (6, 10-17). A questo aggiungono i lettori la vigilanza nella preghiera per tutti i santi, per Paolo in particolare, affinché compie la sua missione di predicatore del « mistero », come legato di Dio, per la causa del quale è prigioniero (6, 18-20).
La E. si chiude con un epilogo (6, 21-24): Tichico darà maggiori informazioni sulle condizioni di Paolo, il quale si licenzia dai suoi corrispondenti con un augurio che è anche un generico saluto.
II. DESTINATARI
Da questa succinta esposizione, specialmente dall'inizio e dalla finale, si può rilevare una certa genericità, un muoversi cauto come di chi non conosce bene coloro a cui scrive. Alcune espressioni (1, 15; 3, 2; 4, 21) sono difficilmente conciliabili con una conoscenza personale dei lettori; la mancanza di ogni Efeso (v.), così laboriosa e feconda, è un argomento assai forte contro la destinazione efesina. Perciò già nell'antichità, forse all'epoca della raccolta delle lettere paoline all'inizio del sec. II, sorsero delle incertezze sui destinatari della E.Oggi la grande maggioranza, anche dei cattolici, la concepisce o come una lettera circolare o come destinata ai Laodicesi. Ambedue le opinioni (cf. E. Percy, Die Probleme der Kalosser- und Epheserbriefs [Acta Reg. Soc. Human. Litter. Lundensis, 39], Lund 1946, pp. 449-66) si avvalgono dell'assenza di èv 'Epèeō (1, 1), in alcuni codici importanti (P⁴⁴ [sec III], unciali B⁴ S⁴) confermata da Origene (in J. A. Cramer, Catenae Graecorum Patrum in Nov. Test., VI, Oxford 1844, p. 102), da s. Basilio (Contra Eunomium, II, 19: PG 29, 612); cf. s. Girolamo, In Ephesios, I, 1: PL 26, 472 sg. Anche Marcione doveva ignorare e rigettare questa lezione, poiché sosteneva, secondo Tertulliano (Adv. Marcionem, 5, 11: PL 2, 532; CSEL 47, 614; ibid., 17: PL 2, 544 sg.; CSEL 47, 632), la destinazione ai Laodicesi; il che sarebbe confermato anche dai cosiddetti prologhi marcioniti e dal Frammento Muratoriano, il quale dice che Marcione ammetteva una lettera « ad Laodicenses » e un'altra « ad Alexandrinos ». Di qui le due teorie accennate. Secondo la prima, la E. sarebbe stata indirizzata a varie chiese dell'Asia proconsolare; perciò senza indicazione di destinatari. Alcuni hanno pensato che ci fosse, dopo volc oëow di 1, 1, uno spazio da riempire con il nome delle singole comunità a cui la lettera, secondo le disposizioni di Paolo, doveva pervenire. L'ipotesi di una lettera circolare, insinuata già da T. Beza e da J. Ushar, ha trovato, ai nostri tempi molti sostenitori. Basti ricordare: P. Ladeuze, Les destinataires de l'Epître aux Ephésiens, in Revue biblique, 11 (1902), pp. 573-80; J. E. Belser, p. 3 sgg.; J. Schmid, Der Epheserbrief des Apostels Paulus (Biblische Studien, XXII, 3-4), Friburgo in Br. 1928, pp. 93-129; J. M. Lagrange, in Revue biblique, 38 (1929), pp. 290-93 (difende èv 'Epèeō come originale); T. K. Abbott, pp. 1-12; J. Sickenberger, Kuragefäste Einteilung in das N. Test., 5ᵃ a 6ᵃ ed., Friburgo in Br. 1939, p. 131 sg.; A. Médebielle, p. 18 sgg.;
A. Merk, Introductionis in S. Scripturae Libros Compendium, II, 12ᵃ ed., Parigi 1940, p. 874 sg.
Per quanto attraente, « prima vista, questa ipotesi presenta serie difficoltà, per le quali cf. O. Roller, Das Formular der paulinischen Briefe (Beiträge zur Wissenschaft. vom A. u. N. Test., IV, 6), Stoccarda 1933, pp. 199-212, 382 n., 520-25; J. Huby, p. 130 sg. Si nota, in particolare, la costanza con cui le parole èv 'Epèeō sono attestate dai codici, fatte le eccezioni suaccennate. Infondata sembra particolarmente la supposizione che Paolo abbia affidato al latore più copie di una lettera con facoltà di apporre, nello spazio lasciato in bianco, il nome delle comunità a cui lo scritto veniva successivamente consegnato. Di lettere circolari di questo tipo non si hanno, secondo O. Roller, esempi nell'antichità. Così il Merk, pure accettando sostanzialmente l'ipotesi di una lettera circolare, ritiene che essa usciese dalle mani di Paolo con il nome di Efeso, la prima « la principale delle chiese alle quali era destinata.
Alla seconda ipotesi, quella della destinazione laodicea, hanno aderito, tra i più recenti: A. Deismann, Paulus, 2ᵃ ed., Tubinga 1925; A. Harnack, Die Adresse des Epheserbriefs des Paulus, in Sitzungsberichte der K. Preuss. Akademie der Wissenschaft., Phil. Hist. Classe, 37 (1910), pp. 696-709; B. W. Bacon, St. Paul to the Laodiceans, in Exposition, 17 (1919), pp. 19-36; J. Knabenbauer, p. 10 (con qualche esitazione); M. Meinertz, Die Gefangenschaftsbriefe des heiligen Paulus, 4ᵃ ed., Bonn 1931, pp. 54-57; J. M. Vosté, Comment. in Epistolium ad Ephesios, 2ᵃ ed., Roma-Parigi 1932, p. 19 sgg. (con particolare decisione); J. Huby, p. 131 sgg. Il suo fondamento positivo è particolarmente il testo di Col. 4, 16, in cui si parla di uno scambio di lettere che deve avvenire tra Colosse e Laodicea. La lettera che i Laodicesi dovevano trasmettere a quei di Colosse sarebbe precisamente la E. Altri, però, considerano come poco adatta l'espressione èx Λαοβικελος (« da Laodicea »), per indicare una lettera indirizzata ai Laodicesi; per cui intenderebbero il testo in favore dell'ipotesi di una lettera circolare, che i Colossesi dovevano ricevere da Laodicea. Ma l'osservazione sottile non esclude che una lettera che viene da Laodicea sia stata indirizzata ai fedeli di quella città; e, inoltre, è poco verosimile che Paolo abbia precisato così l'itinerario che doveva percorrere la supposta lettera circolare. Per spiegare la scomparsa della primitiva intestazione ai Laodicesi, l'Harnack, seguito da vari critici (tra i cattolici, J. M. Vosté, p. 27 sg.; J. Huby, p. 132), ricorre all'ipotesi di una soppressione provocata dal biasimo, di cui la chiesa di Laodicea è oggetto in Apoc. 3, 15 sgg. In contrario, cf. G. Ricciotti, Paolo apostolo, Roma 1946, p. 534.
Nessuna delle due opinioni presenta argomenti tali da poter prevalere sull'altra. Cf. E. F. Scott, p. 121 sgg.
III. AUTENTICITÀ PAOLINA
Già E. Renan (St Paul, Parigi 1869, p. XXIII) dovette riconoscere che, tra le lettere di s. Paolo, la E. è, forse, quella più anticamente citata come opera di lui. Appunto perché vi sono già probabili allusioni ad essa nello Pseudo-Barnaba, certe in Clemente Romano, Ignazio d'Antiochia, « Policarpo, gli avvezzari odierni dell'autenticità paolina sono costretti a recedere dalle posizioni di F
C. Baur e altri, che ne facevano uno scritto del sec. II. Contro di che protesta anche la testimonianza di Valentino, Basilide e di altri rappresentanti delle correnti gnostiche diffusesi nella 1ª metà del sec. II; essi, al dire di s. Ippolito, citavano con insistenza la E. Marcione, che la riteneva indirizzata ai Laodicesi, non dubitava dell'autenticità paolina. Nessun dubbio che essa fosse riconosciuta come paolina al tempo del Frammento Muratoriano, di s. Ireneo, di Clemente Alessandrino e di Tertulliano, che sono, con molti altri, testimoni espliciti. Per i testi cf. J. Schmid, op. cit., pp. 16-36, e J. M. Vosté, pp. 60-63.In questi ultimi decenni, vi è stato un movimento di ritorno alle posizioni tradizionali. Anche M. Goguel,
uno degli avversari più in vista dell'autenticità della E., passa, tra la sua Introduction au Noun. Text., IV, 11, Perigi 1926, pp. 446-75, a lo studio Esquisse d'une solution nouvelle du problème de l'épitre aux Ephésiens, in Revue de l'histoire des religions, 111 (1935), pp. 254-84; 112 (1935), pp. 73-99, dalla semplice negazione dell'autenticità alla distinzione di due fondi: uno di Paolo, l'altro di un discepolo di lui, che avrebbe operato l'interpolazione nello scritto del maestro a distanza di dieci o vent'anni. Nettamente in favore dell'autenticità conchiude lo studio minuzioso di E. Percy, particolarmente pp. 248 agg., 355 agg., 433.
Anche nella scelta a nella valutazione degli argomenti gli avversari dell'autenticità hanno compiuto una certa evoluzione. Oggi, p. es., s'insiste assai meno che in passato sul numero degli hapax, i quali non sono in proporzione maggiore che nelle lettere paoline d'indubbia autenticità (cf. J. Schmid, op. cit., pp. 132-36), e, in genere, sull'argomento linguistico; poiché, se si sono elementi che deporrebbero per la diversità d'autore, c'è anche la contropartita dei vocaboli e delle costruzioni autenticamente paolini (J. M. Vostè, p. 66 agg.; J. Huby, pp. 138-42).
Si preme, invece, maggiormente sul contenuto dottrinale della lettera, soprattutto nei suoi problematici rapporti con Colossesi. Che la E. apre un orizzonte diverso da quello delle quattro maggiori lettere paoline non reca meraviglia, se si tien conto degli anni trascorsi, delle questioni diverse che si agitavano nell'ambiente a cui le singole lettere erano destinate. Praticamente superata era la grossa questione della giustificazione per mezzo della fede, senza le opere della legge, che aveva ispirato l'Epistola ai Galati a quella ai Romani. Secondo uno studio esauriente di P. Benoit, L'horizon paulinien de l'Épitre aux Ephésiens, in Revue biblique, 46 (1937), pp. 342-61, 506-25, la E. rappresenta, senza dubbio, un'evoluzione del pensiero di s. Paolo, ma tale che ben s'innesta sulle lettere precedenti.
M. Goguel (Introd. au Noun. Text., IV-2, p. 406) ha computato che dei 155 vv. di cui consta la E. 73 hanno un parallelo nella Colossesi. Analoghe constatazioni aveva fatto molto prima De Wette, riferite da T. K. Abbott, p. XXIII, e da J. M. Vostè, p. 72. Con un raffronto non meno minuzioso H. J. Holtzmann, Kritik der Epheser- und Kolosserbriefe, Lipsia 1872, era arrivato alla conclusione che la E. è, in generale, posteriore alla Colossesi o no dipende, salvo i pochi casi in cui, viceversa, questa è interpolata su quella.
Un'affinità tra la E. e la Colossesi, entro certi limiti, non può meravigliare chi ritiene ambedue le lettere opere di s. Paolo, scritte nello stesso torno di tempo, a comunità che vivevano quasi nelle stesse condizioni ambientali ed esposte agli stessi periodisti di deviazione. Ma l'affinità tra i due scritti è così forte, spesso addirittura verbale, da far nascere il dubbio se lo stesso scrittore abbia potuto scrivere due lettere tanto simili tra loro. Il problema si complica, ma offre anche certi elementi di soluzione, se si tiene conto delle differenze tra le due lettere elencate accuratamente da H. Coppietera, p. 368 ag. S'aggiunga il modo quasi bizzarro con cui la Colossesi viene utilizzata nella E.: nei capp. 1 e 2 di questa si trovano concetti ed espressioni ricavati da quasi tutta la Colossesi; viceversa, figurano sparsi que c'è in quest'ultima elementi uniti nella E. Né i singoli luoghi paralleli corrispondono tra loro in tutto e per tutto: identici, talora, quanto a pensiero e a parole, s'allontanano, sal'altra, particolarmente per la forma (cf. A. Merk, op. cit., p. 878).
Al centro delle due lettere sta il tema fondamentale del « mistero » di cui Paolo è annunciatore; ma nella Colossesi questo punto è trattato assai più brevemente, non diffondendosi l'autore, come nella E. (2, 11-18), sul particolare dell'unione tra giudici e gentili. Per la cristologia, prevale nella E. la concezione di Cristo capo del Corpo mistico, mentre nella Colossesi la funzione di Cristo capo è più universale, si direbbe cosmica; là è la Chiesa nei suoi rapporti con Cristo, qui è l'intera creazione. Nel quadro prevalentemente ecclesiologico della E. è sviluppata anche la dottrina del matrimonio, accennata ap-
pena nella Colossesi, che tratta assai più brevemente anche gli altri punti della morale domestica.
IV. LUOGO E DATA DI COMPOSIZIONE
La determinazione del luogo e, conseguentemente, del tempo approssimativo di composizione rientra nell'impostazione generale delle lettere della prigionia. I rilievi fatti sulla profonda somiglianza tra la Colossesi e la E. suggeriscono per ambedue le stesse circostanze di composizione. La E. parrebbe composta dopo la Colossesi, come la Romani dopo la Galati. Infatti tanto quest'ultima che la Colossesi affrontano il proprio tema nel fervore di una lotta vissuta, mentre nella Romani e nella E. l'ardore polemico ha ceduto il passo ad una considerazione più calma e più dottrinale degli stessi problemi. Poiché l'atere, come nella Colossesi, fu Tichico, in breve tempo dovettero essere scritte l'una e l'altra. Ritvendo che la prigionia di cui ambedue le lettere parlano apertamente sia quella romana, si è portati ad assegnare la E. al biennio 61-63, piuttosto verso la fine che al principio, a motivo delle speranze di liberazione manifestate nel biglietto a Filemone (v. 22), che li certamente gruppo con la E. e la Colossesi.BIBLI: Vergono indicate le pubblicazioni più rappresentative degli ultimi decenni. Commenti cattolici: J. E. Belser, Der Epheserbrief des Apostels Paulus, Friburgo in Br. 1906; J. Knabenbauer, Commentarius in s. Pauli Apostoli Epistolos, IV. Epistolos ad Epheser, ad Philippiens et ad Colossenter, Paris 1912, pp. 1-174; M. Saka, La Sacra Bibbia, Il Nuovo Testamento, II, Torino 1914, pp. 268-300; M. Meinertz, Die Grössenverheißbriefe des heli. Paulus, 4ª ed., Bonn 1931, pp. 50-106; J. M. Vostè, Comment. in Epist. ad Ephesiens, 2ª ed., Roma-Paran 1932; J. Huby, Les Épîtres de la captivité (Verbum Salutis, 8), Parigi 1935; A. Médebiel, Épître aux Ephésiens (La Ste Bible di L. First, 12), ivi 1938, pp. 6-74; P. Benoit, Les Épîtres de St Paul aux Philippiens, à Philémon, aux Colossiens, aux Ephésiens, in La Ste Bible, trad. fr., Ecole biblique de Jérusalem, Parigi 1940, pp. 71-103. Acattolici: H. Von Soden, Der Brief an die Epheser, in Hand-Kommentar, III, 1, 2ª ed., Friburgo in Br. 1893, pp. 79-154; T. K. Abbott, Epistles to the Ephesians and to the Colossiens, Edimburgo 1895, ultimo ristampa 1946; P. Ewald, Die Briefe des Paulus und die Epheser, Kolosser und Philémon (Kommentar zum N. Test. di Th. Zahn, 10) Lipsia 1905, pp. 56-266 agg.; B. F. Westcott, S. Paul's Epistle to the Ephesians, Londra 1906; J. A. Robinson, St. Paul's Epistle to the Ephesians, 2ª ed., Londra 1914; M. Dibelius, An die Kolosser, an die Epheser, an Philémon, in Handbuch zum N. Test., XII, 2ª ed., Tubinga 1927; E. F. Scott, The Epistles of Paul to the Colossians, to Philémon and to the Ephesians, Londra 1930, ristampa 1948, pp. 117-257.
Agli studi citati nel corso di questo articolo si aggiunga: H. Coppietera, Les récentes attaques contre l'authenticité de l'Épitre aux Ephésiens, in Revue biblique, 6 (1912), pp. 316-06; A. Vati, Militum Christi Regis arma inuta S. Paulum, in Verbum Domini, 7 (1927), pp. 310-18; W. Koester, Die Idee der Kirche beim Apostel Paulus (Neufestamentliche Abhandlungen, 14, 1), Münster 1928, pp. 51-60. Teodorico da Castel San Pietro