EPAFRODITO. - Discepolo e collaboratore di s. Paolo, noto dalla sola Lettera ai Filippesi, se lo si considera, com'è quasi certo, Epafra (v.). Il quadro vivo che di lui ci traccia Phil. 2, 25-30 ha il tono affettuoso di tutta la lettera. Paolo lo chiama suo « fratello e cooperatore e commilitone » (v. 25), con una gradazione ascendente che esprime bene il sentire comune, il comune lavoro, il rischio e la sofferenza comuni. È detto, inoltre, « inviato » (ἀπόστολος, nel senso profano della parola), perché mandato dai Filippesi, con doni di vario genere, per sovvenire alle necessità di Paolo; onde questi lo chiama pure « ministro (λειτουργός; cf. λειτουργία al V. 30) delle mie necessità ».
A Roma E. era caduto in una malattia mortale, che aveva tenuto in grave preoccupazione tanto Paolo che i fedeli di Filippi. Il Signore, però, aveva avuto piedi di lui, ed anche di Paolo, affinché questi non avesse tristezza sopra tristezza (v. 27). Ora Paolo s'affrettava a rimandarlo ai Filippesi, perché la gioia divenisse comune. Pare che la malattia di E. fosse una conseguenza degli straparzi del viaggio a Roma, perché Paolo, dopo avere detto che E. ha rasentato la morte per l'opera (δίο τό έργον) di Cristo (v. 30), aggiunge subito, precisando, che egli aveva esposto la propria vita per il compimento di quella λειτουργία, che i Filippesi avevano voluto compiere verso il loro Apostolo. Il Martirologio Romano lo ricorda il 22 marzo come vescovo e martire a Terracina (o Tarragona?) dove l'avrebbe inviato s. Pietro. Cf. Acta SS. Martii, 3ª ed., Parigi-Roma 1865, p. 367 sg.