ERACLA, santo. - N. verso il 18o, studiò filosofia insieme con Origene, dal quale fu convertito al cristianesimo, ed associato in seguito dallo stesso, come coadiutore nell'insegnamento catechistico, nel Didascaleo di Alessandria. Quando Origene nel 23o dovette abbandonare il magistero, E. ne divenne il successore. Fu ordinato prete dal vescovo Demetrio, cui successe nella cattedra alessandrina. Nonostante l'antica amicizia che lo legava con Origene mantenne da vescovo le misure già prese contro di lui dal predecessore, non permettendone il ritorno ad Alessandro.

Era - Atto di donazione di Ordoño I, re di Castiglia e di Léon, al vescovo
Fronimo con indicazione dell'è. di Spagna DCCCCXVIII (a. 850).
IV. È. DI SPAGNA. - Ha come punto di partenza il 38 a. C.; fu adottata, oltre che nella penisola Iberica, anche nelle province occupate dai Visigoti in Gallia e in Africa. Nelle iscrizioni cristiane appare nel sec. III nella Cantabria, alla fine del sec. IV in Merida, poi in Lusitania, nella Betica, nella Galizia alla seconda metà del sec. V; diviene d'uso generale nella dominazione visigota; nella zona orientale mai prima del periodo mozarabico. Per la data esatta occorre sottrarre 38. (J. Vives, Inscriptiones cristianes de la España Romana y Visigoda, I, Barcelona 1941, p. 7). Nelle iscrizioni vengono usate le parole era, aera, in era, suo era, o le abbreviazioni er. o e. Scompare solo nel 1180 e Catalogna, nel 1349 in Aragona nel 1358 in Valenza, nel 1383 in Castiglia e Leon, nel 1422 in Portogallo.
V. È. DI DIOCLEZIANO O DEI MARTIRI. - All'anno 284, data dell'assunzione al trono dell'imperatore Diocleziano (il giorno oscilla fra l'ag. 1° lott.), è fece risalire un'altra è., che ebbe nome da questo Imperatore e fu detta poi dai cristiani, a partire dal sec. VII, è. dei martiri, a ricordo delle grandi persecuzioni ordinate da quell'Imperatore. Di origine egiziana, si diffuse anche in Europa; fu usata da s. Cirillo d'Alessandria per le sue tavole spaziali, da Evagrio, da s. Beda; oggi è in uso presso i Copti dell'alto Egitto. A Milano se ne valse anche s. Ambrogio, che data l'epistola 23 (Episcopis per Aemilianus con stitutis) a octogesimo et non anno ex die imperii Diocletiani.
VI. È. BIZANTINA. - È il più diffuso dei compiuti che risalgono alla data ipotetica della creazione del mondo, fissata da questa è. al 5508 a. C., in modo che l'anno 5309 corrispondeva al primo dell'è. cristiana. Introdotta verso il sec. VII, si diffuse in tutto l'Oriente ortodosso e fu abolita in Russia solo da Pietro il Grande il 1° gen. 1700. In Italia fu usata nelle regioni meridionali anche per la datazione di documenti, soprattutto in lingua greca. L'anno aveva inizio per questa è. al 1° sett.
VII. È. CRISTIANA. - Introdotta dal monaco scita Dio-nigi il Piccolo (m. nel 556), il quale diffuse in Occidente la tavola di cicli pasquali compilata da Cirillo di Alessandro, comprendente gli anni 437-537, e la continuò a partire dall'anno successivo: però a differenza di Cirillo, il quale calcolava gli anni con l'è. di Diocleziano, egli volle eliminare dai suoi cicli il nome del persecutore, e considerando che nessun fatto storico uguagliava per importanza l'avvento del Redentore, assume questo come punto di partenza per il computo degli anni. Fissò per tanto, sia pure erroneamente, la nascita di Gesù Cristo al 25 dic. dell'anno 753 di Roma secondo il calcolò varroniano, in modo che l'anno 754 ab urbe condita corri-spondeva al primo della nuova è. Essa fu usata dapprima solo dai cronisti: passò nei documenti pubblici in Inghilterra e Francia nel sec. VII, in Germania nel IX, in Spagna nel XIV. In Italia gli esempi più antichi sono
VIII, 1, coll. 5a6-28; Gruppe, s. V. ibid., suppl. III, coll. 910-1120; L. R. Farnell, Greek Hero-gods and ideas of immortality, Oxford 1921, p. 95 sqq.; N. Turchi, Ercole, in Enc. Ital., XIV (1932), p. 191 sqq.; G. R. Levy, The Oriental origin of Hercules, in Journal of Hellenic Studies, 54 (1934), p. 40 sqq.; Luisa Banti.
E. IN ROMA. — Secondo il mito romano, E. (latinamente Ercole) di ritorno dall'uccisione di Gerione, attraversò il territorio italico; passando nei luoghi della futura Roma, venne derubato della sua mandra dal mostruoso ladrone Caco; ritrovati i buoi E. uccise Caco ed innalzò per riconoscenza un'ara a Iuppiter Inventor. L'arcade Evandro, che abitava allora il Palatino, riconosciuta la divinità dell'eroe, gli diede un'ara. Così si faceva risalire il culto romano di E., e precisamente i due santuari della porta Trigemina e dell'Ara Maxima, a tempi anteriori alla fondazione di Roma.
Anche storicamente il culto è di notevole antichità: l'Ara Massima nel Foro Boario stava in un recinto all'aperto, compreso nel pomerio dell'Urbe. Ma il sacrificio annuale compiva secondo il rito greco. Erano escluse le donne; nel recinto si diceva non potessero entrare cani e mosche. Il culto originariamente era esercitato dalle due gentes romane, i Potiti e i Pitariti: ma Appio Claudio Cieco, nel 312 a. C., l'aggregio ai culti pubblici dello Stato. Non lontano dall'Ara Massima era il santuario, forse ancor più antico, della Porta Trigemina, Durante i secoli della Repubblica, E. ebbe altri santuari importanti presso la Porta Collina, il Circo Flaminio e il Circo Massimo.
La figura del dio è derivata ai Romani dalle colonie greche dell'Italia meridionale: essa era diffusa in Etruria e anche nel Lazio, dove, ad es., a Lanuvio e a Tivoli, figurava come una delle divinità principali della città. Mentre fuori Roma appare associato soprattutto a Giud.

Eracle (Ἱππανός). - Erce dell'antica Grecia, figlio di Alcmena e di Zeus, il quale le si era presentato sotto l'aspetto del marito. Alcuni studiosi vedono in lui un eroe essenzialmente greco, per altri i preellenico o divinità orientalmente passata in Grecia.
In età più recenti ebbe culto estesissimo e sono numerosi gli epiteti sotto cui fu venerato; ambedue le case regnanti di Sparta si vantavano di discendere da lui; in suo onore si celebravano feste con lotte con agonii; erano sacrificati animali, anche quelli che avevano già lavorato, frutti e prodotti naturali. Fu protettore degli atleti (gran parte dei santuari sono in prossimità dei ginnasi dove fu venerato insieme con Ermete), protettore delle sorgenti e delle terme, medico, musico e astrologo.
In età arcaica sembra soprattutto essere stato celebre per i numerosissimi miti, fra i quali i più conosciuti sono: 1) l'odio di Era, che ne ritardò la nascita, lo obbligò a servire ad Euristoc e gli inviò contro due serpenti che E. strozzò; 2) le dodici fatiche, imposte da Euristoc per istigazione di Era; l'uccisione del Leone di Nemea, di cui indossò abitualmente la pelle; l'uccisione dell'idea di Lerna, mostro a numerose teste; la cattura del cinghiale di Erimante, soggetto prediletto della pittura vascolare; la cattura, per Euripide l'uccisione, della cerva cerimutica; l'uccisione degli uccelli della palude di Stin-falo; la pulizia delle stalle di Augia; la cattura del toro cratere; la cattura delle cavalle di Diomede; la conquista della cintura d'Ippolita, regina delle Amazzoni, cintura che in età storica era appesa nell'Ereo di Argo; la cintura della mandria di Gerione per la quale navigò sull'Oceano nella tazza d'oro del Sole; la cattura di Cerbero, cane a tre teste guardiano dell'Oltretomba; la conquista dei pomi delle Esperidi. A queste sono intrecciate o intercalate numerose imprese guerresche. E. fu aiutato dal nipote Iolao e protetto da Atena; 3) la morte dell'eroe e l'apoteosi finale: straziato da una camicia intrisa dal sangue del centauro Nesso, che la moglie Deianira gli aveva fatta indossare. E. salì sul rogo, donde fu trasportato nell'Olimpo e, riconciliatosi con Era, ebbe in premio l'immortalità.
Buc.: U. V. Vilmorvitz, Euripides Herakles, 2a ed., Berlino 1908, introduzione: Zwicker, 8. V. in Pauly-Wissowa.