ERASMO da ROTTERDAM (Desiderius Erasmus Roteradamus). - Umanista, n. a Rotterdam il 27 ott. 1469 e m. a Basilea il 12 luglio 1536. Figlio naturale di un borghese, Rotger Gerrit (o Gerrits), che poi si fece prete, e di una certa Margherita, figlia di un medico, privato in tenera età di entrambi i genitori, ebbe una giovinezza triste e priva di affetti, sotto la guida di tre tutori, preoccupati di avviare ben presto il giovane alla vita religiosa per disporre liberamente del patrimonio che in nome di E. e di un suo fratello dovevano amministrare. E. entrò difatti, verso il 1488, in un monastero di Canonici regolari a Emmaus (Steyn, presso Gouda).
Non ne fu dapprima scontento, come attestano le lettere di quel tempo. Più tardi, provava la sconfinata libertà dell'umanista vagante, sentì ritrosia e rientrare in monastero e, trovando difficoltà a liberarsi dai legami con il proprio Ordine, E. darà una visione retrospettiva a fosche tinte di quella vita e si radicherà sempre più in lui l'avversione verso monaci e religiosi in genere. Ordinato sacerdote nel 1492, passò, l'anno seguente, al servizio del vescovo di Cambrai, Enrico di Bergen, che lo inviò a Parigi a studiare. Vi rimase vario tempo, coltivando gli studi umanistici, da prima con indirizzo prevalentemente formale. Nel 1499 E. partì per l'Inghilterra: era l'inizio di quella lunga e non mai interrotta serie di
viaggi che costituì uno dei tratti più caratteristici della sua vita irrequieta e febbrile. Fra minori peregrinazioni passò dall'Inghilterra (1499-1500) alla Francia, ai Paesi Bassi, a Lovanio (1502-1504), in Inghilterra di nuovo (1505-1506), in Italia (1506-1509), in Inghilterra per una terza volta (1509-14), a Basilea (1514-16), in Olanda e in Belgio e di nuovo a Basilea (1521-29), a Friburgo (1529-1535) ed, infine, per poco, a Basilea. Fama, lodi, onori accompagnarono in un crescendo la peregrinazione di quest'uomo dal carattere difficile, scontroso, ambiziosissimo di gloria e pur insofficiente delle note che gli procurava. Strisse in Inghilterra le amicizie forse più sincere e più cordiali: con Giovanni Colet, ch'ebbe singolare influenza nell'indirizzarlo verso una teologia umanistica etico-filologica: con Tommaso Moro, che E. amò come un erudito dolce e felice, e con Giovanni Fisher vescovo di Rochester (quando si trovava in Olanda, Leone X, con breve del 26 gen. 1517, lo liberò dai voti religiosi e gli concesse di vivere da prete secolare).
Dallo studio attento di Lorenzo Valla, suo primo ideale maestro, E. si volse con animo appassionato all'antichità pagana e cristiana mirando ad una sempre più armonica conciliazione fra un ideale di moralità evangelica, pure, lineare, sincera e la sapienza classica composta e maestosa. Di questo equilibrio l'esempio più vivo resta il suo latino, duttile, armonioso, esperto di finezze psicologiche, ma elevato e colorito da un palpito morale e percorso da una singolare forza esortativa. Non per nulla amò s. Girolamo come il preferito dei suoi autori e maestri. I detti più famosi dell'antica saggezza furono da E. raccolti a lungo e pazientemente: di qui le raccolte di sentenze Adagiorum collectanea, uscite nel 1500 in numero di ottocento e poi, in seguito, più che triplicate. Li seguirono le Parabolae (1514) e, negli ultimi suoi anni di vita, gli Apophtegmata. Lo studio del greco, iniziato in modo sistematico nel 1500 al suo ritorno dall'Inghilterra, diede fondamento solido alla sua revisione filologico-critica della teologia che egli concepì come un ritorno alle Scritture, comprese nell'originale e sottratte all'interpretazione «ignorante» e «barbarica» - com'egli la chiamava - degli scolastici.
Metodo e finalità di questa sua teologia E. espose, fra l'altro, nel celebre libretto Euchiridium militis Christiani (1501-1504), così detto perché scritto originariamente per un militare. Vi è estraneo l'assettismo predicato dall'Imitazione di Cristo ed il suo ideale può dirsi piuttosto intellettualistico; vi proponeva l'esercizio di un cristianesimo pratico che, lontano da ogni ascetismo e particolarismo mistico, da ogni pratica supererogatoria quali voti, digiuni, pellegrinaggi ecc., si fermasse sull'esercizio di quelle virtù cristiane che dovevano coronare quel misurato umanesimo proprio dell'uomo dedito alla cultura cioè alla erudito ed alla pietas.
Teologia significava in sostanza, per E., polemica sul metodo degli studi teologici, ricerca di linearità morale, critica radicale di quelle ch'egli riteneva degenerazioni pure e semplici della vita spirituale e religiosa. Quando un giorno, dopo infinite esitazioni, E. prenderà la penna contro Lutero, non cesserà, nemmeno allora, dal manifestare la sua diffidenza verso le «asserzioni recise», aspirando piuttosto a porsi «volentieri fra gli scettici, quando ciò fosse ammesso dall'autorità inviolabile della Scrittura e dai decreti della Chiesa» (De libero arbitrio, ed. Leida, IX, 1215 D-1217 B).
Il lato polemico e sarcastico di queste idee venne da E. volgarizzato in un celebre suo scritto, il più vivo forse, con alcuni dei Colloqui, di tutti i suoi: il Moriae encomium o Elogio della pazzia. E. lo compose tornando dall'Italia (1509) dopo anni di lavoro fecondo. Satira piena di freschezza e di vivace forza rappresentativa, che ora amabilmente deride l'umana vanità, ora pone in ridicolo la superstizione e la
religiosità formalistica, ora sferza la pronunzione di teologi e « barbariani » di scolastici, ora, facendosi grave e severa, lancia i suoi strali contro costumi di religiosi e secolari, avidità di governanti, indegnità di vescovi, cardinali a papi. Nessuno, insomma, vi è risparmiato. Satira corrosiva e penetrante che se, nel suo genere, aveva avuto precedenti ed avrà imitatori, in nessuno come in E. raggiunse mai eguale finezza ed evidenza insieme; satira che si risolve, tuttavia, oltre le intenzioni dell'autore, in una critica alle istituzioni, assai più che agli uomini. L'Ellogia della pazzia apparve del resto, già allora, in una età largamente abitata ad ogni genere di satira anti-ecclesiastica ed anti-teologica, un testo oltramodo audace si dà provocare biasimi severi e dissensi profondi. E., dal canto suo, si stupiva come di cosa incredibile che intenzioni così malevole venissero attribuite a quello ch'egli non riteneva se non uno scritto occasionale, liero e scherzoso.
Nel 1522 pubblicava i suoi Colloquia familiaris, dieloghi pieni di brio e di custicità, nei quali prende di mira i vizi della società del suo tempo, colpendo con particolare vena satirica anche qui i costumi degli ecclesiastici ed in particolare dei religiosi, l'ignoranza crassa di tanta parte della cristianità, ecc.
Il lavoro critico-filologico dominò, in un crescendo impressionante, la vita di E. : il suo mondo era il mondo dei dosti umanisti, degli scopritori ed editori dei tesori classici, concordi a proclamarlo, di questo stesso mondo, luminare e maestro.
Eco vastissima fra gli eruditi destò la sua edizione del testo greco originale del Nuovo Testamento, stampata dal Froben a Basilea nel 1516, un poco migliorata nella susseguente del 1519, ristampata in seguito sino alle edizioni critiche dell'età nostra. Formò così un « textus receptus sed non recipendus », come fu detto; perché E. lo pubblicò su codici di poco valore a preferendo le varianti che più si allontanavano dalla Volgata latina. E. l'accompagnò con una sua versione latina, nella quale, pur professando di rimanere aderente al greco, le diede un gusto classico che piacque allora negli ambienti colli, ma è lontano dalla semplicità della Volgata. Aggiunse nel 1518 al testo le sue Adnotationes, di carattere umanistico, sul tipo di quelle di Lorenzo Valla. Le Paraphrases dei libri del Nuovo Testamento (meno l'Apocalisse), furono pubblicate da E. a Parigi nel 1517-24. Pubblicò pure in luoghi diversi fra il 1515 ed il 1516 l'Enarvatio, commentarius ecc. in 11 voll. Accompagnò questi lavori biblici con l'assidua edizione dei testi dei Padri. In questo E. non faceva che continuare un'opera già iniziata, ma egli intendeva darle una perfezione critica maggiore. Primeggiato fra tutte l'edizione di s. Girolamo, uscita in 9 voll. nel 1516-20; si fece pure editore di s. Cipriano (1520), di s. Ilario e dei Commentari d'Arrobio sui Salud (1522). Nel 1525 pubblicò alcuni trattati del Grisostomo tradotti; nel 1527 s. Ambrogio; nel 1528 s. Ireneo, nel 1529 un trattato di Lattanzio. In questi anni uscì pure la sua edizione di s. Agostino; nel 1532 E. ebbe ancora la forza di pubblicare s. Basilio.
In questa atmosfera di intensa operosità scientifica, aspirante ad un rinnovamento della cultura e della vita
della Chiesa per opera dei dosti a degli illuminati, lo ebbe la riforma protestante. Da più parti si guardò ad E. come ad un arbitro, anzi ad un simbolo vivo di quella cristianità unita nel nome dei valori spirituali a morali che non doveva dividersi. Ma i fatti fecero ben presto di E. quasi un sorpassato e di lui non apparvero allora se non i lati maschinini del carattere e le umane debolezze. La sua opera aveva indubbiamente contribuito a creare l'atmosfera propizia al sorgere e prosperare del moto protestante. Sulle prime, anzi, egli vide con simpatia

E. non ebbe infatti netta percezione di cosa significassero gli eventi cui aveva assistito, in sostanza, come spettatore. Lo turbavano passioni ed odi scatenati, quasi minaccia di una oscura barbarie e lo contrariavano quegli eventi improvvisi che giungevano a toccare la sua raccolta vita di studioso, come, ad es., lo stabilirsi della riforma a Basilea (1529), per cui si dovette trasferire a
Friburgo. Ivi nel 1533 pubblicò lo scritto D'ijarciendo Ecclesiae concordia, in cui biasimando il radicalismo degli innovatori da una parte e lo solo eccessivo dei teologi che in tutto vedevano cresis dall'altra, faceva vedere che la scissione era ancora sanabile con un po' di buona volontà: ma s'ingannava. La sua preoccupazione maggiore erano, oltre ad alcune polemiche letterarie, i lavori sui classici e sui Padri della Chiesa cui attendeva con lena inesaurita. Appunto per questo si indusse, nel 1535, a trasferirsi ancora una volta a Basilea presso l'editore Froben. Qui, sempre assorto nel lavoro, un attacco di gotta lo trasse a morte.
Maturavano in quegli anni eventi destinati a travolgere gli ideali «erasmici». Se ci fu un momento in cui tutta l'Europa parve «erasmista», sì che ancora nel 1527 Carlo V salutava E. come «astro della cristianità» e lo poneva al di sopra di papi, imperatori e principi, gli anni che seguirono segnarono la fine dell'unità ideale dell'Europa a cui pure E., a suo modo, aveva creduto. I campioni della Controriforma lo giudicarono molto severamente; nel 1557 l'inquisizione ne condannava al fuoco le opere e nel 1559 e nel 1590 Paolo IV e Sisto V ne proibivano, puramente a semplicemente, la lettura. La fama di E., se pure non spenta del tutto, rinverdi nell'illuminismo e nel primo Romanticismo: allora anche in campo cattolico i giudizi su di lui si attenuarono e, fra gli altri, il Tiraboschi ne rivendicò, pur con qualche riserva, la sostanziale ortodossia. - Vedi tav. XXXVI.