ESDRA, IV LIBRO di. - Uno dei più importanti apocrifi del Vecchio Testamento. Vero gioiello della letteratura apocalittica giudaica, ebbe larghissima diffusione, e fu inserito in appendice, insieme con III Esdra, nell'edizione ufficiale della Volgata (in continuazione dei canonici I-II Esdra).
Oltre al testo latino, basato sul cod. Sangarm. (a. 822), si hanno varie versioni orientali: siriaca (edita da A. M. Ceriani, Milano 1868), etiopica (edita da R. Laurence, Oxford 1829), armena (edita dai Mechitariati, Venezia 1865), georgiana, due arabe e un frammento di versione psidica (edita da J. Leipold-B. Violet in Zeitschr. f. aegypt. Sprache, 41 [1904], pp. 139-40). Tutto derivano da un comune testo greco, ma l'originale fu scritto in ebraico e aramaico. Quella che più fedelmente rispecchia l'originale è la versione latina. Ne ha fatto conoscere il testo completo R. L. Bensly, che ha rinvenuto e pubblicato (The missing fragment..., Cambridge 1875) un frammento mancante nella Volgata per la sparizione di un foglio (7, 35-105; gli altri vv. 106-30 corrispondono a Volg. 7, 36-69; i 70 vv. mancanti si trovano nelle versioni orientali).
Lo scritto si chiama da sé « il 2° libro del profeta Esdra » (1, 1). IV E. propriamente detto comprende solo i capp. 3-14. Quasi ignorato nella letteratura rabbinica, lasciò tracce profonde in alcuni scritti apocalittici d'ispirazione cristiana, come Baruch
greco e l'Apocalisse di E. greca, BARÙ (v.) siriaca, con la quale ha molti punti di contatto nella stesura e nel contenuto, ma che supera per elevatezza di concetti e purezza di dottrina. Questi pregi dottrinali gli conciliarono un largo favore nella Chiesa fino ad essere citato come S. Scrittura da alcuni Padri (Clemente Alessandrino per primo lo cita espressamente, Strom., 3, 6; s. Ambrogio ne fa grande uso nel De bono mortis e De Spiritu Sancto). Nonostante il monito di s. Girolamo « non apocryphorum tertii et quarti (Esdrae) somnia delectetur » (PL 28, 1403), IV E. continuò ad avere credito tra i cristiani. Oggi ancora si legge con vivo interesse per la squisita forma stilistica, l'avvincente eloquenza e l'elevatezza della dottrina. Alcuni passi sono entrati nella liturgia (1, 14; 2, 36, 37-45; 8, 21-24; 16, 53). La bellissima prece per i defunti requiem aeternam è tratta da IV Esd. 2, 34 sg. (cf. U. Holzmeister, in Verbum Domini, 17 [1937], pp. 321-28).
Circa la data di redazione dell'apocrifo si crede di trovare un riferimento nella figura dell'« aquila » dalle 3 teste con 12 (piuttosto 6) ali e 8 sott'ali (capp. 11-12), nella quale sembra simboleggiato l'Impero romano: per lo più si ravvisano nelle ali gli imperatori (cominciando da Cesare) fino a Domiziano (delle tre teste i tre Flavi: Vespasiano, Tito e Domiziano); ma l'immagine è avvolta nel mistero. Secondo IV Esd. 3, 1, il libro sarebbe stato scritto all'epoca dello storico Esdra (o Salathiel?), 30 anni dopo la distruzione di Gerusalemme per mano dei Babilonesi (a. 587). Ma è artificio comune a tutta la letteratura apocrifa rifarsi a qualche illustre personaggio del Vecchio o Nuovo Testamento ed attribuirsi un'età assai anteriore. Piuttosto l'indicazione cronologica suddetta va riferita alla distruzione dell'a. 70 d. C.: il libro quindi sarebbe stato scritto verso la fine del sec. I cristiano. Anche la descrizione così accorata della catastrofe riporta ad avvenimenti di recente data (Gerusalemme è in rovina, 3, 2; 10, 48; 12, 48; incendiata, 12, 44; le sue mura diroccate, 11, 42; il Tempio è demolito, 10, 21; il culto è cessato, 10, 21 sg.; il popolo è condotto via, 3, 28; 10, 22; Sion in potere dei nemici, 10, 23). Lo scopo dell'autore è appunto di consolare i suoi fratelli di fede e fare ad essi dimenticare le presenti calamità con la visione della divina giustizia e delle cose future. Solo il rabbino viennese A. Kaminka, ribadendo la tesi della pluralità delle fonti sostenuta da R. Kabisch, ha creduto di far risalire la data di composizione, almeno per il primo nucleo dell'opera, all'epoca dell'esilio babilonese. Ma la singolare opinione è rimasta solitaria.
L'apocrifo si compone di 7 « visioni » o pretese rivelazioni di un angelo (Uriel, ignoto nel Vecchio Testamento; ricorre anche in Enoch e in Sibyll., II, 229) ad Esdra nell'esilio babilonese. - Nella 1ª visione (3, 1-5, 20), ad Esdra che si lamenta perché Dio ha lasciato Israele in balia dei Babilonesi, di gran lunga peggiori, e ha permesso che il male dilaghi tanto nel mondo, l'angelo risponde che le vie del Signore sono impercettabili, quindi fa osservare che questo mondo dovrà presto finire e allora si rivelerà la giustizia di Dio; ma prima dovrà scomparire il « mal seme » (4, 29 sgg.) ed essere completo il numero dei giusti: quindi si annunziava i segni precursori della fine dei tempi (5, 1 sgg.). - Alla sorte d'Israele si riferiscono anche la 2ª (5, 20-6, 34) e 3ª visione (6, 35-9, 25); ma quest'ultima si eleva e considerazioni di ordine più generale, mentre lo sfondo è dominato dalla figura del Messia: i giusti saranno presto liberati dai mali presenti e vedranno cose meravigliose, l'era messianica: « sarà rivelato mio figlio l'Unto » (Volgata: Jena) e regnerà con i suoi 400 anni, dopo di che anch'egli morirà (7, 28-29); e dopo 7 giorni risorgeranno i morti, sarà fatto il giudizio e sarà il trapasso dal vecchio al nuovo secolo (7, 30 sgg.). E qui si aggiungono belle considerazioni sul peccato di Adamo, sul gran numero degli empi, sulla loro folle vita e sulla sorte che li attende (7, 46-56).
È affermata la libertà: sebbene nel cuore umano sia radicato il « mal seme », l'uomo resta arbitro dei suoi destini (7, 57 sgg.; cf. 9, 11 sg.). L'angoscioro problema della salvezza si risolve nel dilemma: o l'uomo vince la lotta della vita e riceverà il premio promesso, oppure soccombe ed avrà la pena (7, 57-61); la misericordia di Dio è grande, ma si esercita solo in questa vita; nell'altra ciascuno riceverà secondo il marito delle proprie opere (7, 62-68). Ma poiché i più sulla terra hanno voluto ignorare o disprezzare l'Altissimo e calpestare il suo popolo, pochi soltanto saranno salvi (8, 3; cf. 9, 13 sg.): e mentre il mondo presente è stato fatto da Dio per molti, il futuro è riservato per pochi (8, 1) a causa del peccato dilagante (8, 2-63). La visione si chiude con i segni precursori della fine (9, 1-25), analoghi a quelli presunzioni da Cristo (cf. Lc. 21, 25 sgg.): grandi prodigi, sconvolgimenti, guerre tra i popoli. — Nella 4ª visione (9, 27-10, 60), il veggente contempla la gloria futura di Gerusalemme sotto l'immagine d'una donna che piange sul suo figlio morto nel dì delle nozze, ma d'un tratto sparisce e in suo luogo appare una nobile città: la donna in duolo è « Sion madre nostra » (cf. Gal. 4, 26), la morte del figlio è la caduta di Gerusalemme; la città di fresco costruita è la Gerusalemme celeste, che prenderà il posto della terrena. — La 5ª visione (11, 1-12, 39) è dominata dalla figura dell'aquila dalle tre teste con ali e sett'ali simboleggianti l'Impero romano, finché il leone (Messia) pronunzia su di essa il giudizio, e tutto il corpo va in fiamme. — Nella 6ª visione (13, 1-58) ritorna il Messia sotto l'immagine d'un uomo che viene su dal mare e sale sulla vetta del Sion, sterminando con l'alito della sua bocca, simile a fiume di fuoco, i nemici, mentre raduna, a formare il nuovo esercito pacifico, le 10 tribù d'Israele, quella deportata in Assiria, di cui non rimase traccia (cf. II Reg. 17, 6); ma il tempo della sua venuta è imperscrutabile. — Finalmente nella 7ª visione (14, 1-50), E, riceve l'ordine di trascrivere per le future generazioni i 24 libri del Vecchio Testamento (supposti distrutti), e di tenere invece celati gli altri 62 (apocrifi), riservati per i sapienti del popolo.
Il doppio problema etico ed escatologico pervade tutto il libro, che potrebbe intitolarsi: « il problema del male secondo un pio israelita dopo la caduta di Gerusalemme e la distruzione del tempo » (M.-J. Lagrange, p. 101). Ma partendo dalle presenti calamità d'Israele, l'autore sa elevarsi a considerazioni d'ordine generale. La giustizia divina sarà manifestata in due tempi distinti: alla venuta del Messia e alla fine del mondo. Tutto si concilia con le promesse divine, se si fa distinzione tra il secolo presente (corrotto, transitorio, infelice) e quello futuro, della giustizia, della pace e della felicità. Questo secolo futuro appare, se non imminente, vicino: il secolo presente è invecchiato, ha perduto il suo vigore giovanile (14, 10-12): esso si compone di 12 parti, e di queste, 10 ½ sono già passate e non rimane che 1 ½ (14, 11 sgg.). Quindi la visione escatologica serve di chiave per la soluzione del problema del male. Degno di rilievo è che i mali dell'umanità sono considerati in dipendenza del « peccato di Adamo », al quale si rivolge l'accorata apostrofe: « O Adamo, che cosa hai fatto! il tuo peccato è stato non solo la rovina tua, ma anche di noi che da te vertiamo » (7, 48). Ma sembra che la natura umana fosse corrotta prima ancora della prevaricazione di Adamo, poiché il cor malignum (3, 20 sgg.; 4, 4; 3, 26; cf. 7, 92 cogitamentum malum), che è la vera radice di tutti i peccati, è constatato e insito nell'umanità come un « mal seme » (4, 28-30 sgg.); anche Adamo lo ebbe e fu da esso trascinato alla colpa (3, 21). Quindi il suo peccato, più che l'origine, fu l'inizio dei peccati nel mondo, il primo anello di una catena che si protrae indefinitamente.
Contro tutti i nemici e oppressori della teorezia, IV E. attende positute la vittoria temporale e nazionale sotto la guida e gli auspici del Messia; e contro la corruzione morale largamente diffusa nel mondo prospetta il giudizio finale e la felicità dei giusti nell'altra vita. Quindi si ha una duplice escatologia, collettiva e temporale la prima, individuale e ultraterrena la seconda: quella si realizza per opera del Messia, questa è attuata da Dio solo. La restaurazione messianica, tutta e sfondo politico, rispecchia le vedute particolaristiche del giudaismo. Ma nell'ambito dell'escatologia individuale la visione si sllarga. Ed è merito dell'apocrifo di avere prospettato con chiarezza la salute finale sotto l'aspetto individuale, differenziandosi dalle altre escatologie giudiche che trascurano quasi completamente il problema individuale, e assurgendo ad un universalismo, che non è soltanto fittizio, come vuole W. Mundle.
Anche in questo apocrifo il Messia è un restauratore nazionale, un duce assetato di vendetta dei nemici: egli libererà il suo popolo non dal peccato ma dalla oppressione straniera. La sua missione è terrena e parziale e non avrà alcuna parte nel regno oltramondano: più che un re o un giudice è un grande inviato che viene mesto da parte quando la sua opera è compiuta. In quei testi ove è detto Figlio di Dio (7, 29 « Filius meus Christus »; 13, 34) vi è forte ragione di pensare ad influisti cristiani, senza parlare di 7, 28, ove l'internatore ha inserito addirittura « Gesù » (« Filius meus Iesus »). Del Messia si afferma vagamente la preesistenza in cielo (7, 36), ove l'Altissimo lo tiene riservato per poi « rivelarlo » (7, 28): come questa « rivelazione » avvenga non è detto. In 7, 29 è preammunitata la morte del Messia: passo unico nella letteratura apocrifa giudica (mancante in alcune versioni orientali, come l'araba e l'armena): con il p. Lagrange e molti altri critici si deve pensare ad interpolazione cristiana; anche se il passo fosse genuino, non si tratterebbe della morte redentrice, che esula del tutto dall'apocrifo, ma di una morte comune, cui neppure il Messia può sfuggire quando è compiuta l'opera sua: ciò che segue (resurrezione dei morti, giudizio e sorte finale degli uomini) è opera di Dio solo.
R. Kabisch sezionò IV E. in 5 documenti, differenti per contenuto, substrato ideologico ed età di composizione: S (apocalisse di Salathiel, composta in Roma ca. l'a. 100 d. C.), E (apocalisse di E., ca. il 31 a. C.), A (visione dell'Aquila, ca. il 90 d. C.), M (Menschenzeb u visione del « Figlio dell'uomo », al tempo della venuta di Pompeo a Gerusalemme, 63 a. C.), E' (frammento di E., ca. il 100 d. C.); un redattore (R) avrebbe poi unito insieme i vari frammenti, senza riuscire ad eliminare le stridenti divergenze di idee e di figure. La tesi fu sostenuta anche da E. De Faye, R. H. Charles, G. H. Box, ecc.; tra i recenti è tornato a negare l'unità del libro A. Kaminka. Ma a questa vivisezione si sono opposti altri valorosi critici, come H. Gunkel, C. Clemen, E. Schürer, B. Violet, W. Mundle, M.-J. Lagrange, J.-B. Frey e altri. Oggi l'unità e la integrità è comunemente ammessa, poiché, nonostante le differenti movenze d'idee e d'immagini, l'impronta d'un unico autore è molto marcata nella linearità della forma stilistica ed anche nell'interesse centrale: il problema del male e della giustizia divina. « Il mosaico è nelle idee », dice giustamente Lagrange, « non nei documenti » (Revue biblique, nuova serie, 2 [1905], p. 487): gli elementi dottrinali preesistevano all'autore, che li trasse dal fondo tradizionale, senza riuscire a fondere e armonizzare il vostro e corrico materiale.
Numerosi riscontri esistono, nella fraseologia e nei concetti, tra IV E. e gli scritti del Nuovo Testamento (J.-B. Frey, in DBs, I, col. 414), e devesi appunto alla presenza di questo elemento cristiano se l'apocrifo fu tenuto per lungo tempo in onore nella Chiesa. Si ammette dai più un influsso cristiano, quantunque non sia facile determinarne l'ampiezza. Più notevoli analogie si riscontrano nelle dottrine della legge, giustificazione per le opere, peccato originale, libero arbitrio, resurrezione dei
morti, vita futura; spesso però sono più apparenti che reali, mentre più forti sono le divergenze, soprattutto nel concetto di restaurazione messianica e circa il ruolo del Messia nel giudizio finale.
E., v e vi LIBRO di. - I capp. 1-2, esistenti nella sola versione latina, formano il V E., e i capp. 15-16 il VI E., come vengono comunemente chiamati dopo O. F. Fritzsche e H. Weisel. In V E. si leggono due messaggi: il primo (1,4-2,9) di maledizione contro la sinagoga per le sue infedeltà, il secondo (2,10-4,8) di misericordia e di connoissance per la Chiesa, alla quale si promette la vittoria e la felicità. Il carattere addizioso di questi capitoli rispetto all'aposibile primitivo non sfugge. Per la data di composizione non si accordano i critici: dalla metà del II sec. d. C. (G. Volkmar) alla fine del sec. v o principio del sec. vi (L. Pirot). Il VI E., di minore interesse del precedente, serve di appendice a IV E. (capp. 3-14); ha un colore marcatamente apocalittico: a tutto un messaggio di terrore che richiama le note invettive di Isaia, Geremia, Gioia e Nahum. Si ritiene che sia stato scritto originariamente in greco verso la fine del sec. III.