ESTE. PAMIGLIA d' - Autografo di Ippolito II d'E., conservato nell'Archivio di Stato di Modena (12 marzo 1571).
Giulio ordirono, con il conte Albertino Boschetti ed altri, una congiura per uccidere Alfonso e Ippolito e dare a Ferrante il ducato. Ma in assenza di Alfonso, Ippolito, scoperta la trama, ne fece arrestare gli autori. Il Boschetti fu giustiziato con altri complici. I due Estensi, graziati della vita, rimasero in prigionia: Ferrante vi morì nel 1540; Giulio ne uscì vecchissimo nel 1559 e morì due anni dopo.
Ippolito tenne una corte numerosissima, e fra i suoi gentiluomini furono Celio Calcagnini, Annibale Collenuccio figlio di Pandolfo, Guido Postumo Silvestri e molti altri nominati nell'ultimo canto del Furioso; ma il più celebre fu Ludovico Ariosto, che entrò al suo servizio nel 1503 e ne fu licenziato nel 1517, per aver rifiutato di seguirlo in Ungheria. L'Ariosto gli dedicò il Furioso; ma il fatto che il cardinale non volle perdonargli la sua disobbedienza, le lagnanze del poeta nelle Satire contro il signore che «di poeta» lo aveva fatto «cavallaro», e il supposto schernevole apprezzamento sul poema, hanno creato a Ippolito fama di principe prepotente e incalto. In realtà, se fu di carattere violento e autoritario, ebbe però vasta cultura, viva passione per la musica, amore per le arti, come attestano i suoi cordiali rapporti con Leonardo da Vinci. È assai probabile che la frase beffarda attribuita sia pura leggenda, perché i più antichi riferimenti sono soltanto in autori francesi del Seicento, dai quali la riprodussero gli Italiani nel Settecento.
BBL.: G. Bertoni, L'Orlando Furioso e la Rinascenza a Ferrara, Modena 1919, passim; M. Catalano, Vita di Ludovico Ariosto, Geneva 1931, passim.