FILA E FILOROMO, santi, martiri. - Fila da giovane ricoprì importanti cariche civili; ricco, dotto, influente, fu poi vescovo di Tmuis. Arrestato con altri vescovi nella persecuzione di Diocleziano, dal carcere scrisse, insieme a loro, a Melezio di Licopoli che faceva abusivamente ordinazioni in altre diocesi. Scrisse anche ai suoi fedeli sopra l'eroismo dei martiri. Il suo coraggio nell'affrontare il martirio convertì l'alto ufficiale Filoromo, che fu decollato insieme a lui. Festa il 4 febbr.
FRANCESCO PHILIPPE
CITAVIANO VABITI
ERIVS refrendi ad nomen
patrem quem est venit ex
gentem imperatoris dedit.
Id est ex fortitudine, rationali
ad eorum quo facti in praeutoria
creditis, etiam illam paronamus, sed
fructus, ut maritores proiecti aequo
bonis. Nam gentem in idem mortali
fructum in primum falli capitis non
non in eo in eo qui facti in praeutoria
est, sed in eo qui facti in praeutoria
est in eo
sicuro che F. avrebbe fatto assai più di quello che gli veniva richiesto, lasciava capire chiaramente quale fosse la meta a cui tendeva il cristianesimo in rapporto alla schiavitù, pur senza propugnare mezzi violenti e rivoluzionari. L'abolizione della schiavitù doveva essere il frutto di una lenta ma profonda trasformazione della coscienza collettiva.
L'affinità dell'argomento ha suggerito il confronto della F. con due lettere indirizzate da Plinio il Giovane a Sabiniano (Opera, ed. A. M. Guillemin, III, Parigi 928, pp. 114 sg., 118). Nella prima Plinio s'interpone a favore di un libero fuggito dalla casa di Sabiniano; nella seconda ringrazia costui per avere merito alla sua preghiera. Il caso riguarda, dunque, non uno schiavo, ma un affrancato. Inoltre, Plinio lascia capire che a una ricaduta la punizione potrà venire applicata: ciò della proposta della F., che contempla rapporti del tutto nuovi tra padrone e schiavo, ispirati da amore reciproco. La distanza tra il servo e il padrone resta stata nelle lettere di Plinio; né poteva consentire di accorciarla quella virtù fondamentale per uno stoico che era il culto di ciò che conviene (tò πράνου; cf. J. Huby, p. 117 sg.). Anche sotto l'aspetto dell'abilità nel trattare l'argomento, della spontaneità e dell'arguzia, la F. supera lo scritto pagano, restando un capolavoro d'arte opto-stolare (E. Renan, L'Antéchrist, Parigi 1873, p. 96), è soprattutto di dignità e di nobiltà cristiana, fondata sui saldissimi motivi della partecipazione alla vita divina in Cristo. La F. doveva offrire alle future generazioni un esempio pratico dell'applicazione di questi principi.
L'autenticità paolina è stata messa in dubbio solo da qualche seguace della critica più radicale, come F. C. Burr, C. Weiszacker, B. Steck; mentre gli altri sono d'accordo nel riconoscere che la F. porta in sé le migliori garanzie della propria origine (cf. P. Feine-J. Behm, Einleitung in das Neue Test., 8a ed., Lipsia 1936, p. 95). Che essa sia stata poco citata nell'antichità non può essere meravigliata, tenuto conto della sua brevità, della destinazione a un privato e del fatto che il suo substrato dottrinale si raccoglieva, anche più chiaramente, da altre lettere di Plinio. S. Girolamo parla in termini generici di qualche dubbio sorto circa l'autenticità paolina, con riflessi sul carattere sacro dello scritto: ciò che non impediva, però, il consenso della Chiesa sull'uno o sull'altro punto (In Epist. ad Philem.: PL 26, 635-38). Esplicità riconoscimenti si hanno nel Frammento muratoriano (Schriftliche Biblicum, Roma 1927, n. 4), in Origene (In Ier., 19, 2: PG 13, 501) in Tertulliano (Contra Marcianus, 5, 21: PL 2, 524 [556]).