FILIPPO II, re di SPAGNA. - N. a Valladolid il 21 maggio 1527 da Carlo V ed Elisabetta di Portogallo.
Ebbe maestri, oltre la stessa madre, d. Juan de Zuniga e d. Juan Martínez Siliceo; dal padre ricevette l'educazione politica e diplomatica, nella quale fece le prime prove, quando, nel 1543, ressa il governo durante un'assenza di Carlo V. Nel 1554 si recò in Inghilterra a sposare la regina Maria la Cattolica; ma questo matrimonio non ebbe l'effetto politico duraturo che l'Imperatore si aspettava,

F. II considerò la sua sovranità come una missione affidatigli da Dio per il bene dei suoi popoli e la difesa del cattolicesimo, di cui egli si considerava il più disinteressato campione. Fu secondato in questo dalla convinzione del clero spagnolo, rimasto immune dalla contaminazione delle nuove dottrine, che avevano rotto l'unità spirituale dell'Europa; esso infatti considerava la propria nazione come l'unica rimasta fedele al cattolicesimo tradizionale ed in grado, ricostituita ormai la unità politica, di provvedere ad un nuovo ordinamento dell'Europa per cui la potenza politica doveva arginare e superare il prepotere conseguito dai protestanti.
Sincero credente F. II non poteva non essere fautore convinto della riforma cattolica e lo dimostrò in particolare, durante il terzo periodo del Cancilio di Trento, intervenendo nel dirigere l'attività dei suoi vescovi in questo senso. Così pure si preoccupò della diffusione del cattolicesimo nei paesi d'oltremare sui quali si estendeva
la sovranità spagnola. Ad es., nel 1567 chiese missionari gesuiti per il Perù a s. Francesco Borgia e li provvide con larghissima liberalità; oltretanto fece nel 1571 con i Gesuiti inviati nel Messico. A Francesco Toledo, nel 1568 vicerò del Perù, F. II affidò con efficacia « la doctrina y conversion de los naturales »; non accettò però la proposta di Gregorio XIII di costituire un nunzio apostolico per i possedimenti spagnoli d'America, volendo mantenere un suo esclusivo controllo su quelle regioni. Analogo interesse mostrò F. II per le missioni in Oriente patrocinando il vescovado eretto da Sisto V in Giappone nel 1588 e promuovendo le missioni dei Domenicani a Francescani nelle Filippine. Convinto che a Roma non si provvedesse con il dovuto zelo all'opera della riforma e non si apprezzassero abbastanza le sue direttive politiche, non rinunciò talora ad una decisa opposizione ai provvedimenti della S. Sede; mentre questa non intendeva cedere ai propri diritti, e lo si vide particolarmente in occasione delle controversie riguardo a Bartolomeo Carranza arcivescovo di Toledo, processato dalla Inquisizione spagnola sostenuta dal re, quando Roma avocò a sé la sentenza e F. II fu persino minacciato di scomunica. Altra pericolosa vertenza tra Spagna e S. Sede fu quella nata per l'atteggiamento del governatore di Milano, duca di Albuquerque, di fronte a s. Carlo Borromeo in materia di giurisdizione. Ma la più grave causa di conflitto fu quella sorta in seguito alla promulgazione della bolla In coma Domini (1568), che suscitò fierissime questioni nel regno di Napoli per il rifiuto dell'exequatur ad esso apposto dal Consiglio Collaterale. Queste contese giurisdizionali per poco non compromissero la spedizione che allora si preparava contro i Turchi. Per fortuna il problema anti-ottomano prevalse, e si giunse all'attuazione dell'impresa che culminò con la battaglia di Lepanto (7 ott. 1571).
Ma accanto a questa vittoria il Regno di F. II vide anche sconfitte. La sollevazione dei Paesi Bassi, ribelli alla politica fiscale e religiosa della Spagna, non doveva più dar pace al re, neppure dopo che Alessandro Farnese gli ebbe riassoggettato le province meridionali; che le sette province del nord, collegatesi nell'unione di Utrecht (1579), dovevano continuare la lotta sotto la guida degli Orange (fino a che la loro indipendenza non venne riconosciuta).
Mentre perdurava questo logorante duello, F. II tentava di intromettersi nelle guerre religiose che agitavano la Francia, per assicurarsi, a mezzo della vittoria cattolica, una ingerenza al di là dei Pirenei. Dal pari egli si scontrava con l'Inghilterra. Il dissidio raggiunse la fase più drammatica allorquando la questione di Maria Stuarda Vindusse a scendere in campo. Ma la flotta spagnola destinata a risalire il Tamigi e a violare la capitale inglese, la famosa armada invencibile, composta di 130 navi, fu distrutta prima dalla tempesta e poi dal nemico (27 giugno 1588), e toccò invece a Cadice l'onta e il danno delle distruzioni causatevi dalla flotta inglese. Intanto, risolti in Francia ad opera di Enrico di Borbone la lunga crisi religiosa, F. era costretto a riconoscere il nuovo stato di cose e ad accettare la pace di Vervins (2 maggio 1598). La fibra del re resistette ancora alcuni mesi all'immane logorio a cui era stata assoggettata. Egli moriva nell'Escuriale il 13 sett. 1598 (Clemente VIII, nell'allocuzione del 9 ott. 1598, ne ricordava le benemerenze verso la cattolicità).
La vita agitata di questo lungo regno è tutta connessa allo gravi esigenze che la sua compagine imponeva. Immenso per estensione, era indebolito dalla dispersione delle sue parti; mentre il dominio dei mari gli era contrastato dalla nuova e prepotente avanzata inglese, e, nel Mediterraneo, dai Turchi. Nella Spagna a tutto ciò si aggiungeva quella crisi economica e sociale che si accrescerà sotto i successori. Si aggiunga la turbolenza dell'Aragona che mai sopportava la politica castigliana del re. Tuttavia a questo inizio di decadenza si accompagnò, oltre al fasto della corte, lo splendore intellettuale ed
artistico, e si delineò chiaramente, su un piano politico-religioso europeo, uno dei fulcri più solidi della controffensiva cattolica contro il mondo protestante. - Vedi tav. LXXXVI.
