GERBET, PHILIPPE

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GERBET, PHILIPPE. - Controversia, n. a Poligny il 5 febbr. 1798, m. a Perpignano l'8 ag. 1864. A Parigi si legò in amicizia con il Lamentina, di cui divenne fervido ammiratore, diffondendone il pensiero dalla cattedra e con gli scritti: Des doctrines philosophiques sur la certitude dans leurs rapports avec les fondements de la théologie (Parigi 1826); Coup d'œil sur la controverse chrétienne depuis les premiers siècles jusqu'à nos jours (ivi 1828); Sommaire d'un système des connaissances humaines, pubblicato l'anno seguente.

Quando però, nel 1834, le dottrine del Lamentina furono condannate, G. abbandonò il maestro, anzi gli scrisse contro Précis de l'histoire de philosophie (ivi 1834). Dal 1839 al 49 fu a Roma. Frutto di tale soggiorno è l'opera in 2 voll. Esquisse de Rome chrétienne (ivi 1844-50). Ritornato in Francia, fu vicario generale ad Amiens, e nel 1854 divenne vescovo di Perpignano. Della sua attività episcopale è importantissima l'Instruction pastorale

senso critico, gli sviluppi del pensiero per l'intero secolo; per cui nella sua attività si possono distinguere tre periodi:
1) nelle prime opere (L'immaterialità del l'âme démontrée contre Mr. Locke, ecc., Torino 1747; Défense du sentiment du malheur, ecc., 1714) è schiettamente cartesiano, critica con acume il Locke (che pure apprezza), ed accoglie con entusiasmo l'ontologismo e l'occasionalismo del Malebranche; 2) maturo d'anni e di studi, professa un platonismo più indipendente, con tendenza eclettica (Introduzione allo studio della religione, Torino 1755, opera di storia della filosofia, con, in appendice, due notevoli simili disertazioni: Dell'esistenza di Dio e dell'immaterialità delle nature intelligenti e Dell'origine del senso morale; Recueil de dissertations... Parigi 1760; ecc.); 3) infine trattò, su basi spiritualistiche e cristiane, i problemi moralia e sociali in pieno sviluppo negli ultimi decenni del secolo, nei quali parevano signoreggiare il Rousseau ed in genere i maestri dell'empirismo irreligioso (De l'ordre, Torino 1770-73; Discours philosophiques sur l'homme, 1770-1769; De l'homme sous l'empire de la loi, 1774; Précis d'un cours d'instructions sur l'origine, les droits, et les devoirs de l'autorité souveraine, 1779).
L'attività culturale più strettamente religiosa del G. comprende trattazioni ascetico-religiosi (Vita del b. Sauli, Roma 1805; Breve esposizione dei caratteri della vera religione, Torino 1767, operetta per qualche tempo diffusissima, tradotta anche in polacco, ecc.), di teologia positiva (Saggio d'inscrizione teologica, Roma 1776), morale (v. SORA) o polemica (in confutazione di Raynal, Eybel, G. Febronio, Pfaff e altri).
Da un punto di vista complessivo, il pensiero filosofico del G., che può definirsi come uno spiritualismo critico e progressivo, obbedisce ad un duplice postulato sottinteso: fiducia nei poteri conoscitivi dello spirito umano e insieme nell'intrinseca necessaria armonia della ragione con la fede; e si espande lungo le seguenti direttive: 1) difesa dello spiritualismo cartesio-malbranchiano, contro l'empirismo sensitistico lockiano e posteriore; 2) difesa, più generale, del razionalismo contro l'empirismo, e, soprattutto, dello spiritualismo cristiano contro il naturalismo materialistico e le tendenze patetistiche; 3) studio di problemi di filosofia matematica e naturale; 4) studio critico di problemi moralia e politici, tanto fondamentali quanto di attualità.
Nelle dottrine politiche il G. accoglie il concetto di uguaglianza, ma ne elimina le deviazioni: gli uomini sono uguali per natura, ma sussistono necessariamente fra di essi delle disuguaglianze relative, e quindi lo stato di natura non contrasta di per sé con lo stato di società. Ciò non significa peraltro approvazione incondizionata della società, così come essa si trova costituita: anzi il G. è contrario alla concezione dello Stato patrimoniale e ad ogni forma paternalistica di governo, qualora ad essa faccia difetto il positivo e cosciente contributo dei sudditi.

Opera più importante ancora sono le Réflexions sur la théorie et la pratique de l'éducation contre les principes de J.-J. Rousseau (Torino 1763; ripubblicate poi col titolo di Anti-Emile, in Opere, I, p. 3 sgg.), che formano una serena, pacata e compiuta disamina e confutazione dell'Emile. Il filosofo ginevrino, infatti, tutto intento a difendere l'educazione che viene dalla natura e a subordinare quella che deriva degli uomini, aveva fondato le sue osservazioni sopra tre principi: 1) Il fanciullo nasce buono, perciò i primi moti della natura sono sempre retti e quindi non si devono reprimere; 2) la società corrompe il fanciullo, che perciò non deve avere nessun punto di contatto con essa; 3) all'età di 10 o 12 anni la ragione del fanciullo non è ancora sviluppata e quindi l'insegnamento della religione e delle materie che servono a coltivare la ragione deve essere differito a più tardi.

Contro queste osservazioni il G. afferma: 1) L'esperienza quotidiana insegna che le inclinazioni, derivanti dalle sensazioni gradevoli o sgradevoli, si sviluppano in tutta la loro forza senza che possano essere o trattenute o moderate dalla ragione, troppo debole ancora nel bambino. Qualora esse non venissero represse e dominate da dagli inizi, si formerebbero cattive abitudini, che più tardi la ragione dovrà condannare, ma non potrà vincere se non con grande difficoltà. 2) La natura stessa ha fatto l'uomo socievole, quindi ogni individuo deve essere educato in ordine alla società, di cui non potrà mai fare a meno. Tutto nell'universo è collegato; e come nel mondo fisico le nature corporee, perdendo le relazioni, che le legano le une alle altre, perdono della loro attività, così le nature intelligenti, fatte per occupare un posto nel mondo morale, cioè nella società, non possono rompere i legami che le uniscono senza snaturarsi e privarsi dell'esercizio delle loro più nobili funzioni; non si potrà mai fare un uomo perfetto, se non se ne fa un perfetto cittadino. 3) Il fanciullo, poi, è capace di ragionare parecchio prima dei 10 o 12 anni; sa, infatti, benissimo discernere quando è punito a torto o a ragione; sa distinguere un'azione buona da una cattiva; è quindi dannoso lasciare incolta questa capacità, che va invece coltivata e affinata. In particolare, poi, l'idea di Dio non è tanto sublime, che non la si possa acquistare, senza pericolo di false speculazioni, anche prima dei 10 o 12 anni, come pretende il Rousseau, perché il fanciullo sa pure che una casa, una statua, un quadro non si sono fatti da sé; egli domanda, infatti, subito: chi ha fatto questo? Per conseguenza è dannoso ritardare l'istruzione religiosa oltre il tempo, in cui le passioni troverebbero nella religione una norma direttrice e una forza dominatrice. E il G. conclude: «Il disprezzo d'ogni religione rivelata e del cristianesimo in particolare, oserei dire, la dimenticanza della divinità, l'odio contro ogni governo stabilito, la rivolta contro ogni legittima autorità, uno spirito sfrenato di indipendenza e di libertà, l'obbedienza cancellata dal dizionario dei fanciulli, una falsa indulgenza a non reprimere le sfrezzatezze della loro libertà naturale, un falso ritegno a non ragionare con loro, a non coltivare la loro mente con alcun degno di stessi convenienti alla loro età: ecco i frutti del nuovo disegno di educazione». La finezza delle osservazioni del G. venne riconosciuta dallo stesso Rousseau, il quale asserì che l'opera del G. era l'unica che egli avesse avuto la pazienza di leggere fino alla fine, solo rammaricandosi che l'autore non avesse compreso la sua.

BIBL.: Le opere pedagogiche del G. sono contenute nel vol. I delle Opere edite e inedite, a cura di L. Scati e A. M. Grandi. Roma 1866; G. Allievo, G. S. G. educatore e pedagogista, Torino 1866; G. B. Gerini, Gli scrittori pedagogici italiani del sec. XVIII, Torino 1901, pp. 323-50; L. Mapelli, s. V. in Dizion. illustrato di pedagogia, II, Milano 1888, pp. 47-51; M. Melillo, Due critici italiani della pedagogia di G. G. Rousseau, Foggia 1912; G. L. Arrighi, Le critiche all'Emilio del G. e del Capponi, Firenze 1924; E. Codignola, La pedagogia rivelazionaria, Firenze 1924.