GIACOBIETTI

GIACOBIETTI. - Nome che si dà ai monofisiti siri, derivato da Giacomo Baradeo, il quale verso la metà del sec. VI organizzò la Chiesa monofisita specialmente in Siria.

I. STORIA

Il monofisismo in Siria si affermò già dopo il Concilio di Calcedonia (451). I monofisiti riuscirono ad occupare la sede di Antiochia per la prima volta nel 468 (Pietro Fullone). Il loro rappresentante più autorevole e padre del posteriore monofisismo, del resto puramente verbale, fu Severo, patriarca di Antiochia (512-18) sotto l'imperatore Anastasio, favorevole anch'egli al monofisismo. Con l'avvento dell'imperatore Giustino al potere (518) la situazione cambiò e Severo dovette fuggire. Quando sotto Giustiniano (527-65) le cose diventarono sempre più critiche per i monofisiti, i cui vescovi furono messi in prigione, il monaco Giacomo Baradeo riuscì, con l'aiuto dell'imperatrice Teodora, a farsi consacrare vescovo ed a consacrare da parte sua sacerdoti e vescovi monofisiti. In tal modo egli creò tutta una gerarchia monofisita accanto e contro la gerarchia ortodossa. Dal suo tempo quindi esiste una Chiesa monofisita di Antiochia distinta da quella ortodossa ed opposta ad essa. Con ragione quindi i monofisiti siri vengono chiamati g.
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Giaconae - Incontro di G. con Lia e Richele (Gen. 29). Affresco, su cartone di Raffaello, cecguito da scolari - Vaticano, Logge di Raffaello.

ortodossa ed opposta ad essa. Con ragione quindi i monofisiti siri vengono chiamati g.

Il monofisismo si affermò in Siria principalmente nella campagna, dove si parlava la lingua siriaca. Nelle città ellenizzate al contrario prevalse l'ortodossia. Nella Mesopotamia settentrionale, p. es., in Edessa, Amida, Mabbûg ecc., s'impose il monofisismo. Nella lotta religiosa intorno al monofisismo s'immissiò anche una buona dose di nazionalismo siro in opposizione agli odiati Greci di Bisanzio, considerati oppressori del popolo siro.

Dalla Persia i monofisiti furono scacciati dopo che, verso la fine del sec. V, fu introdotto il nestorianesimo. Poterono però ritornarvi quando nell'inizio del sec. VII i Persiani conquistarono temporaneamente la Siria, la Palestina e l'Egitto. Il tempo fino all'avvento dei Persiani è pieno di dispute interne tra i monofisiti di vari indirizzi, lotte che talvolta diventarono perfino cruente.

Sotto il regime dei Persiani, che conquistarono Antiochia nel 611, i g. si sentirono liberati dalle continue vessazioni dei Bizantini. Per guadagnare i monofisiti alla causa dell'Impero, Eraclio (610-41), dopo aver raccolto i Persiani dalla Siria (629), propagò il monostelismo come formula di conciliazione. L'Imperatore riconobbe il patriarca monofisita Anastasio come unico patriarca di Antiochia.

L'invasione degli Arabi staccò la Siria definitivamente dall'Impero, fatta astrazione dal ritorno temporaneo dei Bizantini nella seconda metà del sec. X. I g., come avversari dei Bizantini, godettero in un primo tempo del favore dei conquistatori. Ma verso la fine del sec. VII anche la loro situazione cominciò a peggiorare.

Molto agitata era presso i g., nell'epoca degli Arabi, questione del «mafriano». Mafrêjân (= «quello che fa frutto») era il titolo del capo supremo della parte orientale della Chiesa giacobita, già sottomessa ai Persiani. Cessato, a causa dell'invasione araba, il limite tra la Persia e la Siria, il mafriano pareva non avesse più ragione di essere. Il patriarca Dionigi di Tellmahrê (518-45) riuscì a sottomettere anche la parte orientale posta sotto il mafriano.

La conquista bizantina della seconda metà del sec. X mise di nuovo i g. in contatto con i Bizantini, che disturbarono la pace cercando - non senza ricorso alla forza - di convertirli all'ortodossia. Vescovi e monaci recalcitranti ed anche una volta lo stesso patriarca furono deportati a Costantinopoli. I g. si rallegrarono della vittoria dei Turchi selgù-qidi sui Bizantini e preferirono la dominazione dei Turchi, che non disturbavano la loro fede, a quella dei Bizantini.

Le relazioni dei g. con i Crociati latini furono generalmente buone. Specialmente il patriarca Michele il Grande (1166-99) fu amico dei Latini. Il patriarca Ignazio II emise perfino la professione di fede cattolica (nel 1237 a Gerusalemme).

Dal sec. XIII fino al XV vari scismi divisero i. g. Ve n'era anche uno politico, perché i. g. erano in quell'epoca separati politicamente, in quanto, tra l'altro, appartenevano in parte al dominio dei Mamelucchi ed in parte al Regno degli Armeni di Cilicia. Nel 1293 i vescovi occidentali, riuniti a Sis, elessero un proprio patriarca, Ignazio Michele, contro il patriarca Ignazio residente a Mardin. Questo scisma durò fino al 1445. Nel Tur 'Abdin esistette dal 1364 fino al 1494 un contro-patriarcato.

Il Concilio di Firenze fece un tentativo di unione con i. g. Nel 1444 il delegato del patriarca Ignazio IX riconobbe il sommo pontefice Eugenio IV in nome dei g. residenti tra il Tigri e l'Eufrate. Ma quest'unione non diventò effettiva. Un altro tentativo fu fatto sotto Gregorio XIII, il quale nel 1581 riconobbe il patriarca Ignazio David Sah come patriarca di Antiochia. Ma poiché il patriarca rifiutò di riconoscere il Concilio di Calcedonia e di condannare Diocloro, l'unione non riuscì. Più tardi, nel sec. XVII, per il lavoro paziente dei missionari latini, si formò lentamente una comunità di Siri cattolici convertiti dal monofisismo, che ebbero per la prima volta un patriarca, nel 1662, nella persona di Andrea Akidjan.

L'oppressione secolare da parte dei musulmani ha ridotto la Chiesa giacobita, già tanto fiorente, a poca cosa. Ancora durante la prima guerra mondiale molti g. nell'Asia Minore furono massacrati dai Turchi. Il patriarca, dopo la guerra, trasferì la sua sede dal convento Dér Safrán presso Mardin in Turchia a Homs in Siria. Anche molti fedeli cercarono un rifugio in Siria o nel Libano sotto il mandato francese. Così in Turchia ne rimasero ben pochi.

I. g. (essi stessi non amano questo nome, si chiamano piuttosto «Siri ortodossi» oppure «vecchi Siri») sono molto attaccati alla loro nazionalità sìra, benché parino oggi l'arabo. In Siria se ne contano (secondo la statistica del governo francese del 1935) 24.000, e nel Libano 3000. In gran parte sono fuggiaschi immigrati dopo la guerra del 1914-18 dalla Turchia, da Edessa, da Mardin o anche dall'Iraq. I. g. sono particolarmente numerosi nell'angolo nord-orientale della Siria (alta Gezirah), dove se ne trovano 10.000. A Homs, nei dintorni, e a Damasco ve ne sono molti residenti in lungo tempo. Oltre il patriarca che risiede a Homs vi sono in Siria dei vescovi ad Aleppo e nell'alta Gezirah. Un altro ha sede a Beirut nel Libano. In Palestina i. g. sono poco numerosi. Il monofisismo non poté mai affinare nel patriarcato di Gerusalemme. Nella città santa i. g. possiedono il celebre convento di S. Marco, con una ricca biblioteca di manoscritti ed una tipografia.

Più numerosi sono i. g. nel 'Iraq, dove il loro numero raggiunge i 12.000. Sono specialmente forti a Mousul, dove risiedono da tempo e in condizioni agiate. Vi hanno delle belle chiese antiche. A Mousul risiede pure il vescovo. Nelle vicinanze si trova il famoso monastero di Măr Mattaj con la tomba di Bar Ebreo (m. 1286). Sui g. dell'India V. MALABARESI.

II. LETTERATURA

I. g. possiedono una ricca letteratura teologica. Si può dividere la storia della letteratura siriaica dei monofisiti in tre periodi: il primo fino all'invasione degli Arabi, il secondo fino alla fine del primo millennio ed il terzo che finisce con il sec. XIII. Dopo non si trova più nessun autore degno di nota. Comincia il periodo della completa decadenza.

Il principale Padre della Chiesa monofisita è Severo, patriarca di Antiochia (512-18), il quale scrisse in greco. Molti suoi scritti sono conservati solo in traduzione siriaica; così le lettere e le prediche. Il primo scrittore monofisita di lingua siriaica di valore è Filossono vescovo di Mabbūg (Gerapoli), m. nel 523, zelante propugnatore del monofisismo. Giacomo di Sérūg (m. 541) è il più celebre poeta dei monofisiti siria, chiamato «il flauto dello Spirito Santo»; era di natura pacifica e non si preoccupò delle controversie teologiche; scrisse numerose omelie metriche. Giovanni, vescovo di Efeso (m. dopo il 585), è l'autore di una celebre storia della Chiesa.

Nel secondo periodo della letteratura giacobita le controversie teologiche non tengono più un posto così eminente, poiché i. g. erano ormai separati da Bisanzio. Ma l'influsso greco rimase pure forte. Presto l'arabo penetra presso i. g., così che verso la fine di questo periodo la letteratura siriaica va scomparendo.

Con Severo Sébök (666) comincia un periodo di prosperità della letteratura siriaica ellenizzata. Alla sua scuola appartengono Atanasio di Bâlad, eletto patriarca nel 684 (m. 687), Giacomo vescovo di Edessa (m. 708), il più ragguardevole rappresentante dell'ellenismo cristiano nella letteratura siriaica, paragonabile con s. Girolamo, e Giorgio vescovo degli Arabi.

L'affermarsi della dominazione araba condusse a lungo andare alla decadenza della letteratura siriaica. L'ampia e multilaterale attività di Mosè bar Kéfâ (815-903) rapresenta il tramonto di questo periodo.

Nel secondo millennio la letteratura siriaica dei g. ha avuto un nuovo periodo di prosperità. Il rinnovo contatto con il mondo bizantino, saturo di cultura, diede nuovo impulso anche alla letteratura dei g. I rappresentanti più insigni del rinascimento letterario appartengono all'alto clero giacobita. Il patriarca Michele I il Grande (1166-99) è noto per la sua storia della Chiesa giacobita. L'attività del vescovo di Amida, Dionigi bar Salibi (m. 1171) segna l'apogeo del rinascimento della letteratura siriaica. L'influsso della cultura araba si mostra forte nel monaco Giacomo bar Sakkô (m. 1241), il quale scrisse una Summa filosofia ed una teologia, ed anche nell'ultimo e forse più autorevole ed universale teologo dei g.: Gregorio Bar Ebreo (1226-86), paragonabile in più aspetti con il suo contemporaneo occidentale s. Alberto Magno. Dopo di lui comincia la definitiva decadenza della letteratura dei g.

III. DOTTRINA

Il monofisismo dei g. è, come quello di Severo di Antiochia, puramente verbale. Ammettono che Gesù è vero Dio e vero uomo, che ha tutto quello che appartiene alla natura umana ed a quella divina. Ma si ostinano nel rifiutare di ammettere la formola delle due nature e nel respingere le decisioni del Concilio di Calcedonia, che secondo essi sarebbe ricaduto nel nestorianesimo. I. g. sono quindi piuttosto scismatici che veri eretici. È chiaro che non ammettono i Concili che seguirono a quello di Calcedonia. Quanto alla dottrina sui Sacramenti, i. g. non hanno elaborato un sistema. Essi hanno accettato il numero settentrario sotto l'influsso cattolico. Il ministro dei Sacramenti è solo il sacerdote. Soltanto recentemente i. g. ammettono, sotto l'influsso cattolico, il Battesimo amministrato dai laici in caso di necessità. Gli antichi autori non sembrano ammettere una vera transustanziazione nella Eucaristia, ma insegnano piuttosto una specie di impazienza. Il Matrimonio fu riconosciuto come Sacramento soltanto recentemente sotto l'influsso cattolico. Nella dottrina sull'epiclesi, sulla materia dell'Eucaristia e sulla Comunione sotto le due specie gli autori giacobiti sembrano essersi accomodati alla dottrina dei Greci.
Bibl.: J. B. Abbeloos-L. J. Lamy, Gregorio Bar Hebraei Chronicon Ecclesiasticum, Lovanio 1872; I.-B. Chabot, Chronique de Michel le Syrien, patriarche jacobite d'Antioche, 3 voll., Paris 1900-10; J. Lebon, Le monophysisme sévérien, Lovanio 1909; A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922; R. Abramovski, Dionysius von Tellmahar, jacobitischer Patriarch von 818-845, Lipsia 1940; W. de Vries, Sakramenten-theologie bei den syrischen Monophysisten, Roma 1940; P. Hindo, Textes concernant les Sacrements, in Codificazione canonica orientale della S. Congregazione per la Chiesa orientale. Fonti, 2a serie, fasc. 27. Disciplina antiochena antica, Siri III, Città del Vaticano 1941; R. Devreesse, Le patriarchat d'Antioche depuis la paix de l'Eglise jusqu'à la conquête arabe, Parigi 1945.

Guglielmo de Vries