GIACOMO da VARAZZE (Jacobus a Varagine), beato. - N. a Varazze verso il 1230, vestì l'abito domenicano nel 1244; insegnò teologia e predicò a Genova, a Viterbo e in altre città d'Italia dal 1252 al 1267, gli anni più fertili della sua produzione intellettuale; fu provinciale di Lombardia dal 1267 al 1286, salvo la parentesi 1278-81, in cui, semplice frate, poté riprendere la prediletta vita di preghiera e di studio, alla quale tornò anche fra l'86 e l'88. In quest'anno rifiutò l'arcivescovato di Genova, ma
dovè accettarlo nel 1292 per comando di Niccolò IV, e lo resse sei anni con prudenza, abnegazione e coraggio. Nel 1295 ottenne pace tra «mascherati» e «rampini» (guelfi e quibellini di Genova), ma per poco. Presto le lotte ribollirono fino a provocare un incendio nella Cattedrale. Nel 1296 ricuperò a Genova reliquie di santi portate dall'Oriente. Morì la notte fra il 13 e il 14 luglio 1298, dopo aver regolato con
atti notarili la sua amministrazione episcopale. Artista e mistico, si disciplinò eroicamente ai doveri dell'apostolato militante. Il suo culto fu confermato da Pio VII nel 1816; la sua festa ricorre il 13 luglio.
Compose tra il 1253 e il 1279 la Legenda sanctorum o Legenda aurea, la quale non è solo una raccolta agiografica in ordine cronologico. G. ebbe la genialità di esporre pianamente, in un latino volgareggiante, il circulum anni temporale e santorale, spiegando il significato dei periodi liturgici e delle costumanze ecclesiastiche (vigilie, ottave, digiuni, tempora), illustrando da incantevole narratore la vita di Gesù Cristo e dei santi secondo le loro ricorrenze, commentandole e traendone applicazioni morali. La Legenda aurea poteva servire da meditazione nelle solennità, da lettura quotidiana edificante e insieme interessante per le meravigliose avventure degli eroi di Cristo, che racconta con fede ingenua, ma non puerile. Infatti si attiene alle fonti latine, escludendo gli episodi romanzeschi aggiunti dai giullari, bada più al miracoloso che all'avventuroso, dubita di date anacronistiche e di accadimenti inverosimili. La Legenda ebbe subito una diffusione immensa, costituì il breviario dei laici di media cultura, la fonte della predicazione e dell'arte agiografica dal sec. XIII al XV, fu interpolata da altre «Vite» così che i 182 capitoli del manoscritto più antico (1288 Einsiedeln) salgono a 440 nel sec. XV. Prima edizione la mia 1479; tra le moderne buona quella curata dal Graesse, Ratisbona 1890. Prima edizione in volgare, Venezia 1474, secondo la cattiva traduzione di N. Manerbi, che venne ristampata fino al sec. XVII. Nel secc. XVIII e XIX edizioni parziali di versioni trecentesche; finalmente una intera e buona traduzione trecentesca pubblicata da A. Levasti, Firenze 1924. G. compose inoltre Sermones de sanctis e Sermones dominicales (1277-81), Sermones quadragesimales (1285-92), Liber Marialis (1295). Sono schemi di prediche raccolti per invito dei confratelli, che rivelano ingegno, cultura, finezza psicologica, santità. Vennero pubblicate col titolo: Sermones super Evangelia dominicarum, festa sanc-

(di R. Scott Mynne, The Master Mass in the crown of Scotland and their works, Edinburgh 1858)