GIACOMO da VITERBO, beato. - Teologo agostiniano, n. a Viterbo ca. la metà del sec. XIII, m. a Napoli tra la fine del 1307 e l'inizio del 1308. Gli storici posteriori al sec. XVI lo fanno discendere dalla nobile famiglia Capocci.
Giovanissimo fu inviato a Parigi per frequentervi l'Università e addottorarsi in teologia. Nel 1281 nei regesti dell'Ordine è detto lector novus, cioè di nomina recente. Così erano chiamati gli studenti che, tornati da Parigi, erano insigniti del grado di lettore. Dopo alcuni anni trascorsi in Italia, fu di nuovo mandato a Parigi per leggervi le Sentenze. Nell'ott. del 1287 ottenne il baccellierato, e nella Pasqua del 1293 conseguit il magistero in teologia. Rimase ancora a lungo a Parigi, continuando l'insegnamento, come uno dei maestri actu regentes. Chiamato nel 1300 a reggere lo Studio generale, che gli Agostiniani avevano fondato a Napoli, il 3 sett. 1302 Bonifacio VIII lo nominava arcivescovo di Benevento, ma subito fu trasferito alla sede di Napoli. La S. Congregazione dei Riti, con decreto approvato da Pio X, il 4 giugno 1914, ne confermava il culto.
G. da V. svolse un'attività letteraria notevole. Alcuni suoi trattati furono menzionati fra i testi da consulare dagli studenti nella lista ufficiale dell'Università di Parigi, del 25 febbr. 1304. Fu uno dei più autorevoli rappresentanti della scuola egidiana. Da giovane prese un atteggiamento piuttosto ostile al tomismo, ed è citato come uno degli avversari dai seguaci dell'Aquinate; ma poi modificò il suo pensiero e più volte ebbe parole di lode per s. Tommaso, il cui sistema, in quanto aristotelismo moderato, nelle linee generali, è da lui accettato. Però, in conformità alla scuola dell'Ordine, si differenzia dei temi di questa scuola.
Giacomo da Viterbo, beato - Incipit del De praedicamentis in divinis. Nella Q ritratto di G. da V. Napoli, Biblioteca nazionale, cod. VII C. 4 (sec. XIV).
dai tomisti per non poche teorie importanti: sostiene il carattere affettivo della teologia, afferma il primato della volontà sull'intelletto, e colloca il bonum sopra il verum nella gerarchia dei trascendentali. Ha poi il merito di aver composto il primo trattato De Ecclesia con il suo De regimine Christiano, in cui non si limita, come i suoi precedenti, a definire la Chiesa, ma ne descrive e illustra, con una certa ampiezza, i caratteri distintivi, l'organizzazione in forma di regno, la missione spirituale e temporale ad essa affidata, i poteri assegnati al Sommo Pentefice.