GIACOMO I, re d'INGHILTERRA. - Sesto re di Scozia, n. a Edimburgo il 19 giugno 1566, m. a Theobalds il 27 marzo 1625. Unico figlio di Maria Stuarda e del suo secondo marito, Lord Darnley.
Ebbe per insegnante Giorgio Buchanan, che G. apprezzò, anche se poi ne respinse le dottrine. Il Buchanan mirava a farne un sovrano costituzionale, soggetto al controllo di quello ch'egli chiamava il popolo, ma non era parte che si confacesse al temperamento di G. I, né i tempi la consentivano.
La Scozia era controllata da un potente gruppo di nobili, che esercitavano e cercavano di consolidare i loro antichi diritti feudali e dominavano il Parlamento. La sola organizzazione a carattere popolare era la Chiesa presbiteriana, che raccoglieva i suoi aderenti negli strati medi e minuti della popolazione ed era guidata da un clero ostile sia ai nobili che al papato. Una salda autorità centrale, che sola poteva placare le lotte interne, cercò d'imporre il Morton durante la sua reggenza; ma si inimicò entrambe le fazioni e fu cacciato nel 1578, anno in cui G. I assunse nominalmente il potere. Al Morton, filoinglese, subentrò il duca di Lennox, protetto dei Guisa, che mirava a riportare la Scozia all'alleanza francese. Ma nel 1582 il partito protestante s'impossessò del re, costringendo il Lennox a rifugiarsi a Parigi. Nel 1583 G. I, riacquistata la libertà, riprese la politica del Morton e s'adoperò per sottomettere all'autorità regale sia i nobili che il clero protestante. In vent'anni di regno riuscì a dominare l'anarchia dei baroni, creando un forte governo centrale a cui subordinò anche le autorità religiose. Questo ottenne mediante una politica d'astuzia piuttosto che di forza tra le opposte fazioni, avvantaggiandosi dei loro contrasti. Dovendo prender partito nella lotta tra la madre e Elisabetta, che rappresentavano le due grandi forze in cui era divisa l'intera Europa, preferì far causa comune con Elisabetta e il protestantesimo, sempre per le sue aspirazioni al trono inglese, piuttosto che allearsi con le potenze cattoliche che appoggiavano Maria Stuarda.
Alla morte di Elisabetta (1603) G., per il testamento di Enrico VIII, fu proclamato re d'Inghilterra. La sua politica nel nuovo regno incontrò grandi ostilità. Mentre in Scozia aveva potuto dare un indirizzo assolutistico alla sua politica, in Inghilterra la monarchia aveva già raggiunto il massimo potere e la tendenza era di limitarne le prerogative. Insistendo sul diritto divino del sovrano, G. I non poteva riuscire bene accetto al suo popolo, anche se tale insistenza era motivata dalla necessità di proclamare l'indipendenza della monarchia di fronte e al papato e al calvinismo. Sul piano religioso, del resto, la sua politica fu quanto mai contraddittoria: mentre i cattolici furono delusi nelle loro speranze di una maggiore tolleranza, i puritani gli rimproverarono una eccessiva benevolenza verso
il cattolicesimo. Fatto è che ai tentativi di trovare un modus vivendi tra le due fedi tenevano dietro brusche manifestazioni anticattoliche non appena i cattolici parevano guadagnar terreno. Un vasto complotto noto col nome di « Congiura delle polveri », tendente a una restaurazione cattolica (1605), fu stroncato con la condanna a morte di tutti i congiurati. Motivata da aspirazioni di pace religiosa in Europa, anche la sua politica estera oscillo continuamente tra vari e impopolari approcci verso le potenze cattoliche e interventi in appoggio dei protestanti olandesi.
Colto, amante delle lettere, di controversie ecclesiastiche e di magia, più che non della cura degli affari pubblici, diede alle stampe numerosi scritti, tra cui noti soprattutto alcuni trattati in difesa della sua politica religiosa e specialmente della supremazia spirituale del re e della regina, che i cattolici dovevano giurare di riconoscere. Fra i suoi contraddittori meritano di essere citati il card. R. Bellarmino, il p. R. Persons, il p. F. Suárez. Il suo assolutismo regio recò, come conseguenza, la persecuzione contro i cattolici, molti dei quali subirono la morte in prigione o sul patibolo, rei soltanto di non ammettere la supremazia spirituale, che G. si arrogava.