Il termine deriva forse da un passo di s. Agostino il quale, parlando dei solitari della Tebaide, dice che usavano frequenti preghiere «brevissimas et raptim quodammodo iaculatas» (Epist., 129, 20: PL 33, 501).

GIACOSA, Giuseppe - Ritratto.
Gli autori ascetici, i santi, la Chiesa s'accordo nel raccomandare l'uso delle g. come una delle pratiche più facili, poiché non richiede tempo e può essere intercalata fra tutte le nostre occupazioni anche le più intense, mentre è particolarmente efficace nel mantenere e rafforzare l'unione con Dio, nell'imporare l'aiuto della Grazia nelle difficoltà e nel ripensare l'anima nei momenti di sconforto e di abbattimento. Nei periodi di aridità, quando altre forme di preghiera divengono difficili, le g. aiutano l'anima nel mantenere il contatto con Dio e la preservano dalla tiepidezza.
S. Francesco di Sales dice giustamente che in questo esercizio sta tutta la grande opera della devozione. Alcuni santi ne fecero un uso particolarmente frequente, impegnandosi anche a non dirne meno di un determinato numero ogni giorno. In questi patti però giova badare più allo spirito che li informa che non alla materialità del numero.
Quanto alle formole, nessuna è prescritta. Le migliori per il soggetto sono quelle che vengono spontanee ad ogni momento ed in rispondenza ai particolari bisogni dell'animo. Possono essere brevissime e, talora, una sola parola è assai più efficace di una lunga frase. Tali sono, ad es., i SS. nomi di Gesù e di Maria. Dell'espressione Deo gratias s. Agostino dice «ho nee dei brivius, nee audiri laetius, nee intelligi grandius, nee agi fructuosis potest» (Epist., 41, 1: PL 33, 158). Oggettivamente però vi sono delle formole che sono più raccomandabili, e sono quelle tolte dalla S. Scrittura, specialmente dai Salmi, i quali ne sono ricchissimi. Cassiano, ad es., consacra tutto il capo decimo della decima collazione al versicolo: «Deus in adiutorium meum intende; Domine, ad adiuvandum me festina» (Ps. 69, 1) per dimostrare come questa sola invocazione s'adatta bene a tutte le circostanze della nostra vita, ed è una forma pratica di orazione perenne (cf. PL 49, 831 sgg.).
Pure da raccomandarsi sono le g. indulgenziate dalla Chiesa e per le quali basta, a lucrare l'indulgenza, anche la sola recitazione mentale (S. Penitenzieria Apostolica, 7 dic. 1933, in AAS, 26 [1933], p. 35). Un elenco di queste g. indulgenziate si trova nell'Enchiridion indulgentiarum. Praeces et Pia Opera (Roma 1950).
Tra le diverse raccolte di g. si ricordano quelle del card. G. Bona: Opuscula ascetica selecta (Friburgo in Br. 1911, pp. 281-278); di D. A. Baker, Devout exercices of immediate acts and affections of the will (in H. Bremond, Hist. Litt. du sentiment religieux en France, X, Parigi 1932, p. 340 sgg.); di O. Marchetti, Meditazioni sulle giaculatorie del S. Cuore di Gesù (1° serie [2a ed.], Roma 1927; 2a serie, ivi 1928; 3a serie, ivi 1930).