1. VITA
È conosciuta soltanto nelle sue grandi linee, data la brevità delle fonti più antiche e le incertezze delle biografie posteriori, nonché la mancanza pressoché totale di indicazioni biografiche nelle opere, pur tanto numerose, di G.Su G. si ha la Vita araba, scritta dallo ieromonaco antiocheno Michele nel 1085, scoperta e pubblicata da C. Basa nel 1912. Da essa dipende il patriarca Giovanni, non meglio identificato, ma che sembra appartenere all'inizio del sec. XII, nella sua Vita greca, che si ripete nelle edizioni damasceniche; essa, a sua volta, è la fonte dell'Eucomio di Costantino Acropolita e di altre due Vite greche, l'una anonima, l'altra del patriarca Giovanni Mercuropulo, edite da Papadopulo-Kerameus. A questi documenti si aggiunse nel 1926 un racconto più breve della vita di G., da attribuire al sec. x; da esso derivano le notizie dei Sinassari più antichi.
Da queste fonti si apprende con certezza che G. nacque a Damasco, passata già la metà del sec. VII, dalla nobile e ricca famiglia Mansùr, e che ricoprì la carica di Prefetto del divan nei primi tempi della dominazione islamica, fino al 705 c.a. Padre di G. fu Mansùr b. Sargùn, amico del principe Jazid, nella cui corte G. passò i suoi primi anni. Ma, rinunciando agli onori, probabilmente già all'inizio del sec. VIII, abbracciò la vita monastica nella laura di S. Saba, presso Gerusalemme, dove ebbe come compagni Cosma, futuro vescovo di Maiuma, ed il proprio nipote s. Stefano iunior. A Gerusalemme godette la stima del patriarca Giovanni (m. nel 735) e si acquistò grande fama per la sua eloquenza e per i suoi scritti, principalmente polemici, contro le crescite cristologiche diffuse in Siria e Palestina e contro gli iconoclasti di Bisanzio. Altri particolari sui suoi studi a Damasco, sugli atti di umiltà ed ubbidienza nella laura ierosolimitana, ecc., sono incontrollabili, ovvero sono da ritenersi falsi.
A questi ultimi appartiene l'episodio della mano reccessa per ordine del califfo e miracolosamente restituitagli. Morì nel 749, probabilmente il 4 dic., data scelta dai Sinassari. Le sue reliquie prima si conservarono nella laura di S. Saba. Al tempo di Andronico II si trovavano a Costantinopoli. Da secoli se non sono perdute le tracce. Leone XIII lo dichiarò dottore della Chiesa nel 1890. La sua festa si celebra nella Chiesa bizantina il 4 dic.; nella latina il 27 marzo.
II. OPERE
G. ha tramandato numerose opere dogmatiche, polemiche, ascetiche, esegetiche, omelotiche e poetiche, raccolte nelle edizioni fatte in Occidente, da completarsi con altre finora inedite.Lasciando da parte le prime edizioni latine di Giacomo Fabro (Parigi 1507), del Clicoveo (ivi 1512), e l'edizione greca di Donato Veronese (Verona 1531), che si limitano al trattato De fide orthodoxa, all'orazione De iis qui in fide dormierunt ed alla Historia Barlaam et Joasaph, la prima edizione più completa fu fatta da Henricus Gauvis (Colonia 1546). Seguì la greco-latina di Matteo Hopper (Basilea 1548) e la nuova traduzione latina di Giacomo Billy (Parigi 1577), aumentata nel 1603 da Frontone le Duc. Finalmente, il domenicano Michele Lequien (Parigi 1712) diede la sua edizione greco-latina, riprodotta dal Migne (PG 94-96). Attualmente lavorano ad una nuova edizione critica i pp. Benedettini della Badia di Scheiern in Baviera.
2. Opere dogmatiche
La fama di G. riposa sulla cosiddetta Fons cognitionis, divisa in tre parti: Dialectica, De haeresibus, De fide orthodoxa (PG 94, 525-2128), benché i titoli usati da G. siano: Capitia philosophica, De haeresibus, Capitia theologica. Sull'opera rimangono non poche questioni critiche da risolvere.I codici presentano una duplice redazione dell'opera. La Dialectica ha delle volte 50 capitoli, delle volte 68. Il De fide orthodoxa ripete il cap. 12, e benché mantenga sempre nei codici 100 capitoli, gli ultimi, 81-100, si trovano sovente nei codici più antichi tra i capp. 18-19. D'altronde Elia, patriarca giacobita, accenna ai capitoli di G. verso l'a. 728: e lo stesso G. dedica l'opera al
vescovo di Maiuma, Cosma, che fu consacrato nel 742. Si può quindi supporre che la prima redazione, con la Dialectica più lunga e il De fide orthodoxa più breve, fu redatta prima delle controversie iconoclaste; l'altra, con la Dialectica breve ed il De fide orthodoxa aumentato dagli ultimi capitoli, dopo il 742.
A questa opera sono da aggiungersi altri trattati del codice: Liber de recta sententia, destinato a Pietro vescovo di Damasco, scritto prima del 730 (PG 94, 1421-32); Expositio fidei (PG 95, 417-36); Introductio elementaris ad dogmata (PG 95, 100-12). Il Libellus orthodoxiae (Orientalia Christiana, 8 [1926], pp. 82-103) non è sicuro che appartenga a G.
3. Opere polemiche
Contro i nesteriani si conservano due trattati: Contra haeresim nesterianorum (PG 95, 187-224), di dubbia autenticità, e Senne de fide contra Neronium, pubblicato da F. Diekamp (Theol. Quartalschr., 83 [1901], pp. 555-95), opera genuina di G.Contro i monofisiti scrisse: Tractatus contra Jacobitas (PG 94, 1436-1501), indirizzato probabilmente ad Elia patriarca antico, (n. mel. 728); Tractatus contra apocphalos (PG 95, 112-26); e la lettera all'archimandrita Giornades De hymno Stagio (PG 95, 21-62).
Contro i monotelti comprese: De duabus in Christo voluntatibus (PG 95, 128-85). I codici, p. es. il Vat. gr. 1075, danno un'altro trattato inedito Contra monophystas et monothelitas.
Contro i manichei, ovvero pauliciani, si hanno: S. Ioannis Damasceni dialogus contra manichaeos (PG 94, 1505-84) e Disputatio Ioannis orthodoxi cum manichaeo (PG 96, 1320-33), attribuita dal Mai a G. senza argomenti di sorta.
Ma la polemica che rese G. più noto fu quella contro l'iconoclasta, che debellò nelle sue tre Orationes de sanctis imaginibus (PG 94, 1232-1429), la cui tradizione manoscritta offre non poche questioni.
In realtà si tratta di due sole, la terza non essendo altro che una trascrizione letterale della prima e della seconda (le coll. 1317-24, 1329-33 sono prese dalla seconda; le coll. 1324-29 dalla prima).
Altri scritti sulle immagini non sono di G., e cioè: Oratio contra Constantinum Cabalinum (PG 95, 309-44), posteriore al Sinodo iconoclasta del 753; Dialogus stilisticus de sanctis imaginibus (PG 96, 1347-66), redatto nel 771; e la Epistula ad Theophilum (PG 95, 345-85), che diventò imperatore quasi un secolo dopo la morte di G.
4. Opere ascetiche
In questo gruppo la principale è quella intitolata dal Lequien Sacra parallela (PG 95, 1309-1588; 96, 9-442), benché i codici antichi la chiamino soltanto Sacra, altri più recenti soltanto Parallela, raccolta di testimonianze della S. Scrittura e dei Padri sulle virtù morali. Inoltre scrisse: De octo spiritibus nequitiae (PG 95, 79-84); De virtutibus et vitiis (PG 95, 85-98); De sacris ieiunii (PG 95, 63-78).5. Esegesi
In questo campo non si conserva più che un commento alle Epistole di S. Paolo (PG 95, 441-1034).6. Omelie
I manoscritti danno non poche omelie di G. (il Gordillo ne ha raccolto 39), delle quali soltanto 13 sono state pubblicate in PG 96, 545-814. Tra esse sono di dubbia autenticità la I e II in Annuntiationem, la II in Nativitatem B. M. V., nonché quella De Cruce et Parasexere. Le più celebri sono le tre omelie In dormitionem, tenute alla basilica del Sepolcro della Madonna, verso il 740.Altre sette De mundi officio e De Noe edite da K. Dyobouniotis ('Exklypiaqstikòs Ôpèqòs, 13 [1914], pp. 53-69, 119-49) sono tra le spurie di s. Giovanni Crisostomo (PG 56, 429-500), ed appartengono probabilmente a Severiano di Gabala.
7. Composizioni poetiche
G. è da annoverarsi fra i grandi melodi bizantini. Lequien riproduce numerosi inni e preghiere (PG 96, 817-56, 1363-68). Migne accolse altri sei inni (PG 96, 1372-1408), attribuiti a G. dal Mai, ritenuti al presente come opera di Giovanni Mauropos.8. Altre opere
L'omelia De iis qui in fide dormierunt (PG 95, 247-78), contenuta in una infinità di codici e letta finora nella liturgia bizantina, è ritenuta dubbia per ragione di stile; ma forse questa ragione non basta a contrastare il peso della tradizione manoscritta, unanime nel metterla sotto il nome di G.Invece è totalmente da escludere la Historia Barlaam et Ioasaph (PG 96, 859-1240), tradotta in arabo, copto, armeno, georgiano, latino, francese, italiano, tedesco, spagnolo, irlandese, polacco, ebraico, ecc. Il primo a farne un'opera di G. fu il Tritemio. Attualmente si ritiene che questa leggenda, imparentata alla storia di Buddha, sia stata scritta prima in georgiano, poi in greco da s. Eutimio l'Itero nel sec. X.
III. Dottrina
G. è sovente chiamato il s. Tommaso dell'Oriente, benché si discosti dall'Aquinate, sia per la maggiore ristrettezza della sua sintesi dottrinale, sia per l'originalità delle sue idee, giacché, come egli espressamente dichiara (PG 94, 525 A), suo proposito è raccogliere gli insegnamenti dei Padri e degli scrittori antichi.Così le Sacra parallela, con le loro 6000 citazioni, sono prese dai fori legi anteriori, principalmente dalle Panette di Antioco monaco di S. Sabba. La Dialectica dipende da Ammonio e da Leonzio Bizantino. Questo ultimo, s. Massimo Confessore, lo pseudo-Cirillo e la Doctrina Patrum de Incarnatione Verbi ricorrono trascritti letteralmente nei trattati cristologici. E negli altri trattati si trovano continui brani dei Padri, principalmente dei tre Cappadoci, di s. Epifanio, di Nemesio Emeseno e dello pseudo-Dionisio.
Da ciò, e dall'assenza dei Padri latini, proviene il fatto che G. adoperi delle formule che non si corrispondono, e fanno difficoltà principalmente agli occidentali. Esempio classico è il modo di parlare sulla Processione dello Spirito Santo: a volte l'attribuisce anche al Figliolo (PG 94, 848 D, 849 A, B, 1512 B), a volte nega che si possa dire lo Spirito essere dal Figliolo (PG 94, 832 B; 95, 60 C-D; 96, 605 B), ciò che provocò le censure degli scolastici e le interminabili dispute bizantine inaugurate nel sec. XIII tra Giovanni Beccos e Giorgio Ciprio. Lo stesso si dica sulla natura del fuoco dell'Inferno, che non si sa se G. ritenga vero o metaforico (PG 94, 1228 A).
1541 C-D, 1573 C). Seguendo anche la sua fonte, S. Epifanio, G. si contenta per l'Antico Testamento del canone ebraico (PG 94, 1176-80), ma poi cita i cosiddetti «deuterocanonici» come libri ispirati.
Queste ed altre poche riserve non tolgono la saldezza della dottrina di G. sulla S.ma Trinità, l'opera della creazione, l'economia della Redenzione, l'Eucaristia ed altre parti del dogma cattolico. Specialmente è da rilevarsi il suo insegnamento sulla mariologia e sul culto delle sacre immagini.
Tra i privilegi della Madonna svolge principalmente la sua divina Maternità, bellamente riassunta nel *De fide orthodoxa* (PG 94, 985 B, cf. 1008 C, 1028 B, 1160 C), e l'Assunzione corporale, che dimostra con la Tradizione e con l'analogia della fede nelle tre omelie su quest'argomento (PG 96, 700-6). Con uguale pietà e solidità di dottrina tratta della perpetua Verginità, dell'assenza di ogni macchia di peccato e delle altre prerogative mariane, benché non siano tanto precisi i termini riferentesi alla Cordenazione ed alla Concezione Immacolata. Riguardo a quest'ultima, una frase di G. presa da Giovanni di Nazianzo (PG 94, 985 B; 96, 704 A; cf. PG 36, 325 B, 633 D) sulla purificazione della Madonna per la discesa dello Spirito Santo il giorno dell'Annunciazione, viene interpretata dai bizantini dissidenti in favore della loro falsa opinione sulla liberazione della S.ma Vergine dal peccato originale, soltanto al momento dell'Incarnazione.
La dottrina di G. sul culto delle sacre immagini fu esaltata nella sessione VI del Concilio Niceno II (a. 787). Il Concilio non fu in grado di produrre nessuna testimonianza presa dai suoi scritti, ignorati dai bizantini; ma in realtà è G. che meglio dichiara le legittimità e la natura del culto delle immagini nelle sue tre orazioni (PG 94, 1232-1429). In esse distrugge la posizione degli iconoclasti, che si appoggiavano sulla autorità dell'Imperatore (PG 94, 1233 A, 1238 I, A-B), sui precetti della Legge antica (PG 94, 1237 B, 1244 D, 1248 A) e su falsi scritti di s. Epifanio (PG 94, 1257 B-C, 1304 C); manca naturalmente l'appello al Concilio, essendo composto queste orazioni prima del Sinodo iconoclasta di Hieria nel 753. Poi, precisato lo stato della questione, e cioè che si tratta di culto relativo, di semplice duia verso le immagini, prese non materialmente ma con il loro sacro significato (PG 94, 1240 C, 1288 A, 1239 D), adduce in suo favore la testimonianza della Tradizione (PG 94, 1303 A) e della Liturgia (PG 94, 1245 B), corrobora con la ragione teologica (PG 94, 1252 D, 1239 C) e con il frutto che dal culto delle immagini deriva al popolo cristiano (PG 94, 1249 D, 1269 A, 1300 D).
IV. INFLUSSO
Per ciò che concerne l'influsso di G., nell'a. 1085 Michele Antiocheno, nel progetto della *Vita araba*, scriveva: «Dappertutto, gli scritti di s. G. sono tenuti in gran conto». Ma non ottennero subito la diffusione e la celebrità alla quale accenna Michele. Per qualche tempo G. rimase noto nel stretto cerchio di Palestina: nello scorcio del sec. IX la sua fama varcò i confini dell'Impero bizantino, e verso la metà del sec. XII fece il suo ingresso nell'Occidente.I monaci di S. Saba si servono delle opere di G., come dimostrano gli scritti di Teodoro Abù Kurah, che mai lo cita, ma adopera le *Orationes de sanctis imaginibus*, i trattati contro i giacobiti ed il *De fide orthodoxa*. Il prolungarsi della lotta contro le immagini, e la mala reputazione della famiglia Mansùr (il nonno di G. aprì le porte di Damasco agli agerani) fanno sì che i Bizantini continuino ad ignorarlo.
Fazio, per es., neppure lo nomina nella sua *Biblioteca*, né fa accenni diretti a lui in alcun dei suoi libri. Le prime citazioni bizantine di G. si trovano al tempo di Alessio Comneno nella *Panoplia dogmatica* di Eutimio Zigabeno, il quale trascrive quasi 30 capitoli del *De fide orthodoxa*. Nel sec. X Giovanni, esarca di Bulgaria, traduce in lingua slavonica il *De fide orthodoxa*. Seguono la versione georgiana, ad opera probabilmente di Giovanni di Petritzos nel sec. XII e la versione armena, fatta dal monaco Simeone del monastero georgiano Pgndzahanq. Verso la metà del sec. XII appaiono le prime versioni latine: quella del pisano Burgundio, un'altra compiuta nel monastero ungherese di S. Maria di Paszo, ed un terza, opera di Roberto Grossatesta, arcivescovo di Lincoln, la quale in realtà è un rimaneggiamento della versione di Burgundio. Grazie a costui G. prende posto nella *Summa* di Pietro Lombardo e s'impone alla considerazione dei grandi scolastici del medioevo. L'influenza di G. nella teologia latina viene diversamente valutata; secondo Harnack egli «è stato uno dei fondamenti della teologia medievale»; altri non ardiscono di dire tanto, ma ammettono che G. forni ai nostri scolastici molti punti di dottrina sugli angeli, sull'uomo e sulla cristologia.