GIOVANNI DI JANDUNX

GIOVANNI di JANDUNX. - Filosofo, n. a Jan-dun, nelle Ardenne, nella seconda metà del sec. XIII, m. a Todi nel 1328. Studiò all’Università di Parigi dove, conseguita la laurea, insegnò filosofia. Il 13 nov. 1316 ebbe da Giovanni XXII un canonico al Capitolo di Senlis.

Contro il tomismo dominante a quel tempo sostenne con estremo rigore le dottrine avverristiche, particolarmente: l’eternità del moto e del mondo, l’unità dell’intelletto agente, la doppia verità, l’impossibilità di una dimostrazione razionale dell’immortalità dell’anima. Con Marsilio da Padova collaborò al Defensor pacis (opera in cui, com’è noto, era aspramente impugnata l’autorità temporale-spirituale del papa, e affermato, insieme con il principio della sovranità popolare, il supremo potere dell’imperatore anche in materia religiosa), dando una impronta filosofica a tutto il libro. La collaborazione di G. al Defensor pacis era così nota, che egli fu compreso nella scomunica lanciata da Giovanni XXII, il 23 ott. 1327, contro gli autori della nuova teoria eretica. Ma già fin dall’anno precedente essi avevano cercato e trovato rifugio presso Ludovico di Baviera, di cui divennero ben presto i consiglieri. Il 19 maggio 1328 G. di J. venne nominato, da Ludovico il Bavaro, vescovo di Ferrara, ma la morte lo colse prima ancora che avesse potuto raggiungere la sua sede. Fu spesso confuso con Giovanni di Gand tanto che alcune opere come il De laudibus Parisius e le Quaestiones sono promiscuamente attribuite all’uno e all’altro.

BIBL.: J. A. Fabricius, Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis, IV, 3a ed., Firenze 1858, pp. 363-64; Hurter, II, col. 520; N. Valois, Jean de Jandun et Marseille de Padoue, in Hist. litterae de la France, XXXIII, Parigi 1906, pp. 528-623; B. Nardi, Sigiri di Brabante nel pensiero del Rinascimento italiano, Roma 1945, pp. 12 ss., 100-102.