GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY, SANTO

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GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY, santo. – N. a Dardilly presso Lione l’8 maggio 1786, m. ad Ars il 4 ag. 1859. Cresciuto in un ambiente famigliare religioso, da giovane fu pastore e lavoratore dei campi. Iniziati gli studi nel periodo seguente la Rivoluzione, sotto la guida del curato di Ecully, ed essendo incline al sacerdozio, entrò nel Seminario di Verrières, dove si fece notare per una profonda pietà. Tornato nel 1813 ad Ecully, dove studiò teologia, entrò poi nel Seminario di Lione, in cui fu ordinato sacerdote il 9 ag. 1815.

Fu per tre anni vicario ad Ecully, e nel 1818 andò parroco ad Ars, umile borgata dell’antico principato di Dimbes, dove per 41 anni fu fedele ministro di Dio e grande benefattore delle anime. La fama delle sue virtù ben presto varcò i confini della parrocchia, ed a lui affluivano

(per cortesia di mons. A. P. Frutaz)

GIOVANNI M. BATTISTA VIANNEY, santo – Ritratto pubblicato in occasione della canonizzazione (31 maggio 1925).

uteroire rimaneggiamento della Passio si aggiunse l'episodio dei ss. Crispo, Crispiniano e Benedetta amici dei martiri e come loro fatti uccidere da Giuliano e sepolti nella stessa casa, dove Bizante con il figlio Pammachio edificò la Basilica.

Con molta probabilità la Passio fu scritta per spie- gare e giustificare il cambiamento della denominazione della basilica del Celio da titulus Pammachii o Bizantis, come è chiamata nei documenti e monumenti fino a tutto il sec. V, in quello di titulus SS. Iohannis et Pauli, come è chiamata dal sec. VI in poi. La Basilica infatti, costruita all'inizio del sec. V dal senatore Pammachio, fu ottenuta dalla trasformazione di una vecchia casa romana del II o III sec., della quale rimangono tuttora ben visibili i muri perimetrali e parte della decorazione pittorica. Prima della trasformazione però c'è stata nella stessa casa un piccolo oratorio domestico, ornato di pitture e con una specie di confessio, il quale fu completamente interrato quando fu edificata la Basilica stessa.

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L'esistenza storica dei martiri, universalmente creduta sull'autorità della Passio e che sembrò confermata dalla scoperta del vecchio oratorio e di alcune fosse sottostanti, ritenute come il primitivo sepolcro di essi, ebbe una forte scossa quando fu chiaramente provato che la Passio stessa è un plagio dell'episodio storicamente certo ed accaduto ai due ufficiali Iuventino e Massimino, periti in Oriente sotto Giuliano l'Apostata. Si pensò allora, anche per la inverosimiglianza di una sepoltura dentro le mura della città nel sec. IV, che si trattasse non di due martiri romani, ma orientali, le reliquie dei quali, portate dall'Oriente, furono prima deposte nell'oratorio domestico nel sec. IV e poi trasferite nella Basilica che da essi prese il nome. Altri invece pensarono che si trattasse degli apostoli G. e P. in onore dei quali fu dedicata la basilica del Celio e che poi furono creduti martiri locali per l'esistenza delle reliquie. Altri infine pensarono che si trattasse dell'apostolo Paolo e di s. Giovanni Battista le cui reliquie proprio all'inizio del sec. V furono distribuite a molte chiese; e ciò si era per le relazioni esistenti tra G. e P. e Gallicano fondatore della Basilica Ostiense dedicata appunto a quei due Santi, relazioni chiaramente attestate dalla Passio, sia per la festa liturgica, cadendo la commemorazione di G. e P. il 26 giugno, data ignorata però dalla Passio, quasi in mezzo a quella dei sue Santi titolari, il 24 ed il 29 giugno.

Comunque dalle testimonianze scritte e figurate che risalgono al sec. V non si può non pensare all'esistenza reale dei due martiri, forse provenienti dall'Oriente.

Bibl.: P. Germano di S. Stanislao, La casa celimontana dei SS. Martiri G. e P., Roma 1894; A. Dufourcq, Etude sur les Gesta Martyrum romains, I, Parigi 1900, pp. 145-152; P. Franchi de Cavalieri, Di una probabile fonte della leggenda dei ss. G. e P., in Nuove note aciografiche (Studi e testi, 6), Roma 1902, pp. 53-65; id., Del testo della Passio ss. Iohannis et Pauli, in Note aciografiche (Studi e testi, 27), ivi 1915, pp. 41-62; F. Lanzoni, I titoli presbiterali di Roma antica nella storia e nella leggenda, in Rivista di archeologia cristiana, 2 (1925), pp. 208-10, 230-41; S. Ortolani, SS. G. e P. (Le chiese di Roma illustrate, 20), Roma 1915, pp. 314-24).

(da Wülpert, Mosaiken, tav. 213, 2 c. 3) di Santi, Affresco (2ª metà del sec. IX). Maria in Via Lata.

(Wilpert, Mosaiken, p. 651, tav. 243).

Dal punto di vista liturgico è da segnalare una "praefatio" riportata in una "Missa" inserita in onore dei due martiri nel Sacramentario detto leoniano, in cui è esplicita mente indicato il loro sepolcro "in ipsis visceribus civitatis".

I due martiri dettero il titolo al primo monastero presso la Basilica Vaticana, fondato da Leone Magno (1440-51), ricordato più volte in seguito nel Liber pontificalis (I, 239, 422, 484); la chiesa del monastero appare nei cataloghi delle chiese fino al tempo di Martino V (1417-31). Il Grimaldi e il Piazza ritennero che fosse a nord dell'antica Basilica, il Duchesne invece ad ovest (L. Duchesne, Notes sur la topographie de Rome au moyen âge, XII, Vaticana, in Mélanges d'arch. et d'histoire, 34 [1915], pp. 314-24). L'elogio non damasiano dei ss. G. e P., da alcuni attribuito al Celio, appartiene invece alla detta chiesa in Vaticano (A. Ferrara, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 229-30). Enrico Josi