GIOVANNI NEPOMUCENO, santo. - Figlio di un certo Wölfin, n. a Pomuk (de Pomuk) in Boemia tra il 1340-50 e m. a Praga il 19 (o 20?) marzo 1393. Divenuto sacerdote nel 1380, si dedicò allo studio del diritto canonico prima a Praga, poi a Padova, dove nel 1387 fu promosso «doctor decretorum». Ma già molto prima aveva iniziato la sua

Scoppiata nel 1393 la lotta tra l'arcivescovo Jenštein e il re Venceslao IV, il quale per limitare i poteri arcivescovili voleva elevare a diocesi l'abbazia di Kladruby (=Kladrau) ponendovi il suo favorito Venceslao Králík, l'ira del re ricadde sul vicario generale G. N., per aver questi, forte della sua scienza canonica, difeso vigorosamente la libertà della Chiesa e del suo arcivescovo, facendo confermare il neoeletto abate di Kladrau, Odilo. Fatto arrestare in presenza di Jenštein insieme ad altri due ecclesiastici, G. N., a differenza di essi che furon rilasciati liberi, dopo misteriosi interrogatori e torture, fu gettato nottetempo dal ponte Carlo di Praga nella Moldava e ivi fatto annegare (19 o 20 marzo 1393).
Secondo tale versione basata su documenti e cronache del tempo (principalmente l'atto di accusa contro Venceslao IV presentato a Bonifacio IX dall'arcivescovo Jenštein il 23 apr. 1393, ma scoperto solo nel 1752 dopo la canonizzazione di G. N. ed ed. da F. M. Pelzel, Geschichte des König Wenzeslaus I, Urkundenbuch, Praga 1788, pp. 143-63) G. sarebbe da considerare martire della libertà ecclesiastica. È noto invece quale martire della fedeltà al sigillo sacramentale, essendo stato ucciso, a quanto si dice, per essersi rifiutato di rivelare al re la confessione della regina Sofia. Tale opinione, la cui origine è oscura (giacché G. non era stato nominato confessore della regina), è attestata la prima volta da Tommaso Ebendorfer nella Chronica regum Romanorum (finita di scrivere nel 1459) e da Paolo Zidek nella Správovna (finita nel
1477) e si diffuse nel culto verso G. N. durante la Controriforma. Un errore epigrafico incorso nella restaurazione del sepolcro di G. N. (1534) indusse il cronista Venceslao Hájek z Libočan (Kronika česká, Praga 1541) a distinguere due G. N.: uno martire della confessione annegato il 16 maggio 1383 e il vicario generale parimenti fatto annegare nel 1393. Solo il primo sarebbe martire e santo. Tale ipotesi, che ebbe sostenitori fino a tempi recenti (cf. La critica moderna e il martirio di s. G. N., in Civ. Catt., 12ª serie, 2 (1883, II), pp. 306-19 e 672-87) oggi si ritiene comunemente priva di fondamento e si ammette il solo G. N. ucciso nel 1393 (cf. Martyr. Romanum, p. 192). Nel 1721 la Chiesa riconosceva il culto ab immemorabili di G. N. e il 19 marzo 1729 Benedetto XIII lo dichiarava santo, consacrando la tradizione del suo martirio per il sigillo sacramentale. La bolla di canonizzazione nella quale incorsero vari errori storici rivelati dalla successiva scoperta di documenti (soprattutto la citata querela di Jenštein che sembrò sconvolgere tutte le tradizioni correnti intorno a G. N.) dette luogo a una lunga e accanita polemica ancor oggi non del tutto chiarita. Tuttavia la conclusione che l'inesistente G. N. morto nel 1383 sia il solo canonizzato, e che l'altro, reale, del 1393 non sia stato dichiarato santo, è falsa, giacché la Chiesa intese decretare l'onore degli altari alla vittima di Venceslao nota alla storia. In una ricognizione del suo corpo fatta nel 1719 si trovò, oltre lo scheletro, la lingua del Santo disseccata, ma incorrotta. Nel 1693 fu eretta in suo onore una statua sul ponte dal quale era stato gettato (nei paesi nordici si trova spesso la statua del santo sui ponti, a Roma la si vede sul ponte Milvio). Lo si invece generalmente nei pericoli dell'acqua e anche come protettore della buona riputazione degli innocenti accusati. Festa il 16 maggio.