GIOVE (IUPPITER)

GIOVE (Iuppiter). - Supremo dio della religione romana. Il suo nome, linguisticamente identico al vedico Dyäus Pită (v.), è di origine indoeuropea e cela in sé la radice di- che indica luminosità e particolarmente quella del cielo diurno (cf. lat. dies = giorno) e un originario vocativo «padre!»: gli stessi concetti, dunque, che sopravvivono nel greco Zeus che nel suo nome contiene la stessa radice e che è considerato padre degli dèi e degli uomini; anche i germanici Ziu e Tyr sono nomi divini linguisticamente analoghi.

Le origini della divinità risalgono pertanto a un periodo anteriore alle migrazioni dei popoli di lingua indoeuropea. Il dio del cielo, padre e sovrano, è un concetto primordiale che si conserva in varie forme nelle varie religioni di quei popoli.

Benché i documenti delle religioni italiche non risalgono, salvo poche eccezioni, oltre al periodo in cui Roma dominava in tutta la penisola, è evidente che il culto di G. non aveva bisogno di venir diffuso da Roma: i suoi culti nelle varie città italiche dimostrano, infatti, caratteri che difficilmente potrebbero derivare dal culto romano. Nel Lazio, sulla cima del Mons Albanus (Monte Cavo) era la sede di culto di Iuppiter Latiaris: annualmente i più di trenta popoli dei Prisci Latini vi sacrificavano tori, la cui carne veniva distribuita e consumata dai rappresentanti di tutti i singoli paesi; nel mito, questo Iuppiter Latiaris si identificava con il leggendario capostipite dei Latini, Latino. A Lavinio, il nome di Iuppiter, al pari di quello di Enea e quello del Sole, si applicava al dio Indiges del fiume Numicus. A Palestrina G. partecipa al culto della dea Fortuna ed assume, tra l'altro, la figura di un bambino, Iuppiter Puer. Simile sembra essere lo Iuppiter Anxur della città volcata di Terracina. Anche in altre zone, fuori del Lazio, si può riconoscere un culto autoctono di G. Le Tavoie Iguvine lo documentano per l'Umbria. Nella Campania, sotto il nome greco di Iuppiter Milichius (Zeus Meilichios) può nascondersi un G. autoctono di carattere infero. Questi e simili tratti sono assenti dalla figura romana di G., almeno da quella fissata dalla tradizione classica. Tuttavia, anche a Roma G. ha una straordinaria abbondanza di caratteri originari che passano in seconda linea soltanto davanti alla preponderante importanza del suo culto capitolino e al carattere grecizzante della tradizione letteraria ed artistica. Sembra che prima dell'unificazione della città ogni co-

Article illustration
GIOVE - Testa, detta «di Otricoli», Copia da originale greco del sec. IV - Roma, Museo Vaticano.
(lat. Anderson)
munità avesse un suo culto di G. e precisamente sulla sommità della propria collina: così fanno credere sia i singoli nomi tramandati di Iuppiter Viminus, Fagutalis, Coelius ecc., che la particolare corrispondenza di simili luoghi di culto al carattere di un supremo dio del cielo luminoso. Tale, infatti, G. è sin dalle origini della religione romana e rimane anche in seguito: l'appellativo Lucetius che si ritrova già nell'antichissimo carme dei Salli allude a questo suo carattere, mentre lo presuppongono anche le espressioni correnti della lingua latina che per dire «all'aperto» dice «sub Iove» ecc.

Nel più antico calendario romano le feste di G. scarseggiano solo apparentemente: molte circostanze confermano, infatti, la testimonianza relativamente tarda secondo cui le idus, cioè originariamente il giorno di plenilunio di ogni mese, sin dal principio era sacro a G. In tali giorni non figurano altre feste nel calendario, neanche quelle sulla cui data e antichissima età non si può dubitare (alle idus di marzo: Anna Perenna; a quelle di ott.: equus october); e, anche nei tempi storici, i più importanti culti di G. saranno celebrati alle Idi dei vari mesi. In questi giorni il sacerdote particolare di G., il flamen Dialis - il primo dei flamines maiores - sacrificava a G. mensilmente una pecora (ovis idulis) sull'acropoli della città. G. dunque non soltanto è presente nel calendario, ma vi occupa una posizione centrale; questa posizione, nonché la connessione con il plenilunio (giorno della più duratura luminosità) e le severe norme di purezza rituale che regolano, nei suoi minimi particolari, la vita del suo sacerdote, corrispondono chiaramente al carattere del sommo dio del cielo. Tuttavia, il calendario rivela anche altri caratteri di G. Si sa, ad es., che le feste connesse con la produzione del vino - i Vinalia priora del 23 apr., i Vinalia rustica del 19 ag. e i Meditrinalia dell'11 ott. - erano sacri a G. Feriae Iovis sono anche la festa del Poplifugium e il 23 dic. (Larentalia): feste il cui originario nesso con il culto di G. ora sfugge.

Indubbiamente antichissimi - anteriori, cioè, verosimilmente all'instaurazione del culto capitolino - sono anche altri culti romani di G. che mettono in rilievo determinate funzioni e determinati aspetti del dio. Sulla cima nord del Monte Capitolino si venerava Iuppiter

Feretrius o Iuppiter Lapis: il suo collegio sacerdotale, quello dei fetiales, regolava il diritto sacrale internazionale di Roma antica, cioè praticamente le dichiarazioni di guerra in forma rituale: si giurava sulla pietra (lapis silos) che rappresentava il dio. Le supposte origini meteoriche di questa pietra conducono a un'altra forma di apparizione di G.: il fulmine. Anche nei tempi classici sopravvive la primitiva connessione del fulmine e del tuono con G. che assume gli epiteti Tonans, Fulgurator ecc., come pure altri appellativi, ad es., Pluvius, che indicano la sua natura di dio del cielo: ma più antico di tutti questi sembra essere il nome di Iuppiter Fulgur, cioè «G. Fulmine». Come le divinità del cielo delle religioni primitive, anche il G. romano sanzionava le sue decisioni con il fulmine, simile in questo anche al Timus etrusco che, del resto, ancora in tempi arcaici si assimila allo Zeus greco. L'antica età dello Iuppiter Elixius appare anche dall'incerta interpretazione che ne davano gli antichi romani stessi: il significato di «produrre, evocare» celato nel suo appellativo riguardava forse un potere relativo all'acqua (cf. l'Aquaticium, rito celebrato sull'Aventino) e non, o almeno non solo, come gli eruditi antichi credevano, i prodigia del cielo. Un altro culto antico è quello di Iuppiter Liber che, fuori di Roma, si ritrova nella regione subellica: a Roma esso si accentra intorno al santuario dell'Aventino la cui festa è il 1ᵒ sett. Iuppiter Liber è forse da mettere in relazione alla soprammenzionata connessione con il vino: in questo caso il dio Liber sarebbe una concezione posteriore a un originario Iuppiter che conteneva in sé anche i caratteri dionisiaci di questi. Altri epiteti, come Stator, Victor, Invictus, sottolineano in G. un carattere guerriero o di supremo padrone delle sorti delle guerre. L'amministrazione del suo culto dall'antico flamen Dialis dimostra l'antichità di Iuppiter Farreus che presiede alla forma di matrimonio sacrale detta confarreatio. Ma la farina, o più precisamente il frumento schiacciato (far), quale elemento base di ogni vita umana e di ogni sacrificio, appare anche in un'altra connessione con G.: nella figura di Iuppiter Pistor il cui nome solo per gli studiosi moderni sarebbe in relazione con un supposto significato relativo allo scagliare fulmini del verbo pinsere che per i Romani invece significava «schiacciare il grano» (più tardi pistor = fornaio).

Tra tutti questi culti emerge, per la sua importanza centrale nella vita pubblica romana, il culto di Iuppiter Optimus Maximus sulla cima sud del Colle Capitolino. Il tempio, orientato verso mezzogiorno e costruito a tre celle, di cui quelle laterali ospitavano, quali paredre, Giunone Regina e Minerva, risale all'epoca «dei Tarquini» ed è stato inaugurato in quell'a. 509 a. C. che la tradizione romana considera come primo anno della Repubblica. Il tempio, costruito da artisti etruschi, conteneva una statua di G., certamente secondo il tipo antropomorfo greco arcaico: tuttavia G. assume in questo suo culto un carattere essenzialmente romano, in quanto che si pone nel centro della vita statale. È in questo tempio, d'ora in poi, che si conservano tutti i trattati internazionali di Roma; è qui che il Senato si aduna per decidere un'entrata in guerra; è qui che il capo dell'esercito in partenza fa i voti per la sua campagna, per ritornare qui in trionfo (triumphus) a presentare il suo sacrificio, a vittoria ottenuta. In questa occasione il trionfatore si veste in un costume simile a quello di G. Ottimo Massimo che era quello dei re etruschi. La festa del tempio, 13 sett., segna l'inizio dell'anno ufficiale, con l'entrata in carica dei magistrati. Nella parete della cella di Minerva veniva fissato il claeus annalis, il chiodo annuale che serviva per un computo sacrale del tempo: infatti, la data di fondazione del tempio capitolino costituiva per diversi secoli uno stabile punto di riferimento cronologico. Tra il culto capitolino e il culto di Iuppiter Latiaris intercorrono

varie relazioni significative: il condottiero non ammesso al trionfo in città celebrava un trionfo sul Monte Albano; durante le feriae Latinae anche sul Campidoglio si organizzavano corse di carri; a G. Capitolino si offriva ugualmente un toro per vittima. Mentre però il culto albano rappresenta l'idea della comune discendenza latina, quello capitolino, indipendente dai legami di parentela, incarna in sé l'idea politica universale di Roma. Nelle coloniae romane si costruiscono dei capitolia, su modello del tempio capitolino dell'Urbe. Il culto capitolino rimane nel centro della vita religiosa pubblica romana durante tutto il periodo repubblicano. Augusto è il primo che trasferisce alcune prerogative di questo culto ai culti da lui fondati di Mars Ultor e di Apollo, in servizio dell'idea dinastica da lui propugnata. Sotto altri imperatori, sia per l'intenso sviluppo del culto imperiale che per altri e specifici interessi religiosi (ad es., il culto del Sole sotto Aureliano), non solo il culto capitolino, ma il culto di G. in generale sembra, talvolta, passare in secondo piano. Ma mentre i fervori improvvisi e i tentativi di politica religiosa passano per lo più con l'Imperatore che li creava, lo Stato di Roma ritrova sempre di nuovo il suo centro religioso nel culto di G. Ottimo Massimo.

Le masse religiose non-italiche comprese nell'orbita dell'Impero facilmente ritrovano in questa massima divinità romana un'espressione del loro proprio dio supremo, come pure i Romani stessi credono di ritrovare il proprio G. in divinità straniere (interpretatio Romana). Così non solo i popoli europei, presso cui, ad es., il dio celtico Succellus o il dio germanico Donar vengono interpretati per G., ma anche i popoli orientali identificano le loro divinità più eminenti e per lo più anch'esse celesti con il dio romano, mentre i Romani subiscono sempre più l'influsso delle varie ideologie religiose orientali. Così avviene che dai culti più o meno locali di Commagene, di Baalbek e di Cirene si sviluppano, nella popolazione mista delle province romane, i culti, rispettivamente, di Iuppiter Dolichenus, Iuppiter Heliopolitanus e Iuppiter Harmon.

BIBLI: Thulin, Iuppiter, in Pauly-Wissowa, X, 1, col. 1126 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2ᵃ ed., Monaco 1912, p. 113 sgg.; C. Koch, Der römische Jupiter, Francoforte 1937; A. B. Cook, Zeus, 3 voll., Cambridge 1914-40.

Angelo Brelich

Cite this article

“GIOVE (IUPPITER).” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 394. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/giove-iuppiter.