GIULLARI (JOCULARES, JOCULATORES)

GIULLARI (joculares, joculatores). - G. furono chiamati nel medioevo coloro che esercitavano la professione di divertire il pubblico delle diverse classi sociali, dai popolani ai nobili, nelle piazze come nelle corti. Si chiamarono anche histriones, mimi, bufones, ecc. Tali nomi venivano usati il più delle volte genericamente e indifferentemente, perché in realtà una divisione netta non era possibile né riguardo al repertorio. né riguardo alle diverse categorie che formavano la varia e multiforme classe dei g. Preferibilmente però con il nome di joculares si indicarono le categorie più elevate di coloro che esercitavano la poesia, il canto e la musica. La tradizione dei g. si ricollega senza soluzione di continuità all'istrionismo dell'età classica e si prolunga fino al Rinascimento.

Per tutto questo tempo l'attività dei g. fu intensa nell'Europa d'Occidente, in Spagna e Portogallo, come in Inghilterra, in Francia, in Provenza, in Italia. Per divertire il loro pubblico i g. cantavano, suonavano, danzavano, recitavano monologhi drammatizzati, spesso anche travestendosi e mascherandosi; agivano come saltimbanchi. Erano immancabili nelle feste, nelle fiere, nei pellegrinaggi, nelle nozze. Per il popolo cantavano sulla pubblica piazza o all'angolo della via le canzoni di gesta, i favolelli o anche canzoni amorose e scherzose. Altri invece frequentavano le corti, taluni vagando da una corte all'altra, taluni invece rimanendo per molti anni presso lo stesso signore: perciò in Italia vennero spesso chiamati uomini di corte o milites de curia, talora confondendosi, date anche le loro non ben definite funzioni, con i veri e propri cortigiani. I g. insieme con i buffoni e mimì formarono una schiera folta, varia, irrequieta che vagabondava di paese in paese, talché R. Menéndez y Pidal giustamente insiste sul carattere internazionale della giuliera »: così, in Italia vennero g. brettoni, normanni, francesi, provenzali, mentre in Spagna si trovano g. italiani. Esercitarono talvolta la professione di g. anche le donne. Dalla metà del sec. XII al sec. XIV il numero dei g. fu in Italia ragguardevole, specie nelle regioni settentrionali ove trovarono largo favore presso l'aristocrazia delle corti e la florida borghesia dei Comuni. Bonompagno da Signa, narrando di uno scherzo fatto da Guido Guerra a g. accorsi alla sua corte, ne fa salire il numero a più centinaia. L'importanza della loro attività poetico-musicale nella storia della nostra letteratura dei primi secoli è più grande di quel che di solito non venga detto. « Per opera dei g. si ebbero da noi le prime elaborazioni letterarie del linguaggio materno » (De Bartholomaeis): il loro nomadismo servì a unificare le diverse parlate, o almeno ad attenuare le differenze, e a creare in certo senso una comune « cultura volgare ». Quale fosse il repertorio dei g. si ricava, per l'Italia, dal Srivente del maestro di tutte le arti di Ruggero Apuliese di Siena (metà sec. XIII) e dal più tardo, Cantare dei cantari; per la Provenza dai cosiddetti Insegnamenti pe' giullari di Giraut Cabreira e di altri; per la Francia dal dit dei Deux boréors ribauts.

Non minore importanza ha l'attività dei g. nel campo drammatico, in quanto si deve ad essi il prolungarsi, durante tutto il medioevo, della tradizione dei mimi e istriani; molte produzioni poetiche dei primi secoli, come, ad es., il Ritmo cassinese, il Lamento della sposa

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GIULIARI - Pagina minita del Roman de Fauvel con i motetti musicali: Veritas arpiae, e Ade Costa dormientis (sec. XIII). Parigi. Biblioteca nazionale, cod. 146 (P), fol. 13v.

padovana, la Canzone del Castra, ecc. vengono da alcuni studiosi interpretate come monologhi giullareschi, che i g. non solo recitavano ma rappresentavano. La Chiesa combatté i g. per tutta la parte istrionica e buffonesca, spesso sguaiata e irriverente; ma, in seguito, si valse anche della loro opera per la diffusione del culto dei Santi, in rapporto ai pellegrinaggi e ai santuari, e, senza che si debba pensare a una speciale categoria di « g. di Dio », è da tener presente la ricca produzione poetica di carattere agiografico, dovuta ai g., e che impronta di sé le origini delle letterature romane.

BIBL.: G. Bonifacio, G. e uomini di corte nel '200, Napoli 1907; E. Faral, Les jouleurs au moyen âge, Parigi 1920; R. Menéndez y Pidal, Poesia juglaresca y Juglares, Madrid 1924; V. De Bartholomaeis, Origini della poesia drammatica italiana, Bologna 1924; id., Rime giullaresche e popolari d'Italia, ivi 1926. Paolo Toschi