GÖEL

GÖEL. - Termine ebraico-biblico equivalente quasi a «vindice» e «riscattatore». Concetto originario dall'ambiente familiare e tribale, nel quale il G. ha il dovere legale di difendere la libertà, la vita e gli averi dei componenti della sua tribù; se un israelita è costretto a vender se stesso schiavo, un suo congiunto, oppure egli stesso, se riesce a procurarsi il denaro necessario, ha il diritto di riscatto (g'ullàb), restituendo il prezzo dell'acquisto in ragione degli anni durante i quali ha prestato servizio (Lev. 25, 47 sgg.; Ruth 2, 20; 3, 9; 4, 1.14).

Il g. had-dám è invece il «vendicatore del sangue», cioè colui il quale è tenuto a vendicare l'omicidio volontario ai danni di un suo congiunto, solo però nel caso in cui l'autorità abbia sentenziato trattarsi veramente di omicidio volontario, cosicché «la vendetta è non solo frenata, ma ridotta ad aver più l'apparenza che la realtà di privata esecuzione» (A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Roma 1942, a Num. 35, 18 sgg.; trad. e nota a p. 431). Tre città di rifugio nella Cisgiordania offrivano all'omicida involontario la possibilità di sottrarsi alla vendetta irragionevole del vindice del sangue (Deut. 19, 1 sgg.; cf. Ios. 20, 1 sgg.).

G'àl, riferito a Dio (ca. 40 volte), significa non ricomparare, ma liberare. Dio è g. in quanto salvatore e mosia. Dio redime dalla schiavitù d'Egitto (Ev. 6, 6), da quella babilonese e dalla mano del forte (Ier. 31, 11; Mich. 4, 10). Gli uomini salvati dal pericolo di smarrirsi nel deserto e da malattie che li insidiavano sono detti «redenti» dal Signore. Mentre in Ezechiele Dio agisce per riguardo al nome Suo santo, e non per pietà verso Israele peccatore, in Isaia il g. è nello stesso tempo il Santo d'Israele (7 volte i due termini si trovano uniti), e il Signore redime per amore e pietà verso gli uomini (Is. 63, 9).

Il concetto di redenzione si lega in particolare a quello di «resto» d'Israele.

In aramaico, la radice g'àl è sostituita dalla radice prq, usata nel Vecchio Testamento nel senso di separare, cancellare i peccati, che nei Targùmin sostituisce anche le radici pdlh e jš', il che sta a dimostrare quale ampio significato questo verbo abbia assunto.

Nel linguaggio rabbinico, il verbo g'àl conserva il senso di liberazione, ed è applicato più particolarmente alla liberazione dalla servitù egiziana e alla liberazione finale che precederà la restaurazione definitiva, cioè quella messianica. I teologi ebrei contemporanei, p. cs., Klausner, Neumark, usano g'ullàh correntemente per designare tutto il processo messianico.

BIBL.: P. Volz, Gesai II, Lipsia 1932, p. 21; J. Bonisven, Le judaisme palestinien, Parigi 1934, p. 350, note 1, 3; L. Köhler, Theologie des Alten Testaments, Tubner 1936, p. 225; A. Vaccari, Il Pentateuco, in La Sacra Bibbia a cura del Pont. Ist. Bibl., Firenze 1942, passim; S. Garofalo, La nosione profetica del resto d'Israele, Roma 1942, passim.