GUBBIO, DIOCESI DI

GUBBIO, DIOCESI di. - Città e diocesi dell'Umbria, immediatamente soggetta.

Ha una popolazione di 50.000 ab. tutti cattolici; conta 65 parrocchie, 56 sacerdoti diocesani e 25 regolari, 7 comunità religiose maschili con 25 professi e 17 femminili con 135 professe (1948).

Una lettera di papa Innocenzo I del 19 marzo 416, conosciuta come uno dei più interessanti documenti nella storia della Chiesa antica (Jaffé-Wattenbach, 311) è indirizzata a Decenzio, vescovo di G., il primo vescovo che sia sicuramente noto. I praedecessores, di cui si fa parola nel documento, non si conoscono, e le liste compilate da autori locali e accolte da vari scrittori per supplire al silenzio dei documenti, non meritano alcuna fede.

Parimenti son da rigettare i nomi dei vescovi che gli stessi scrittori collocano, dopo Decenzio, fino al vescovo Gaudioso, il secondo di cui si ha sicura notizia (Jaffé-Wattenbach, 1712-13). Segue un periodo oscuro per le vicende della Chiesa di G.; si conoscono solo di nome, da documenti del sec. X, i vescovi Leuderico e Pietro, di questo secolo. Una rinascita religiosa si manifesta dopo il Mille, particolarmente nel periodo della riforma: i vescovi della Chiesa eugubina mantengono vincoli strettissimi con il vicino cerno di Fonte Avellana. Secondo una tradizione il fondatore ne fu, intorno al Mille, Ludolfo, divenuto poi vescovo di G., e s. Pier Damiani, priore dal 1043 e riformatore dell'cremo, fu amministratore per qualche tempo della Chiesa eugubina (Epistulae, I, 14; PL 144, 223).

L'azione riformatrice del santo avellana s'irradia per tutta la diocesi che contava, nel tempo, sedici eremi di cera governata da insigni figure di santi vescovi: Rodolfo, corrispondente con s. Pier Damiani (Epistulae, IV, 10, 11; PL 144, 320-21); il b. Giovanni da Lodi, discepolo del Damiani e priore di Fonte Avellana (P. Cenci, Vita di s. Giovanni di Lodi, vescovo di G., Città di Castello 1906) e, più tardi, s. Ubaldo (1128-60; Acta S. Maii, III, Parigi 1866, p. 625 sq.) di G., vissuto nella città, allora Comune, spiegandovi una efficace opera di pacificazione (P. Cenci, Vita di s. Ubaldo, Gubbio 1924); fu canonizzato da Celestino III il 4 marzo 1192. Nel sec. XIII, sotto il vescovo b. Villano, G. divenne, per l'apostolato di s. Francesco stesso in questa terra (1220-22; I Fioretti, cap. 21), uno dei più vivi centri del primitivo francescaneismo, ricca di ricordi e monumenti, tra cui il tempio innalzato da fra' Bevignate al Santo (1256; U. Paris, S. Francesco, i Francescani e la città di G., Firenze 1928). Nell'età del Rinascimento la Chiesa eugubina ebbe vescovi commendatori ed amministratori; il più illustre titolare di quel tempo fu Marcello Cervini (1544-55) di Montepulciano, poi eletto pontefice (Marcello II 1555). Nel 1563 fu sottoposta come suffraganea a Urbino da Pio IV e Benedetto XIII rinnovò la disposizione nel 1725. Dal 1818 G. è immediate subiecta alla S. Sede.

La storia della città e diocesi è collegata con quella della formazione e sviluppo dello Stato pontificio. G. era una città della Pentapoli, detta montana (provincia castellorum) o annonaria, occupata da Astolfo nel 752. Con la restituzione fatta dal Longobardi a Pipino nel 756, con cui si costituiva un dominio della S. Sede. G. è espressamente menzionata tra le terre cedute (L. Duchesne, I primi tempi dello Stato pontificio, Torino 1947, p. 52) e nella città sostò Carlomagno reduce dalla coronazione dell'800. Riconquistata al dominio della S. Sede dal card. E. Albornoz, G. si levò a libero Comune nel 1376. Liberatasi dalla tirannia del vescovo Gabriele Gabrielli, si diede ad Antonio di Montefeltro, signore di Urbino, nel 1384 ed appartenne a quel ducato fino a che, nel 1631, con il ritorno di esso alla S. Sede, anche G. fu restituita e rimase sotto il dominio pontificio fino all'annessione del 1860 al Regno d'Italia.

MONUMENTI. - La più antica sicura memoria della chiesa cattedrale, intitolata a s. Mariano, intra mura civitatis Eugubine, rimonta al sec. X (P. Cenci, Di due pergamene del sec. X fino ad ora sconosciute, in Bollettino di storia patria dell'Umbria, 14 (1908, 11-11), pp. 567-73; più tardi la Cattedrale fu consacrata ai ss. Mariano e Giacomo, martiri africani di Lambesa, le cui religie erano state trasferite a G. già in antico, forse tra il V. sec.; Clemente III concesse di trasferirvi ancora tutte le religie di santi dalla vecchia città (bolla Pia desideria del 20 ott. 1188). L'attuale costruzione sulle pendici del colle Ingino, dove dal sec. X era venuta formandosi la nuova città, è assegnata, secondo una opinione accreditata, al sec. XIV e si dice compiuta sotto il vescovo Pietro Gabrielli, con elementi di epoca anteriore. La facciata, restaurata recentemente, ha pregevoli bassorilievi: l'Agnello, i Quattro Evangelisti ed un portale in linee semplici. Il caratteristico interno ad una sola nave ad arcate acute presenta restauri e rifacimenti del sec. XVI; caratteristico ancora l'altare maggiore formato da due sarcofagi pagani sovrap

eugubini del sec. XVI; nello stesso Palazzo ha sede il Museo aperto nel 1908. L'Archivio vescovile non possiede carte antiche; quello capitolare, con prezioso fondo di pergamene (secc. XI-XII), si custodisce presso la residenza del Capitolo, annessa alla Cattedrale. L'Archivio comunale, nel Palazzo del podestà (sec. XIV) conserva molti documenti, in gran parte provenienti dagli antichi monasteri eugubini (G. Mazzantini, Gli archivi della storia d'Italia, Rocca S. Casciano 1809-1905, I, p. 31 sgg.; P. Cenci, Codice diplomatico di G. dal 900 al 1200, in Archivio per la storia ecclesiastica dell'Umbria, 2 [1915], p. 1 sgg.).

Bibl.: O. Lucarelli, Memorie e guida storica di G., Gubbio 1888; Lanzoni, I, pp. 480-82; P. Cenci, La Chiesa eugubina, Città di Castello 1907; P. F. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, pp. 81-92; Ughelli, I, p. 674; U. Pesci, I vescovi di G., Perugia 1918; E. Giovagnoli, G. nella storia e nell'arte, Città di Castello 1932; Cottineau, I, coll. 1354-56. Cf. inoltre la 2a ed. di U. Paris, S. Francesco e i Francescani nella città di G., Assisi 1941.

SERAFINO PRETE

LE TAVOLE DI G. - Dette latinamente igivune o eugubine, sono 7 lastre di bronzo, 4 grandi più antiche, scritte sulle due facciate in caratteri epicorici, e 3 piccole più recenti in caratteri latini, scoperte nel 1444 e vendute al Comune che le conserva nel Museo civico. L'ordinamento canonico da 1 a 7 non corrisponde a quello effettivo del testo. Il loro contenuto è soprattutto religioso e gli argomenti si possono raggruppare come segue.

Tavv. I e VI-VII a: Consacrazione dell'area (ceris) di Iguvium e lustrazione del popolo, previo allontanamento (exterminatio) oltre il confine del territorio, di quanti non hanno diritto, come stranieri, a essere presenti alla cerimonia; questi sono i Tadinati (Gualdo Tadino) i Tusci (Etruschi) gli Japudici (Illiri provenienti dalla costa adriatica, le genti lungo il Nahr [Nera]).

Tavv. II a: Sacrificio a Hontus Iovius, di contenuto apotropaico contro auspici avversi.

Tavv. III-IV: Cerimonie annuali della Confraternita dei fratelli Atiedii, così detti perché provenienti originariamente da Atiedio (lat. Attidium).

Tavv. V: Ordinamento interno di tale Confraternita.

Tavv. II b e V: Rapporti di carattere sociale e giuridico tra i gruppi conviventi in G.

Le divinità invocate con preghiere e sacrifici sono: La triade Giove, Marte e Vofione, tutta maschile, analoga a quella romana Giove, Marte, Quirino, entrambe sul modello etrusco Giove, Giunone, Minerva; la triade Trebo Giove, Tefro, Fisio Sansio (cf. Fidius Sancus, Deus Fidius dei Romani) al quale ultimo è dedicata l'acropoli di G.

Nel rito della lustrazione del popolo sono invocate anche divinità femminili: Prestota Cerfia con significato di protettrice, e Torsia Cerfia nel senso di fugatrice dei nemici, invocate in una unica preghiera con Cerfo, dio della città, cui vien dato l'epiteto di Marte. Nel sacrificio annuale della Confraternita degli Atiedii si sacrifica a Giove Padre, a Poemuno (Pomono) dio dei frutti e a Visona.

Le tavole igivune sono il più notevole monumento antico relativo agli Umbri. Da esse, oltre ai dati religiosi, sopra accennati, si ricava che gli Italici abitavano in origine in centri fortificati più che in città eve e proprie; ma che gli Iguvini abitavano già un territorio loro proprio, geograficamente circoscritto e che conoscevano oltre al generico aggruppamento di popolo (tauta) anche la divisione in tribù (trifu) nel senso territoriale, una suddivisione interna dei cittadini in decurie (tekvias) al disotto della quale stava la fanteria, corrispondente all'aggruppamento collettivo della gens.

Bibl.: Prima edizione completa a stampa di Th. Dempster in De Etruria regali, 2 voll., Firenze 1723-24; altre edizioni antiche: L. Lanzi nel vol. III del Saggio sulla lingua etrusca e su altre antiche lingue d'Italia, Roma 1789; moderne: M. Breal, Les tables Eugubines, Parigi 1875; S. Th. Aufrecht, A. Kirchhoff, Die umbrischen Sprachenkundler, 2 voll., Berlino 1849-51; A. V. Blumenthal, Die iguvinischen Tafeln, Stoccarda 1931; G. Devoto, Gli antichi Italici, Firenze 1931; id., Tabulae Iguvinae, 2a ed., Roma 1940; id., Le tavole di G., Firenze 1950, contenenti la sola versione italiana.

GUBBIO, DIOCESI di - I ceri - Cattedrale.

posti. Nel tempio si conservano numerosi dipinti. Delle molte chiese monumentali e storiche, in gran parte costruite secondo il caratteristico tipo eugubino ad una sola nave con arcate trasversali a sesto acuto (M. Salmi, Le chiese gotiche in G., in L'arte, 25 [1922], pp. 220-231) vanno notate: S. Felicissimo, la più antica della città, anteriore al sec. XI (P. Cenci, S. Felicissimo di Nocera-Umbria, Roma 1906); S. Pietro, sorta presso la più antica fondazione benedettina di G., che raggiunse il massimo splendore nei secc. XI-XII, divenuta commenda nel XV, trasferita agli Olivetani nel 1523 e soppressa nel 1860. Il tempio monumentale superstite conserva, della primitiva struttura romanica, la facciata (bifora e piccolo portico); le rimanenti parti sono dei secc. XIII-XVI, S. Secondo: i documenti più antichi fanno memoria della chiesa canonica dei SS. Secondo ed Agapio, sede dei Canonici Regolari di S. Agostino, posta sotto la protezione apostolica (Jaffé-Wattenbach, 8216); ma i primitivi santi titolari, martiri africani, furono sostituiti da s. Secondo, cui rimase il nome della canonica abbaziale, mentre, per il prevalere e diffondersi del culto del martire africano, leggendisti tardivi ne hanno narrato le gesta come di un santo locale (BHL, 7558); l'edificio attuale è del sec. XIII, con bel chiostro (sec. XII) e vari rifacimenti posteriori. S. Francesco, iniziata nel 1256 da fra' Bevignate: l'esterno è perfettamente conservato nelle sue linee gotiche, mentre l'interno a tre navate con dodici colonne ottagonali è parziale rifacimento del sec. XVII. In una antica cappella e nel chiostro annesso si conservano alcuni affreschi (secc. XIII-XV). S. Agostino, costruita nel 1251: l'esterno è nella forma originale, la facciata del sec. XVII; notevole la composizione, nell'abside, di affreschi illustranti la vita di S. Agostino, di Ottaviano Nelli (sec. XV). S. Maria dei Laici, costruita dalla Confraternita dei Battuti Bianchi (1313): l'interno è un restauro del sec. XVII con pregevoli dipinti (sec. XIV-XV) nella cripta. La basilica di S. Ubaldo, posta sul « colle eletto » dove nel 1194 era stato trasportato il corpo del Santo: costruita sull'antica pieve di S. Gervasio, fu ampliata nel sec. XVI. Esiste a G. una pinacoteca comunale che ha sede nel Palazzo de' Consoli, con una interessante raccolta nella quale è il notevole gruppo dei migliori

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