HUGO, Victor-Marie. - Poeta, romanziere e drammaturgo, n. a Besançon il 26 febbr. 1802, m. a Parigi il 22 maggio 1885. Dal padre Joseph Léopold Sigisbert (1773-1828), ufficiale repubblicano che si era distinto nella repressione della rivolta vandeana e nella lotta contro le bande di Fra' Diavolo e di Empecinado, autore di opere di arte, di storia militare ed anche di un romanzo, L'aventure tyrolienne, e dalla madre Sophie Trébucher, di simpatie tradizionalistiche e monarchiste, ereditò il gusto per la poesia, che condivise con i suoi fratelli maggiori Abel (1798-1855) ed Eugène (1800-1837) insieme ai quali espresse i suoi entusiasmi per lo Châteaubriand e per le idee ed i principi della Restaurazione nel Conservateur littéraire (1819-21). Monarchica e cattolica fu infatti l'ispirazione delle sue prime liriche (1822), le quali gli fruttarono una pensione da Luigi XVIII. Nuovi motivi concorsero ad arricchirla attraverso i contatti con il più importante dei circoli romantici parigini, quello che si raccoglieva intorno a Charles Nodier nella Biblioteca dell'Arsénal, con i romanzi d'argomento esotico Han d'Islande e Bug Yargal (1823) e 1826; quest'ultimo, sviluppo di un abbozzo già apparso sul Conservateur) e con nuove raccolte di Odes e di Ballades (1824-28).

contatti con il più importante dei circoli romantici parigini, quello che si raccoglieva intorno a Charles Nodier nella Biblioteca dell'Arsénal, con i romanzi d'argomento esotico Han d'Islande e Bug Yargal (1823) e 1826; quest'ultimo, sviluppo di un abbozzo già apparso sul Conservateur) e con nuove raccolte di Odes e di Ballades (1824-28).
(da Ritratti di grandi uomini dal '286 ad oggi, Milano s a.) Hugo, Victor-Marie - Riratto giovanile, Litoeirafia da un disegno di Mauvi.
Nel 1827 apparve il dramma (mai rappresentato) Cromwell, cinque atti che fissavano decisamente l'aspirazione romantica a portare sulla scena i fatti storici, ribadita da un'eloquente e celebre prefazione: V. H. ne guadagnò la consacrazione a capo e maestro della nuova scuola. Gli anni successivi furono i più felici della sua creatività; la copia d'immagini e di colori propria della sua lirica migliore poté dispiegarsi in una forma perfetta, dall'ampio ritmo musicale, nelle Orientales (1829), prendendo occasione dall'ellenismo in voga, mentre alla romantica passione per i miti si veniva accostando o sovrapponendo l'amore per le opere a tesi, impregnate di un'esigenza di protesta contro leggi o convenzioni sociali, nella sua opera di romanziere e di drammaturgo. Così a Notre-Dame de Paris, ricostruzione delle follie e dei vizi di una fantastica Parigi medievale ispirata quasi tangibilmente dall'architettura della famosa Cattedrale, fanno corona altri due romanzi che non sono se non eloquenti proteste contro la pena capitale: Le dernier jour d'un condamné (1829) e Claude Gueux (1834). Anche più popolari i drammi, a cominciare da Marion Delorme, incapato nella proibizione della censura proprio per la tesi, o il mito, della redenzione della donna perduta cui si ispira (1829); seguirono Hernani (1830), Le roi s'amuse (1832), Lucrèce Borgia e Marie Tudor (1833), Angelo (1835), Ruy Blas (1838); anche Notre-Dame de Paris fu ridotta per la scena a libretto d'opera, sotto il nome della protagonista del romanzo, Esmeralda (1836). Questa serie teatrale venne chiusa dal poema in tre episodi Les burgraves (1843), frutto d'impressioni di un viaggio in Germania del 1838, come la raccolta di lettere Le Rhin (1842).
Dall’originario legittimismo la sua posizione politica s’era venuta evolvendo in senso sempre più liberale, quella religiosa in un vago umanitarismo, si da renderlo sotto ogni aspetto un’autentica «eco sonora» del tempo (perfino qualche venatura napoleonica si potrebbe trovare nei Rayons et les ombres, del 1840, ultima di quattro raccolte di liriche – le altre sono Feuilles d’automne [1831], Chants du crépuscule [1835], Les voix intérieures [1837] – grandiosi anche nella foga declamatoria: sono, del resto, i sentimenti di quegli anni pieni di rifiorente entusiasmo per la gloria dell’Impero). L’Accademia di Francia l’aveva accolto nel 1841; la Camera dei Pari nel 1845. La rivoluzione di febbraio lo clesse, nel 1848, deputato all’Assemblea costituente; il suo atteggiamento fieramente repubblicano lo rese irriducibile avversario del presidente Bonaparte, ed il colpo di stato del 2 dic. 1851 lo mandò esule a Bruxelles e poi nelle isole normanne, Jersey e Guernesey, a bollare ferocemente il neo-Imperatore con il libello Napoléon le petit (1852), con l’Histoire d’un crime (pubblicata solo nel 1877) e con i Châtiments (1853).
Il mutismo in cui s’era rinchiuso dopo la scomparsa in un tragico incidente (1843) della figlia Léopoldine, veniva definitivamente rotto dall’esilio: Les contemplations (1856) segnarono il culmine del suo più felice periodo creativo. Seguirono le Chansons des rues et des bois (1855), le tre serie di poemetti della Légende des siècles (1859, 1877, 1883) e parecchi fortunatissimi romanzi, dai Mi-sérables (1862) a Quatre-vingt-treize (1873). Bandito, V. H. riaffermava imperiosamente la propria inconcussa supremazia sulla poesia e sul gusto del secondo Impero, attraverso un’impareggiabile padronanza della parola, dello strumento verbale, e del mondo delle immagini e delle visioni, come se in lui rivivessero moltiplicati le risorse fantastiche degli autori di visioni e di misteri dell’età di mezzo, la loro capacità di dar vita ad un’immagine, a un sogno, a un simbolo. La sua opera poetica dal 1850 al 1859 (comprendente la maggior parte delle Chansons des rues et des bois) rappresentò veramente il frutto più maturo e quasi unico, nella scomparsa o nell’affievolirsi delle altre grandi voci delle lettere di Francia, dell’Ottocento romantico; impose uno stile nuovo, panico e mitico, agli anni che seguirono.
In questo stesso apogeo delle sue migliori qualità poetiche H. dovette trovare lo stimolo, e magari il piedistallo, per la missione di pensatore, di uomo politico, di riformatore sociale e morale cui già aveva dimostrato di anelare con la sua prima operosità drammatica e narrativa. Senza dubbio, l’impegno e le tesi radicaleggianti dei suoi romanzi ne costituirono a buon diritto lo spunto più vivo e più fecondo, oltre che il più facile motivo di popolarità; ed ugualmente «le combat du jour et de la nuit» (come dice un verso foggiano nelle sue ultime ore), gl’interrogativi su Dio e la materia suggerirono immagini di grandezza alla sua lirica. Ma la funzione in tal modo assunta di vaste tutelare della democrazia europea, nei suoi impeti repubblicani come in quelli anticlericali (consacrata dal suo ritorno in patria dopo la caduta dell’Impero e dalla sua elezione a senatore nel 1877), finì per mettere in risalto l’appesantirsi e l’esaurirsi, in una cerchia chiusa di motivi e di forme, della sua arte, pur fecondissima di risorse nel passare dagli affetti dell’Art d’être grand-père (1877) alla polemica dell’Année terrible (1872), del Pape (1878), della Pietà supérieure (1879), dell’Ane (1880), di Religion et religions (1880), dei Quatre vents de l’esprit (1881), del dramma Torquemada (1882). Così come forse la stessa grandissima ed immediata fortuna della sua opera favorì ai nostri giorni la tendenza a limitarne il valore poetico: che rimane comunque, ove ci si ponga su di una prospettiva più ampia, grandissimo e dominante nella letteratura francese dell’età moderna.
Dell’H. sono all’Indice: Notre-Dame de Paris (Decr. 28 luglio 1834) e Les misérables (Decr. 20 giugno 1864).
BUL.: V. H. stesso curò un’edizione definitiva dell’opera sua in 48 voll., Parigi 1880-85; una più recente e completa pro-curazione P. Meurice e poi G. Simon, 1906-13. Studi: note-voli le monografie di E. Dupuy, 1887, L. Mabilleau, 1883, C. Renouvier, 1893-1900, F. Gragh, 1902, F. Brunetière, 1902. Per altre indicazioni bibl. cf. H. Talvant-J. Place, Bi-blicog. 1927.