IDIOMI, COMUNICAZIONE DEGLI

IDIOMI, COMUNICAZIONE degli. - Il termine «ì» che, secondo l'etimologia, significa proprietà e nel'uso volgare lingua nativa, filosoficamente indica un attributo proprio di una natura. L'espressione poi, «c. degli ì», è usata dai teologi nella cristologia per designare la reciproca predicazione degli attributi umani e divini in Gesù Cristo. La c. degli ì deriva per logica conseguenza dal fatto che in Cristo si trovano unite la natura divina e quella umana; anzi, non è che la traduzione sul piano logico di quella comunicazione o unione ontologica esistente in Cristo fra la natura umana e divina e quindi fra gli attributi dell'una e dell'altra natura.

Si comprende, pertanto facilmente, e la storia del dogma ne dà una conferma, che, se da un lato la c. degli ì, intesa in senso vago ed indeterminato, è necessariamente ammessa da tutti coloro i quali riconoscono in Cristo il carattere di Uomo-Dio, una più precisa ed esatta interpretazione di essa è solidale con il modo di concepire l'unità di Cristo e i rapporti in lui fra la natura divina e quella umana.

Il nestorianesimo (v.), che divideva Cristo in due persone unite accidentalmente, ammetteva la c. degli ì solo nel senso che i predicati di una persona si possono attribuire all'altra per una attribuzione morale, allo stesso modo che, in generale, la dignità, l'autorità, l'onore di un padre si possono moralmente riferire ai figli.

In direzione del tutto opposta si muoveva il monofisismo (v. MONOFISITI), che, fondendo in una le due nature, spingeva la c. degli ì fino al punto di attribuire a una natura le proprietà dell'altra.

Tenendo una via di mezzo fra queste due in-terpretazioni, di cui la prima pecca per difetto e la seconda per eccesso, la dottrina cattolica precisa il significato della c. degli ì nel modo seguente:

1) Gli attributi umani si possono predicare del soggetto Cristo, denominato secondo la natura divina, come nelle proposizioni: il Verbo di Dio, il figlio di Dio, nacque nel tempo, ebbe una madre, patì, morì, e viceversa, gli attributi divini si possono predicare di Cristo denominato secondo la natura umana, p. es.: Cristo uomo, il figlio di Maria Vergine, il figlio dell'uomo, è creatore dell'universo, è generato nell'eternità dal Padre, è principio con il Padre dello Spirito Santo. Difatti, l'unione ipostatica importa che Cristo è un solo «io», una sola persona avente due nature; quindi, sono vere le proposizioni, come quelle soprariferite, nelle quali si stabilisce l'identità fra la persona avente le proprietà di una natura e la persona avente le proprietà dell'altra natura.

2) D'altra parte, però, IPOSTASI (v.) importa che le due nature restino in Cristo distinte e inconfuse; onde risulta che esse non possono vicendevolmente predicarsi e non si possono neppure predicare di una le proprietà dell'altra. Sarebbe grave errore affermare che la natura umana di Cristo è onnipotente, eterna, onnisciente; oppure, che la natura divina di Cristo è passibile, mortale. Si ricadrebbe poi nello stesso errore, affermando che Cristo, in quanto uomo, è eterno, o che Cristo, in quanto Dio, morì; poiché queste restrizioni «in quanto uomo», o «in quanto Dio» posseggono il valore di indicare nella natura di uomo o di Dio la ragione del predicato, e perciò tali proposizioni si risolvono nell'affermare che una natura possiede le proprietà dell'altra, cadendo così nel monofisismo.

In conclusione, secondo il giusto senso fissato dalla dottrina cattolica, la mutua attribuzione delle proprietà umane e divine in Gesù Cristo non avviene direttamente fra natura umana e natura divina, bensì fra la persona denominata secondo una natura e le proprietà dell'altra natura.

Il fatto della c. degli ì si riscontra già apertamente nella S. Scrittura, come, p. es., nei passi seguenti: «E il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi» (Io. 1, 14); «Il Figliolo di Dio è fatto dal seme di Davide secondo la carne» (Rom. 1, 3); «Dai quali (Ebrei) è nato il Cristo secondo la carne, che è sopra tutte le cose Dio benedetto nei secoli» (Rom. 9, 5); «Il quale (Gesù Cristo), essendo nella forma di Dio... annichilò se stesso, presa la forma di servo... umiliò se stesso fatto obbediente sino alla morte e alla morte di Croce» (Phil. 2, 6-7).

La dottrina della c. degli ì è stata solennemente definita dalla Chiesa nei Concilì Efesino e Lateranense (Denz-U, 116, 124, 255). I Padri, come Origene, Cirillo di Gerusalemme, Cirillo di Alessandria, S. Giovanni Damasceno, la svilupparono nella polemica contro le eresie cristologiche; e gli scolastici la espressero in formule filosofiche, fissando in modo preciso le leggi che devono presiedere al nostro modo di parlare intorno a Cristo, e delle quali possiamo ricordare la più importante, quella che riguarda i nomi concreti ed astratti.

In senso filosofico, per nomi concreti si intendono quelli che designano un soggetto avente una natura o una sua proprietà, ad es.: uomo mortale, corporeo; «uomo» significa appunto «un soggetto avente la natura umana». I nomi astratti, invece, indicano una sola parte

ma prescindendo dal soggetto concreto in cui son destinato a realizzarsi, ad es.: umanità, razionalità, mortalità, corpo, anima. Orbene, la regola scolastica afferma che la natura umana e le sue proprietà possono attribuirsi a Cristo-Verbo quando sono espresse con nomi concreti, non invece quando sono espresse con nomi astratti. È esatto dire che il Verbo di Dio è corporeo, è mortale; falso, invece, affermare che il Verbo è corporeità, è la mortalità, è un corpo. Questa regola trova la sua giustificazione alla luce del dogma dell'unione ipostatica, secondo cui la natura umana con i suoi attributi e le sue parti è posseduta dal Verbo, ma non è il Verbo; quindi, il Verbo è una persona che possiede la natura umana, ma non è la natura umana e tanto meno le sue parti e proprietà.

Trattandosi, però, di attributi divini, è legittimo predicarli della persona Cristo-Uomo, anche se sono espressi in modo astratto; ad es.: Il figlio di Maria Vergine è la Divinità; è Via, Verità e Vita. Il motivo della eccezione sta nel fatto che tutte le perfezioni divine sono sussistenti, sono esse il soggetto sostanziale, e perciò i nomi che esprimono le perfezioni divine possono prendersi come nomi concreti.

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Bibl.:** Sum Thccl., 3°, q. 16; J. B. Franzelin, De Verbo In- carnato, Roma 1874, pp. 336-438; C. Pesch, Praelectiones Dogmaticae, IV, Friburgo in Br. 1922, pp. 106-12; A. D'Alès, De Verbo Incarnato, Parigi 1930, pp. 135-40; A. van Hove, De quibusdam communicationis idiomatis applicationibus, in Divus Thomas (Piacenza), 40 (1937), pp. 510-16; E. Campana, La c. degli i. in Gesù Cristo, in Palestra del clero (1938, 11), pp. 241-44; 343-46; P. Parente, De verbo Incarnato, 2ª ed., Roma 1946, pp. 58-88.

**IDIORITMIA:** MONACHISMO ORIENTALE.