IEPHTE (ebr. Jiphthah). - Prode galaadita, giudice d'Israele (I Sam. 12, 11), la cui gesta è narrata in Judd. 10, 6-12, 7.
Figlio'illegittimo di Galaad, scacciato dai fratelli legittimi, si rifugiò nella regione di Tob, alle sorgenti del Giordano; ivi, nella dura vita del razziatore, solo contro tutti (Gen. 16, 12), riuscì ad imporre il suo coraggio e la sua valentia (come David nel deserto di Giuda e di Ziph), e divenne capo di una grossa banda di gente, come lui, fuggita o scacciata dal proprio clan. Quando i suoi conterranci, oppressi dagli Ammoniti che, accampati in Galaad, irrompevano financo in Giuda, si rivolsero a Jahweh per esser liberati e, rimossa l'idolatria, si sollevarono in armi, non trovando tra loro chi assumesse il comando, mandarono a pregare I. che accettasse il grave compito. I. accettò, dopo aver fatto giurare nel nome di Jahweh agli anziani e alla sua tribù che dopo la vittoria gli avrebbero dato il potere. Era un tentativo, dopo quello di Gedeone, di stabilire un principato monarchico; tentativo che finì con I.
La partita era difficile, e I., mentre cercava di raccogliere armati, iniziò delle trattative. Fallite queste, I., fiducioso in Jahweh, cui fece voto di sacrificare la prima persona che al suo ritorno gli fosse venuta incontro uscendo dalla sua casa, attaccò gli Ammoniti di sorpresa, rapido e deciso. Li sgominò in tanti scontri vittoriosi; riconquistò 20 città israelite, liberò Galaad fino al Giordano. Al vincitore venne incontro, prima fra le altre vergini, l'unica sua figlia, per la rituale fantasia. A tal vista I. elevò un pietoso lamento. La figlia fece coraggio al padre; volle solo due mesi per piangere con le compagne sui monti la sua «verginità», cioè il fiore della sua giovinezza recisa; passati i due mesi, I. la sacrificò.
Gli Ephraimiti, come già con Gedeone, si eressero contro I. perché aveva vinto senza di loro. I., che li aveva invitati invano al momento del pericolo, rintuzzò sanguinosamente la loro insolenza. Ai guadi del Giordano gli Ephraimiti, riconosciuti dalla pronunzia del termine sibbolth «spiga», che invece dicevano sibbolth «corrente», vennero uccisi (episodio analogo nei Vespri Siciliani: i Francesi si svelavano pronunziando male «ceci»).
I. è un jahwista fervente; per lui Jahweh sa proteggere il suo popolo contro gli altri popoli e i loro dèi (Jud. 21, 11. 24-27; cf. Hebr. 11, 32 sg.). Fede rudimentale però, con la macchia del sacrificio umano, fatto da I. nella sua ignoranza della legge del Sinai, e ad imitazione dei Cananei (così fece anche il re moabita Mesa: II Reg. 3, 27). Incomincia la flessione dal puro jahwismo, caratteristica di quel periodo di frazionamento, sotto l'infusso deleterio della cultura cananea.
BIBL: L. Desnoyers, Histoire du peuple hebreu, I Parigi 1922, pp. 178-85, 308, 340, 383, 397; S. Zepel, Das Buch der Viti, coll. 1846 sg., 1854, 1859; V. SZEPES, Das Buch der Richter, Münster in V. 1923, pp. 185-96; E. A. Zepel, The shibboleth incident (Jud. 12, 6), in Bulletin of the american schools of oriental research, 85 (1942), pp. 10-13; H. Garner, Shibboleth, in The expository times, 53 (1941-42), p. 242.