IGNAZIO di Loyola, santo. - Ultimo figlio di Beltrán Yáñez de Oñaz y Loyola e di Marina Sáenz de Licona y Balda, n. nel 1491 prima del 23 ott. nel palazzo-fortezza di Loyola presso Azpeitia (Guipúzcoa, Spagna), m. a Roma il 31 luglio 1556. Si chiamava Iñigo López de Loyola (non Recalde), benché quasi mai adoperasse il López, e cambiasse l'Inigo in I. tra il 1537-42.
Educato fino ai 12-13 anni nella fede profondamente cattolica e nelle usanze basche della famiglia a Loyola, fu poi (1566?-17?) paggio di Juan Velázquez de Cuéllar, ministro delle Finanze del re Ferdinando il Cattolico, residente con la corte a Arévalo e Valladolid. Appartenono a questi anni le sue letture dei libri di cavalleria e le sue avventure peccaminose (processo di Azpeitia, 1515), ma anche il suo amore per la musica e per le canzoni sacre (poema a s. Pietro e orazioni alla Madonna nei tornei). Dopo la caduta del Velázquez (1517), diventa non capitano, come è stato detto, dell'esercito regio, bensì gentiluomo del suo parente il duca di Nájera, viceré di Navarra. In questa veste partecipa con prudenza e altezza di spirito alla pacificazione di Nájera e Guipúzcoa e alla difesa della rocca di Pamplona, dove è gravemente ferito dal Francesi (20 maggio 1521).
Durante la convalescenza a Loyola, mentre aspira nei suoi sogni mondani alla mano di una Infanta (donna Caterina, sorella di Carlo V.), la Grazia divina lo trasforma in quel perfetto cavaliere di Cristo descritto nel Flos sanctorum e nella Vita Christi di Ludolfo di Sassonia che egli stava leggendo. Per amore del nuovo re, inizia il pellegrinaggio a Gerusalemme al principio del 1522; ma lo interrompe per quasi un anno, menando prima, dopo una breve sosta a Manresa, vita solitaria nella montagna di Montserrat e in una grotta presso Manresa, e dimorando poi per molti mesi in questa città catalana. Là egli si trasforma in uno dei più autentici mistici della Chiesa, Esercizi spirituali (v.), perfezionati poi a Alcalá, Parigi, Venezia e Roma (1522-41). Dopo il pellegrinaggio in Terra Santa (1523), cominciò i suoi lunghi studi per prepararsi ad aiutare le anime e per radunare compagni di apostolato, prima a Barcellona (1524-26), poi ad Alcalá e Salamanca (1526-27), più tardi a Parigi (1528-35), Bologna e Venezia (1535-36). Ad Alcalá e Salamanca venne incarcerato, giudicato e assolto dai vicari diocesani Figueroa e Frías non, come spesso si dice, dall'Inquisizione. Nell'Università di Parigi, da lui altamente lodata, ottenne, dopo la visita delle Fiandre e di Londra, il grado di maestro nelle Arti (apr. 1534). Pure a Parigi riuscì finalmente a radunare i primi grandi compagni (Faber, Saverio, Laíncz, Salmerón, Bobadilla, Rodríguez) e ad infonder loro attraverso gli Esercizi lo spirito del voto di Montmartre (15 ag. 1534): apostolato in povertà e castità, se possibile in Palestina fino al martirio per Cristo; se questo non riuscisse, là dove vorrà il vicario di Cristo, fra fedeli, infedeli o protestanti, benché senza disegno direttamente antiprotestantico. I. evita fino al 1539 la fondazione di un Ordine, non (come talvolta si è detto) per un certo spirito erasmista, ma per il timore che gli si imponga qualche regola antica che tarpì l'attuazione del suo ideale apostolico di nuovo tipo. L'impossibilità di passare in Palestina (maggio 1537-maggio 1538), l'esempio dei recentissimi Chierici regolari conosciuti per prima opera di Teatini, la protezione di Paolo III per operai del dott. Ortiz e del card. Contarini, finalmente l'esperienza mistica della Storia (nov. 1537), gli fanno nel 1539 tentare la fondazione del nuovo Ordine: Compagnia di Gesù (v.). Ne segue la prima approvazione verbale di Paolo III a Tivoli (3 sett. 1539), quella scritta della bolla del 27 sett. 1540, poi l'elezione di I. a generale e la prima professione solenne a S. Paolo fuori le mura (8 e 22 apr. 1541).
La sua attività di fondatore e generale si sviluppa in due tappe, divise dall'Anno Santo 1550. Nella prima (1541-49) attua l'apostolato per fare di Roma l'esempio, non più lo scandalo, del mondo: Esercizi, catechismo, preservazione delle fanciulle pericolanti, conversione delle cortigiane, Battesimo e difesa degli Ebrei, vita pastorale intensa a S. Maria della Strada presso il Palazzo Venezia, residenza abituale del Papa. I. istituisce nello stesso tempo il primo noviziato dell'Ordine, formando personalmente i suoi figli nel nuovo spirito (Ribadeneira, Domenech, Polanco, Nadal, Canisio, Manareo, Palmiro, Mercuriano e il primo giapponese venuto in Europa, Bernardo...), e poi inviandoli in Portogallo, nelle Indie, in Spagna, a Parigi, a Venezia, in Germania, nelle Fiandre, a Trento,
1603
IGNAZIO DI LOYOLA
nel Congo, nel Brasile, in Etiopia. Ottiene anche, per mezzo di Francesco Borgia, entrato da poco nell'Ordine, uno dei suoi più ardenti voti a vantaggio della Riforma cattolica, l'approvazione papale degli Esercizi spirituali (31 luglio 1548). Dopo preselezione provvede poche giochi nelle province (Goa, Gandia, Ingolstadt, Messina) concepite la fondazione a Roma di un colonato per la forma religiosa e la fatica della Chiesa.
Il 1° marzo 1549, dopo la fondazione a Roma di un colonato per la forma religiosa e la fatica della Chiesa, si è riunito il Concilio di Trento, che ha confermato l'ordinanza della Chiesa sulla fede e la fatica della Chiesa.
Il
della Chiesa con la stima e l'uso di molti valori nazionali, spesso opposti fra loro. Si vedano i suoi rapporti con i contrastanti sovrani cattolici del suo tempo e con le università spesso rivali, l'intesa che riuscì a stabilire nelle sue comunità tra Francesi, Italiani, Fiamminghi, Tedeschi e Spagnoli. Nell'unificare queste forze per la Riforma cattolica, superandone gli antagonismi, si rilevò un vero genio pratico di organizzatore. È vero che nell'insieme del suo carattere spicca meno l'ingenua e dolce spontaneità di un Francesco di Assisi o di un Filippo Neri; ma nemmeno la sua riflessiva consequenza-lità mancava di flessibile e amabile attrazione. Ne è prova l'amore cordiale che gli hanno professato i suoi figli, anche se spesso fortemente da lui rimproverati, come il Lainez, il Nadal, il Loarte. Questi lo definì bellamente: «il p. I. è una fontana di oleo». Dal punto di vista della psicologia nazionale, l'unione riuscì a essere più stretta rispetto allo spirito realista, riflessivo e tenace dei Baschi con quello idealmente cavallereso ed ecumenico della nobiltà casti gliana del Cinquecento.
S. I. fu beati-ficato il 27 luglio 1609, canonizzato il 12 marzo 1622. Festa il 31 luglio.
Iconografia. — Si ha la maschera in cera, presa subito dopo la morte, e quella in gesso che viene riprodotta in queste colonne. I dipinti più antichi e autentici sono tre: il primo, fatto a Roma da Jacopino del Conte, figlio spirituale d'I.; il secondo, eseguito a Madrid da Alonso Sánchez Coello sotto la direzione del Ribadeneira; il terzo, da un anonimo assai stimato dal Manareo e dai padri del Belgio. Nella ricca iconografia artistica ignaziana, spiccano le statue di Montañes, Hernández e P. Le Gros, i bassorilievi di Alessandro Algardi e di Renato Fremin, infine i dipinti del Rubens, del Roelas, del Carracci, del Gaulli, di fratel Pozzo e del Salaverrina. — Vedi tav. XCVIII.
video 1939; P. de Leturia, Perché la Compagnia di Gesù divenne un Ordine insegnante, Roma 1940, vers. inglese, Nuova York 1941; id., Gênesis de los Ejercicios de S. Ignacio y su influjo en la fundación de la Compañía de Jesús, Roma 1941, Oña (Burgos) 1941; H. Flandra de la Boullaye, Les étapes de rédaction des Exercices de St Ignace, Parigi 1945; I. Iparraguirre, Prática de los Ejercicios de S. Ignacio de Loyola en vida de su autor: 1522-56, Roma-Bilbao 1946; H. Rahner, Ignatius von Loyola und das geschichtliche Werden seiner Frömmigkeit, Graz 1947, vers. franc. 1948; P. de Leturia, Origine e senso sociale dell'apostolato di S. I. di L. in Roma, in Miscellanea Pio Paschini, II, Roma 1949, pp. 223-40; I. Ortiz de Urbina, S. I. y los Orientales, Madrid 1950; J. de Guibert, St Ignace mystique, Tolosa 1950; P. Leturia, S. I. di L. e l'Anno Santo 1950, in Civ. Catt., 1950, IV, pp. 609-15; 726-37.
Pietro de Leturia