IL RITO CALDEO. - Chiamato anche nestoriano, persiano, siro-orientale, ebbe le sue origini nella Mesopotamia conglobata nell'impero dei Persi e si diffuse verso il sud nel Malabar e verso oriente nell'Asia centrale e la Cina (per i frammenti liturgici ritrovati cfr. A. Baumstark, Die christl. literarischen Turfan-Funde, in Or. christ., nuova serie, 3 [1913], pp. 328-332; id., Neue sogdisch-nestorianische Bruchstücke, ibid., 4 [1915], pp. 123-28; N. Pigoulevsky, Fragments syriaques et syro-turcs de Hara-Hoto et du Tourfan, Revue Or. Chretien, 30 [1935-36], pp. 3-46). Oggi il rito esiste presso i nestoriani del Curdistan, presso
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i c. cattolici dell'Iraq e della Persia, e presso i malabaresi. Per le particolarità di questo ultimo rito, V. MALABARESE, RITO.
Dell'antico rito caldeo, prima del sec. v, proveniente probabilmente, e in parte soltanto, dalla città a maica Edessa, non è possibile farsi una idea per mancanza quasi assoluta di notizie e di documenti. Questo rito fu in parte abbandonato o riformato nel Sindodi delle Seleucia (410) secondo l'esempio dei Padri «occidentali», cioè dell'Ossore e della Siria settentrionale, e qui è il motivo per il quale le fonti più importanti del nuovo rito comprendono anche le Catechesi di Teodoro di Mopsuestia. Ad esse si aggiungono le Omelie di Narsete Nisibene, che compose anche inni per le feste liturgiche, e le decisioni di diversi sindodi della Chiesa nestoriana. Il più grande ordinatore del rito fu il katolicòs Išō'jahb III (647-57): egli regolò la parte preanaforica della Messa, prescrisse l'uso di tre sole anafore (degli Apostoli, di Nestorio, di Teodoro di Mopsuestia) con l'esclusione delle altre, levò gli esorcismi del rito battesimale, abbreviò le cerimonie delle ordinazioni, comprese il libro del coro chiamato Hudrā. Dopo di lui, le cerimonie hanno subito pochi cambiamenti, così sembra almeno a chi esamina commentari liturgici di Abraham bar Līfeh, l'anonimo del sec. IX, Išō'bar Nūn, Timoteo I, Jōhannbar Zō'bi, 'Abdīšō', Timoteo II, e i casuisti nelle loro Questioni e risposte (cf. W. C. van Unnik, Nestorian Questions on the Administration of the Eucharist, Haarlem 1937). I testi però hanno potuto rinnovarsi e la poesia liturgica si è arricchita fino al sec. XVII (cf. A. Baumstark, Gesch. der syr. Literatur, Bonn 1922). Ma la redazione definitiva e unificatrice dei libri liturgici ancora in uso oggi è dovuta all'opera del «Monastero Superiore» di Mossul (cf. A. Rücker, Das Obere Kloster bei Mossul und seine Bedeutung für die Geschichte der ostsyr. Liturgie, in Or. christ., 3a serie, 7 [1932], pp. 180-87). Dopo il sec. XIII la liturgia seguì la profonda decadenza della Chiesa nestoriana; i fedeli che si unirono alla Chiesa cattolica nel sec. XVI e poi alla fine del sec. XVIII hanno conservato abbastanza puro il loro rito. Ciò che colpisce di più nel rito caldeo è la struttura antica delle sue cerimonie, per la quale costituisce un rito veramente a parte fra i riti orientali, diverso anche dal rito siroccidentale col quale ha in comune la lingua sirica e l'eredità poetica di s. Efrem. Tale antichità e separativismo sono dovuti alla posizione geografica e politica (la Mesopotamia si trovava fuori del mondo romano e bizantino) e al dogma fondamentale della Chiesa nestoriana che la separò dagli ortodossi e dai monofisiti.
La Messa. — Dopo l'inizio consueto, si comincia la salmodia che con l'inizio del santuario, il canto chiamato Lakū Mārā e l'incensazione della chiesa costituiscono i riti preparatori; i c. cattolici vi aggiungono la preparazione delle oblate. La parte istruttiva della Messa si apre col Trisagio; ci sono quattro lezioni: la prima è presa dalla Legge, la seconda dai Profeti, la terza è l'Epistola, la quarta il Vangelo; ciascuna lezione ha il suo annuncio diaconale, la sua preghiera introduttoria e il Vangelo ha anche l'incensazione. La Kārāzūlā, specie di litania, che continua la grande orazione per i bisogni comuni, attesta già da s. Giustino, è rimasta soltanto in alcuni giorni della Quaresima, ma quotidianamente si recita l'orazione che l'accompagna. Per terminare la Messa dei catechumeni, il sacerdote dice l'orazione dell'inclinazione del capo per l'imposizione delle mani e la benedizione ai catechumeni ed ai penitenti che uscirono dopo l'intimazione del diacono: «Chi non ha ricevuto il Battesimo, se ne vada! Chi non lo riceve, se ne vada! Andate, o uditori; e custodite le porte». Per i fedeli rimasti soli si comincia il sacrificio. Il sacerdote si lava le mani, prende il pane e il vino con acqua, offre le oblate facendo tre volte toccare la patenata col calice, mentre il coro eseguisce l'inno dei misteri. Allora il vescovo designa (così nell'antichità) uno dei sacerdoti seduti intorno a lui per santificare i doni; questo si dirige verso il santuario, e dopo il canto del Simbolo, recita l'orazione del velo, facendo tre inchini e ad ogni inchino avanzando di un passo verso l'altare. Arrivato il bacia l'altare in mezzo, indi all'estremità destra, poi all'estremità sinistra, e proseguendo sempre le sue orazioni ritorna in mezzo dove bacia di nuovo l'altare tre volte, in mezzo, un poco a destra e a sinistra; nella sua preghiera ringrazia Iddio che lo ha reso degno, benché peccatore, di amministrare questi misteri del Corpo e del Sangue di Cristo. Così termina questa espressiva cerimonia dell'accesso all'altare. Dopo di essa, per ubbidire al precetto del Signore, il diacono proclama: «Fratelli, datevi la pace»; e mentre ciascuno mette le sue mani in quelle del vicino si leggevano, anticamente, i dittici dei vivi e dei morti. Ancora un monito del diacono e una incensazione, e il sacerdote toglie il velo che copre le oblate e intona la grande orazione eucaristica col dialogo della prefazione. Questa orazione viene interrotta tre volte: prima dal popolo che canta il Sanctus, poi, dopo la consacrazione, dal diacono che invita alla preghiera mentre il sacerdote dice le orazioni di intercessione; la terza volta di nuovo dal diacono che ammonisce il popolo di stare attenti perché il sacerdote dirà l'epiclesi. Già si prepara la Comunione. Dopo aver incensato le mani che compiranno la frazione, il sacerdote (presso i cattolici soltanto) solleva l'Ostia e dopo la frazione, l'intimata e la commistione, solleva il calice. In diverse preghiere il popolo afferma la sua fede nel Cristo, Dio e Uomo, chiede perdono dei suoi peccati, recita il Pater Noster e risponde al Sanctus sanctis. Poi si dà la Comunione, presso i cattolici sotto una specie, presso i nestoriani sotto le due. Le preghiere di ringraziamento e la benedizione concludono la Messa. I nestoriani consumano adesso le sacre specie, i cattolici fanno le abluzioni dopo la Comunione.
Vale la pena di notare che nell'anafora degli Apostoli, di struttura e origine probabilmente mesopotamica, mancano le parole consacratorie; si supplisce a questa mancanza gravissima prendendo il testo di una delle due altre anafore che provengono quella di Nestorio forse da Bisanzio, quella di Teodoro dalla Cilicia (cf. A. Raes, Le Récit de l'institution eucharistique dans l'anafore chaldéenne et malabare des Apôtres, in Or. chr. periodica, 10 [1944], pp. 216-26).
BATTESIMO E CRESIMA. — Išō'jahb III ha riformato questo rito e l'ha redatto per i bambini; ma poiché, secondo la sua teoria pelagiana, i bambini sono esenti da ogni peccato, anche originale, ha soppresso nel rito battesimale gli esorcismi e la solenne rinuncia al demonio. Anticamente i riti del catechumenato esistevano presso i nestoriani (cf. W. de Vries, Zur Liturgie der Erwachsenenaufgabe der Nestorianen, in Or. chr. periodica, 9 [1943], pp. 460-73). Il nuovo rito presenta una struttura simile a quella della Messa; così, al momento dell'Ossorito, invece del pane e del vino, l'olio è portato sull'altare e coperto da un velo; questo olio è benedetto dopo il Sanctus con una epiclesi; l'acqua è benedetta dopo il Pater Noster, e dopo il Sanctus sanctis il corpo del battezzando è uno e immerso tre volte all'acqua; poi si rientra dal battistero nella chiesa e il sacerdote impone le mani sul battezzato, e segnandolo col pollice l'unge sulla fronte: questo è il doppio rito della Cresima. Seguiva poi nell'antichità il terzo Sacramento dell'iniziazione, la Comunione.