CALDEI. - Così si chiamano, dalla regione dell'antica Caldea dove dimorano, i cattolici siri convertiti dal nestorianesimo.
La prima unione fu fatta verso la metà del sec. XVI. L'occasione ne fu la discordia per l'elezione del patriarca. Infatti presso i nestoriani la dignità patriarcale era diventata ereditaria dal 1450. Ora alla morte del patriarca Simone VII Bar Māmā (1551) gli avversari del suo nipote Simone VIII Denhā elessero il superiore del convento di Rabban Hormizd presso Alcoche, Giovanni Sulāqā. Questi cercò protezione presso il Custode della Terra Santa che lo inviò a Roma, dove nel 1552 entrò nella Chiesa cattolica e fu riconosciuto come patriarca dalla S. Sede. Tornato in patria, scelse come sua residenza Diarbekir. Morì nel 1555, martire dell'unione.
Uno dei suoi successori trasferì a. 30 anni più tardi la sua residenza in Persia presso Salmas. Le relazioni con Roma diventarono sempre più fredde, finché Simone XIII Denhā (1662-1700) abbandonò completamente l'unione e si stabilì a Kotchanes sulle montagne del Kurdistan. Ma non tutti i cattolici apostatarono. A Diarbekir rimase un forte nucleo di cattolici validamente aiutati dai Cappuccini. Il vescovo di quella città, Giuseppe, si fece cattolico nel 1672 e ricevette nel 1681 da Roma il titolo di patriarca. Riuscì a farsi riconoscere dal governo turco come indipendente dal patriarca nestoriano. I cattolici del patriarca di Diarbekir acquistarono molti aderenti anche nella regione di Mossul. La frazione dei nestoriani che vi era rimasta nel sec. XVI trovò la via del ritorno verso la fine del sec. XVIII e l'inizio del XIX. Dalla fusione di questi cattolici con quelli di Diarbekir si formò non senza gravi difficoltà l'odierno patriarca caldeo cattolico.
I successori nestoriani del patriarca Simone VII Bar Māmā risiedevano nel convento di Rabban Hormizd presso Alcoche nella regione di Mossul. Essi si chiamarono tutti Elia. Più volte si fecero dei tentativi di unione rimasti sterili fino alla fine del sec. XVIII. Finalmente Elia XI firmò nel 1771 la professione di fede cattolica. Egli poi designò come suo successore suo nipote Giovanni Hormez (1760) e lo consacrò vescovo a soli 16 anni. Dopo la morte di Elia XI (1778), egli diventò cattolico e dopo la morte di un suo competente fu eletto patriarca. La S. Sede non riconobbe la sua elezione, tuttavia nel 1783 lo confermò arcivescovo di Mossul e amministratore del patriarca di Babilonia. I missionari latini speravano di poter convertire con il suo aiuto tutti i nestoriani dipendenti da lui. Sorse però una lotta aspra e svariata che si protrasse per decenni tra i cattolici di antica data di Diarbekir e il neoconvertito Giovanni Hormez, il quale nel 1834 fu riconosciuto da Roma come unico patriarca di tutti i cattolici. Con lui comincia la serie dei patriarchi caldei cattolici di Babilonia che dura tuttora.
Questa disgustosa contesa era stata alimentata non soltanto dal sospetto sulla sincerità di Giovanni Hormez ma anche da rivalità personali e dall'amicizia contro la famiglia Abuna alla quale apparteneva Giovanni. Roma si decise a mettere fine alla discordia sopprimendo uno dei patriarchi, e precisamente quello di Diarbekir. A questo scopo nominò nel 1791 Giovanni Hormez amministratore di quel patriarca dopo le dimissioni del patriarca Giuseppe IV (1780). Ma presto, a causa della forte opposizione dei cattolici di Diarbekir contro Giovanni, fu eletto Giuseppe IV come amministratore del patriarca (1792). Morto nel 1796, ebbe come successore nella carica di amministratore Agostino Hindi, nominato nel 1802. Gli avversari di Giovanni Hormez l'avevano accusato di varie colpe non tutte infondate, sia presso la S. Sede sia presso il governo turco, riuscendo a farlo mettere per qualche tempo in prigione. Sotto l'impressione di queste accuse la S. Congregazione di Propaganda Fide nominò nel 1811 Agostino Hindi delegato apostolico per tutti i c. e sospese un anno dopo Giovanni Hormez. Questa sospensione fu confermata nel 1818, mentre quello stesso anno Agostino Hindi ricevette il pallio, il che egli interpretò come nomina al patriarca prendendo il nome di Giuseppe V. Morì nel 1827. Con lui finisce la serie dei patriarchi di Diarbekir.
Giovanni Hormez non disperò della sua causa. Egli trovò un valido sostegno nel vescovo latino di Bagdad, mons. Alessandro Couperie. Tra gli avversari di Giovanni bisogna nominare anzitutto i monaci della Congregazione di S. Hormizdas, fondata nel 1808 da Gabriele Danbo. Giovanni Hormez, dietro le insistenze di mons. Couperie, fu assolto dalla sospensione nel 1826. Fu deciso che avrebbe ritenuto il titolo di patriarca, ma dopo la rinunzia alla carica di arcivescovo di Mossul e di amministratore del patriarca. Senonché egli non si piegò a tali condizioni. Finalmente il successore di mons. Couperie (m. nel 1831), Lorenzo Trioche, ottenne nel 1834 la nomina di Giovanni Hormez al patriarca di Babilonia. Giovanni morì nel 1838.
Il patriarca caldeo di Babilonia risiede a Mossul. La sua giurisdizione si estende su tutti i c. del prossimo Oriente. La grande maggioranza di questi abita nell'Iraq, dove si contano 6 diocesi con 100.620 fedeli, 11 sacerdoti e 83 chiese complessivamente. Nell'Iran esistono 3 diocesi con 11.482 fedeli, 19 sacerdoti e due chiese. Nella Turchia asiatica le 4 diocesi già ivi esistenti sono oggi distrutte. Rimangono 6465 fedeli, 4 sacerdoti e due chiese. In Siria da qualche tempo esiste la diocesi di Gezirah con 3107 fedeli, 11 sacerdoti e due chiese. Fuori di queste diocesi vi sono ancora delle missioni nell'Iran, nella Siria, nel Libano, nell'Egitto e nella Palestina con un totale di 9177 fedeli, 14 sacerdoti e 8 chiese. Sparsi poi nel mondo, specialmente in America, vivono 9889 fedeli e 4 sacerdoti. Il numero totale dei c. è di 140.720 fedeli e 163 sacerdoti; quello delle chiese 98 (cf. statistica del 1937, in Orient. christ. periodica, 4 [1938], pp. 272-74). Il monachismo è quasi esclusivamente rappresentato dalla suddetta Congregazione di S. Hormizdas.
I c. mancano di una letteratura degna di nota. Recentemente si è Bedjan (v.).
Guglielmo De Vries
IL RITO CALDEO. - Chiamato anche nestoriano, persiano, siro-orientale, ebbe le sue origini nella Mesopotamia conglobata nell'impero dei Persi e si diffuse verso il sud nel Malabar e verso oriente nell'Asia centrale e la Cina (per i frammenti liturgici ritrovati cfr. A. Baumstark, Die christl. literarischen Turfan-Funde, in Or. christ., nuova serie, 3 [1913], pp. 328-332; id., Neue sogdisch-nestorianische Bruchstücke, ibid., 4 [1915], pp. 123-28; N. Pigoulevsky, Fragments syriaques et syro-turcs de Hara-Hoto et du Tourfan, Revue Or. Chretien, 30 [1935-36], pp. 3-46). Oggi il rito esiste presso i nestoriani del Curdistan, presso
335 CALDEI 336
i c. cattolici dell'Iraq e della Persia, e presso i malabaresi. Per le particolarità di questo ultimo rito, V. MALABARESE, RITO.
Dell'antico rito caldeo, prima del sec. v, proveniente probabilmente, e in parte soltanto, dalla città a maica Edessa, non è possibile farsi una idea per mancanza quasi assoluta di notizie e di documenti. Questo rito fu in parte abbandonato o riformato nel Sindodi delle Seleucia (410) secondo l'esempio dei Padri «occidentali», cioè dell'Ossore e della Siria settentrionale, e qui è il motivo per il quale le fonti più importanti del nuovo rito comprendono anche le Catechesi di Teodoro di Mopsuestia. Ad esse si aggiungono le Omelie di Narsete Nisibene, che compose anche inni per le feste liturgiche, e le decisioni di diversi sindodi della Chiesa nestoriana. Il più grande ordinatore del rito fu il katolicòs Išō'jahb III (647-57): egli regolò la parte preanaforica della Messa, prescrisse l'uso di tre sole anafore (degli Apostoli, di Nestorio, di Teodoro di Mopsuestia) con l'esclusione delle altre, levò gli esorcismi del rito battesimale, abbreviò le cerimonie delle ordinazioni, comprese il libro del coro chiamato Hudrā. Dopo di lui, le cerimonie hanno subito pochi cambiamenti, così sembra almeno a chi esamina commentari liturgici di Abraham bar Līfeh, l'anonimo del sec. IX, Išō'bar Nūn, Timoteo I, Jōhannbar Zō'bi, 'Abdīšō', Timoteo II, e i casuisti nelle loro Questioni e risposte (cf. W. C. van Unnik, Nestorian Questions on the Administration of the Eucharist, Haarlem 1937). I testi però hanno potuto rinnovarsi e la poesia liturgica si è arricchita fino al sec. XVII (cf. A. Baumstark, Gesch. der syr. Literatur, Bonn 1922). Ma la redazione definitiva e unificatrice dei libri liturgici ancora in uso oggi è dovuta all'opera del «Monastero Superiore» di Mossul (cf. A. Rücker, Das Obere Kloster bei Mossul und seine Bedeutung für die Geschichte der ostsyr. Liturgie, in Or. christ., 3a serie, 7 [1932], pp. 180-87). Dopo il sec. XIII la liturgia seguì la profonda decadenza della Chiesa nestoriana; i fedeli che si unirono alla Chiesa cattolica nel sec. XVI e poi alla fine del sec. XVIII hanno conservato abbastanza puro il loro rito. Ciò che colpisce di più nel rito caldeo è la struttura antica delle sue cerimonie, per la quale costituisce un rito veramente a parte fra i riti orientali, diverso anche dal rito siroccidentale col quale ha in comune la lingua sirica e l'eredità poetica di s. Efrem. Tale antichità e separativismo sono dovuti alla posizione geografica e politica (la Mesopotamia si trovava fuori del mondo romano e bizantino) e al dogma fondamentale della Chiesa nestoriana che la separò dagli ortodossi e dai monofisiti.
La Messa. — Dopo l'inizio consueto, si comincia la salmodia che con l'inizio del santuario, il canto chiamato Lakū Mārā e l'incensazione della chiesa costituiscono i riti preparatori; i c. cattolici vi aggiungono la preparazione delle oblate. La parte istruttiva della Messa si apre col Trisagio; ci sono quattro lezioni: la prima è presa dalla Legge, la seconda dai Profeti, la terza è l'Epistola, la quarta il Vangelo; ciascuna lezione ha il suo annuncio diaconale, la sua preghiera introduttoria e il Vangelo ha anche l'incensazione. La Kārāzūlā, specie di litania, che continua la grande orazione per i bisogni comuni, attesta già da s. Giustino, è rimasta soltanto in alcuni giorni della Quaresima, ma quotidianamente si recita l'orazione che l'accompagna. Per terminare la Messa dei catechumeni, il sacerdote dice l'orazione dell'inclinazione del capo per l'imposizione delle mani e la benedizione ai catechumeni ed ai penitenti che uscirono dopo l'intimazione del diacono: «Chi non ha ricevuto il Battesimo, se ne vada! Chi non lo riceve, se ne vada! Andate, o uditori; e custodite le porte». Per i fedeli rimasti soli si comincia il sacrificio. Il sacerdote si lava le mani, prende il pane e il vino con acqua, offre le oblate facendo tre volte toccare la patenata col calice, mentre il coro eseguisce l'inno dei misteri. Allora il vescovo designa (così nell'antichità) uno dei sacerdoti seduti intorno a lui per santificare i doni; questo si dirige verso il santuario, e dopo il canto del Simbolo, recita l'orazione del velo, facendo tre inchini e ad ogni inchino avanzando di un passo verso l'altare. Arrivato il bacia l'altare in mezzo, indi all'estremità destra, poi all'estremità sinistra, e proseguendo sempre le sue orazioni ritorna in mezzo dove bacia di nuovo l'altare tre volte, in mezzo, un poco a destra e a sinistra; nella sua preghiera ringrazia Iddio che lo ha reso degno, benché peccatore, di amministrare questi misteri del Corpo e del Sangue di Cristo. Così termina questa espressiva cerimonia dell'accesso all'altare. Dopo di essa, per ubbidire al precetto del Signore, il diacono proclama: «Fratelli, datevi la pace»; e mentre ciascuno mette le sue mani in quelle del vicino si leggevano, anticamente, i dittici dei vivi e dei morti. Ancora un monito del diacono e una incensazione, e il sacerdote toglie il velo che copre le oblate e intona la grande orazione eucaristica col dialogo della prefazione. Questa orazione viene interrotta tre volte: prima dal popolo che canta il Sanctus, poi, dopo la consacrazione, dal diacono che invita alla preghiera mentre il sacerdote dice le orazioni di intercessione; la terza volta di nuovo dal diacono che ammonisce il popolo di stare attenti perché il sacerdote dirà l'epiclesi. Già si prepara la Comunione. Dopo aver incensato le mani che compiranno la frazione, il sacerdote (presso i cattolici soltanto) solleva l'Ostia e dopo la frazione, l'intimata e la commistione, solleva il calice. In diverse preghiere il popolo afferma la sua fede nel Cristo, Dio e Uomo, chiede perdono dei suoi peccati, recita il Pater Noster e risponde al Sanctus sanctis. Poi si dà la Comunione, presso i cattolici sotto una specie, presso i nestoriani sotto le due. Le preghiere di ringraziamento e la benedizione concludono la Messa. I nestoriani consumano adesso le sacre specie, i cattolici fanno le abluzioni dopo la Comunione.
Vale la pena di notare che nell'anafora degli Apostoli, di struttura e origine probabilmente mesopotamica, mancano le parole consacratorie; si supplisce a questa mancanza gravissima prendendo il testo di una delle due altre anafore che provengono quella di Nestorio forse da Bisanzio, quella di Teodoro dalla Cilicia (cf. A. Raes, Le Récit de l'institution eucharistique dans l'anafore chaldéenne et malabare des Apôtres, in Or. chr. periodica, 10 [1944], pp. 216-26).
BATTESIMO E CRESIMA. — Išō'jahb III ha riformato questo rito e l'ha redatto per i bambini; ma poiché, secondo la sua teoria pelagiana, i bambini sono esenti da ogni peccato, anche originale, ha soppresso nel rito battesimale gli esorcismi e la solenne rinuncia al demonio. Anticamente i riti del catechumenato esistevano presso i nestoriani (cf. W. de Vries, Zur Liturgie der Erwachsenenaufgabe der Nestorianen, in Or. chr. periodica, 9 [1943], pp. 460-73). Il nuovo rito presenta una struttura simile a quella della Messa; così, al momento dell'Ossorito, invece del pane e del vino, l'olio è portato sull'altare e coperto da un velo; questo olio è benedetto dopo il Sanctus con una epiclesi; l'acqua è benedetta dopo il Pater Noster, e dopo il Sanctus sanctis il corpo del battezzando è uno e immerso tre volte all'acqua; poi si rientra dal battistero nella chiesa e il sacerdote impone le mani sul battezzato, e segnandolo col pollice l'unge sulla fronte: questo è il doppio rito della Cresima. Seguiva poi nell'antichità il terzo Sacramento dell'iniziazione, la Comunione.
PENITENZA. — I nestoriani non sembrano aver conosciuto altro rito penitenziale che quello della riconciliazione di un apostata o di un eretico; l'altro attribuito a Išō'jahb III e pubblicato da H. J. Denzinger (Ritus Orientalium, II, Würzburg 1864, p. 467) ha certamente un altro scopo. Per essere un rito della penitenza privata gli manca la Confessione e tutta la parte liturgica fatta di preghiere, salmi, prostrazioni, atti di umiltà che la precedono. Qualche influsso della penitenza privata latina si scorge
in un rito recente, preso però dai nestoriani ai giacobiti (cf. J. Vostó, La confession chez les Nestoriens, in Angelicum, 7 [1930], pp. 17-26).
Ordinazione sacerdotale. - Ha conservato la sua struttura antica. L'ordinando riceve prima la tonsura e le insegne del diaconato, poi segue una lunga serie di preghiere, lezioni e canti. Dopo di che l'ordinando si inginocchia e copre gli occhi con le mani, mentre il vescovo recita la formula: "La grazia di N. S. Gesù Cristo...", ed impone le mani sul capo dell'ordinando, dicendo le due orazioni sacramentali; rialzatolo, lo veste della tunica e dell'orarion, gli rimette il libro del Vangelo e gli fa il segno della croce sulla fronte. Termina col bacio di pace. Per la prima edizione del pontificale cf. J. Vosté, Actes du XX ${ }^{e}$ Congrès intera. des Orientalistes, Bruxelles 1938, p. 1934.
Estrema Unzione. - Il lungo rito celebrato da parecchi sacerdoti, e che è fondamentalmente lo stesso in tutti i riti orientali, non sembra essere mai penetrato fra i nestoriani. Al fine di supplire a questa mancanza i c. cattolici hanno redatto un rito di questo Sacramento di struttura orientale.
L'ufficio divino. - Ha soltanto le tre grandi ore, Vespro, Notturno e Mattutino; alcune volte Compieta si aggiunge al Vespro; i monaci cattolici aggiungono le piccole ore prese dai maroniti. Nel Notturno si recita una terza parte del salterio, cosicché nei sei giorni feriali della settimana l'intero salterio è recitato due volte: anche nelle altre ore i salmi costituiscono la parte fondamentale. La poesia liturgica però è ricca, ma le lezioni della Sacra Scrittura dilettano interamente. E da notare che ancora oggi il popolo assiste e partecipa regolarmente ogni giorno al Vespro e al Mattutino. Per i cattolici fu stampato un Bremiorio che ha diminuito di molto la lunghezza dell'Ufficio di Notte.
Calendario. - L'anno liturgico è diviso in periodi generalmente di sette settimane ciascuno: Annunciazione o Avvento, Epifania, Quaresima, Pasqua, Apostoli, Estate, Elia, la Croce, Mosè, la Dedicazione. Le feste dei santi, chiamate "memorie", sono poche, e sono celebrate sia ad una data fissa dell'anno, sia al venerdì di una tale settimana di un determinato periodo.
I libri liturci furono editi per i cattolici a Roma e a Mossul, per i nestoriani, ad opera della missione anglicana, ad Urmia; all'elenco di A. Baumstark, Liturgie comparée, in Irénikon, 1934, pp. 229-31, si aggiunga un messale edito a Mossul nel 1936 e una edizione anastatica del breviario di Bedjan in 3 voll. a Roma nel 1938.
La traduzione in lingua europea dei testi liturgici si trova nelle opere generali di J. Assemani, Codex liturgicus, 13 voll., Roma 1749-66; di E. Renaudot, Liturgiarum orientalium collectio, Parigi 1716; di Denzinger, op. cit.; di F. E. Brightman, Liturgies Eastern and Western, Oxford 1896. Si aggiunga: C. Mousseau, La Messe caldea degli Apostoli, Roma 1948; D. Dahane, Liturgie de la Sainte Messe selon le rite chaldéen, Parigi 1937; G. P. Badger, The Nestorians and their Rituals, 2 voll., Londra 1852; A. J. Maclean, East Syrian Daily Offices, ivi 1894; id., The Evening, Night and Morning Services, testo completo, con la festa dell'Epifania in Conybeare, Rituale Armenarum, Oxford 1905, pp. 298-388; P. Martin, Saint Pierre et saint Paul dans l'Eglise nestorienne, Parigi 1875, testo completo per la festa dei due Apostoli.