IMPOLITO DI ROMA, SANTO, MARTIRE

IMPOLITO di Roma, santo, martire - Cristo tra i martiri Sisto II e I. Fronte di sarcofago del sec. IV - Apt, Cattedrale.

mento ribelle anche sotto i pontificati d'Urbano e di Ponziano. La dignità episcopale che buona parte degli autori, dal sec. IV in poi, gli riconoscono, anzi la stessa sede romana assegnatagli da Apollinare di Laodicea (cf. A. Mai, Script. veterum nova collectio, I, II, Roma 1881, p. 173), è l'eco della sua attività quale antipapa, alla quale pose fine l'editto di persecuzione dell'imperatore Massimino il Tracce che colpiva principalmente i capi delle Chiese. Infatti il Catalogo Liberiano attesta che tanto Ponziano quanto I. vennero deportati nell'isola « nociva », la Sardegna; accomunati nella sventura, si riconciliarono ed ambedue morirono per la fede. Di questa riconciliazione si ha un'eco nel carme damasiano e nel Peristephanon di Prudenzio. Dal Lib. Pont. (I, p. 145) si sa che papa Fabiano, cessata la persecuzione, fece trasportare a Roma la salma di Ponziano; è probabile che contemporaneamente si provvide anche al trasporto di quella di I. poiché la Deposizio Martyrum assegna la deposizione di ambedue al 13 ag.

Il culto per I., oltre che dalla citata Deposizio, e dal Santuario cimiteriale, è attestato in Roma anche dalla erezione, alla fine del sec. IV, di un oratorio sul vico Patrizi, dal presbitero Illicio (cf. C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel Medio evo, Firenze 1927, p. 263). I. e Ponziano sono ricordati nel Martirologio geronimiano e hanno nel cosiddetto Sacramentario Leoniano due Messe: il prefazio ricorda soltanto il martirio di I. Negli altri sacramentari, il Gelasiano, il Gregoriano e il Gelasiano del sec. VIII, come del resto negli odierni Breviario e Mesale romani, Ponziano scompare e I. rimane solo (nelle orazioni lo si chiama semplicemente martire). Del resto già nel calendario di Cartagine del sec. VI. figura solo (ed. H. Lietzmann, in Kleine Texte, Bonn 1911, p. 5), così pure nell'Orazione visigotica, all'11 ag. (ed. J. Vives, Barcellona 1946, pp. 370-72, orazioni da attribuire a Eugenio di Toledo). Nei secc. V e VI, I. è spesso ricordato o raffigurato con i martiri Sisto e Lorenzo; come nel Canone Ambrosiano (cf. F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, I. Milano, Firenze 1913, pp. 922, 930; a I. era dedicata, nel sec. V, una cappella contigua a S. Lorenzo: ibid., pp. 185, 200), in alcuni vetri dorati (Firenze; Biblioteca Vaticana), nel museico di S. Apollinare Nuovo in Ravenna, in quello di S. Lorenzo al Verano a Roma, e nel sarcofago di Apt, in cataloghi di reliquie, perfino in Africa, e nella dedicazione della chiesa di Fossombrone, ricordata nel Martirologio geronimiano al 2 febbr., 6 ag. e 2 nov. (cf. H. Delehaye, La dédicace de la basilique de Fossombrone, in Rendiconti Pont. accad. rom. di arch., 6 [1930], pp. 102-11). È probabile che anche in Porto ci fosse una basilica dedicata al nostro I. Nei Sinassari, I. « πάπας 'Ρώμης » è ricordato al 30 genn.

Bibl.: I testi relativi a I. dal sec. III al XIV sono stati raccolti da: J. B. Lightfoot, The apostolic Fathers, I, II, Londra 1890, pp. 318-365; A. Harnack, op. cit. in bibl. sgr., pp. 605-19; A. D'Alès, La théologie de St Hippolyte, Parigi 1906, pp. 215-20. Oltre la bibl. citata sotto si veda anche L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, I, 3a ed., ivi 1923, pp. 292-323; A. Puech, Histoire de la littérature grecque chrétienne, II, ivi 1928, pp. 543-77; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2a ed., Bruxelles 1933, pp. 269, 278-79, 294-97 e passim; Fliche-Martin-Fruatz, I, II, ivi 5-7-10, 116-17, 395-400; E. Amann, Hippolyte, in DTM, VI, 11, coll. 2487-2591; G. Bovini, S. I. dottore e martire del III sec., Città del Vaticano 1943; A. Ehrhard, La chiesa dei Martiri, vers. II. di G. Marchi, Firenze (1947), pp. 139-40, 327-32, 375-76; B. De Gaiffier, Les oraisons de l'Office de St Hippolyte, in Mélanges Marcel Villier (Revue d'ascét. et myt., 1949), pp. 219-24; Martyr. Hieronymianum, pp. 68, 74, 421, 430, 457, 584; Martyr. Romanum, pp. 41, 336, 353; Synax. Constantinop., coll. 431. A. Pietro Frutaz

Il OPERE. - I. fu soprattutto un esegge. I suoi scritti esegetici sono conservati in frammenti e in piccolissima parte nella originale lingua greca, e per il resto in traduzioni in slavo, in georgiano, ecc. ché, come tutte le opere di I., presto dimenticati nell'Occidente, furono letti e diffusi nell'Oriente. Si possiede, in parte nel testo greco, in parte in traduzione slava, il Commento al libro di Daniele, e, parte in greco e per intero in georgiano, quello Sul Cantico dei cantici, e, ugualmente in greco e in georgiano, quello Sulla benedizioni di Jacob, e in georgiano quello Sulle benedizioni di Mosè - forse, in origine, una sola opera - e quello Su David e Golia. I più importanti tra questi sono i commenti al Daniele e quello al Cantico dei cantici: da quest'ultimo specialmente si può avere un'idea del metodo esegetico di I., interessato al senso tipologico delle Scritture (il fidanzato è per lui figura del Cristo, la fidanzata è la Sinagoga da cui deve uscire la Chiesa, i salti del fidanzato rappresentano l'Incarnazione, la Crocifissione, la discesa agli inferi, la Risurrezione e l'Ascensione: il titolo è spiegato come il canto in cui si accoglie l'essenza di tutti i canti composti da Salomone). Nel commento a Daniele sono risolte alcune questioni storiche sulla famiglia di Susanna e di Ioachim e sono date alcune interpretazioni allegoriche: Susanna è la Chiesa, i due vecchi sono i due nemici della fede, il popolo giudeo e il gentile, in Daniele nella fossa dei leoni è vista la condizione dei cristiani davanti alle persecuzioni, la quarta bestia della visione è il popolo romano. Le altre opere esegetiche, delle quali poco o nulla si possiede, sono i commenti sullo Hexaemeron, sull'Esodo, sui Frammenti di Ezechiel, sul Genesi, su Zacharia, sui Salmi, su Isaia, sull'Apocalisse, sui Proverbi, sull'Ecclesiaste, su Saul e la Pionessa, ricordati da Eusebio e da s. Girolamo, e su Daniele il piccolo e Susanna, ricordato da Ebediesu.

Delle opere dogmatiche si possiedono brevi frammenti, in greco e in siriaco, del trattato Sulla Risurrezione; intero si ha il trattato Sull'Anticristo, in greco. In quest'opera I. si propone di esaminare che cosa sia l'Anticristo, in qual tempo avverrà la sua venuta, da quale tribù proverrà, quale nome avrà, come ingannerà gli uomini, come il ritorno del Salvatore e l'incendio cosmico porranno fine al suo Regno, che cosa sarà il Regno celeste che seguirà, e come saranno puniti i cattivi.

I. compose anche opere di carattere disciplinare. S. Girolamo, nell'Epistola LXXI, 6, dice che I. aveva

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(da Wilpert, Sarcofegi, tav. 27)

impostito di Roma, santo, martire - Cristo tra i martiri Sisto II e I. Fronte di sarcofago del sec. Iv - Apt, Cattedrale.

scritto « sul sabato », se occorra digiunare in quel giorno, e sull'Eucaristia, « se occorra riceverla ogni giorno ». Non è possibile precisare in quali opere. Il abbia trattato di tali argomenti, se pure l'abbia fatto in opere speciali; nella lista della statua sono ricordati di seguito un Itepl Xa-pia-màtov e una: 'ApoSTOLIKH napaBOSIS, che potrebbero essere anche una sola opera. Questa Apostolica traditio è stata riconosciuta dal Connolly nella cosiddetta Ordinanza ecclesiastica egiziana, la quale si possiede solo in traduzioni copta, araba, etiopica e latina (il palinsesto di Verona, che ne contiene vari frammenti). Essa tratta — e da ciò deriva la sua importanza documentaria — dell'ordinazione dei vescovi, dei presbiteri, dei diaconi: tratta dei confessori, del lettore, del suddiacono, delle vedove, delle vergini; e dà un gran numero di precetti e di norme riguardanti il rituale ecclesiastico e la liturgia (il Battesimo, l'agape, il digiuno, l'Eucaristia, la preghiera, le riunioni dei fedeli, il catecumenato, la commemorazione dei defunti, ecc.). Alla identificazione proposta dal Connolly sono state mosse delle obiezioni da parte di vari studiosi, ma se può ritenersi nel complesso ben fondata, sebbene tutto il problema della definizione dei rapporti di dipendenza tra le antiche collezioni disciplinari sia lontano dall'avere avuto una soluzione decisiva. Sembra preferibile alla tesi opposta quella di coloro che vedono nella Tradizione apostolica di I. la più antica costituzione della Chiesa che si conosca, e la fonte del I. VIII delle Costituzioni apostoliche, dell'Epitome di esso, del Testamentum Domini e dei Canoni di I.

Questi Canoni di I. (una raccolta disciplinare di 38 canoni, pervenuta in traduzione araba ed etiopica, di contenuto per gran parte identico a quello dell'Ordinanza egiziana, rispetto alla quale presenta numerose aggiunte, abbreviazioni e trasposizioni) difficilmente — pur potendo contenere parti abbastanza antiche — possono essere considerati opera di I. Impediscono di crederlo, fra l'altro, lo scarso valore della sottoscrizione araba che li attribuisce a lui, la presenza in essi di elementi (tuttavia non così espliciti e decisivi come è ritenuto da taluno) denuncianti un'epoca posteriore a quella di I., e la inconciliabilità della dottrina (intransigente) di I., quale appare nella sua (o, almeno, a lui generalmente attribuita) Refutatio, sulla riconciliazione dei penitenti, con quella esposta nei Canoni. Non è possibile per altro stabilire il nome dell'autore dei Canoni, pur apparendo probabile la loro origine occidentale, e la loro cronologia; dai vari studiosi essa è fatta oscillare tra il 200 e il 250 e il 300. V-VI.
Opera di cronologia è con ogni probabilità il trattato Sulla Pasqua, nel quale, a quel che ne dice Eusebio, era stabilito il ciclo pasquale, di cui un tratto, come s'è detto, relativo agli anni 222-23, era inciso nella statua trovata nella Via Tiburtina.

Le opere polemiche rappresentano una parte notevole dell'attività di scrittore di I. Discepolo di Ireneo, egli continua la battaglia ingaggiata dal suo maestro contro le eresie, con obiettivi naturalmente diversi, come diverse erano le posizioni dell'ortodossia e dell'eresia ai suoi tempi. Il trattato Contro Marcione forse è da identificare con il trattato Sul bene e l'origine del male (ciò che era uno dei motivi più importanti dell'eresia marcionita); di una Dimostrazione contro i Giudei si possiede un frammento, ma l'autenticità dell'opera è sospetta. In un'opera intitolata Apologia dell'Apocalisse e dell'Evangelo di Giovanni, contro la tesi di un prete romano, Caio (v.), che attribuiva a un eretico, Cerinto, i due scritti, ne difendeva l'autenticità; non è sicuro che quest'opera di I. vada identificata con i Capitoli contro Caio, di cui il siriaco Dionigi Bar Salibi, metropolita di Amida, trasse delle citazioni per un suo commento all'Apocalisse: potrebbe trattarsi benissimo di due opere differenti. Dubbia è l'attribuzione a I. dei frammenti citati da Eusebio come provenienti da un trattato Contro Artemone, che forse è da identificare con il Piccolo labirinto citato da Teodoreto. Perduto interamente è il Trattato contro 32 eresie: Συνταγμα κατά αλπέσεων λβ', così citato da Fozio, che lo chiama «libretto» (βιβλιάδριον), la confutazione delle eresie cominciava con quella di Dositeo e terminava con quella di Noeto; questo scritto fu molto probabilmente fonte dello Pseudo-Tertulliano, nell'appendice al De praescript., di Epifanio, Panarion, e del Liber de haeresibus di Filastrio di Brescia, e in base ad essi è in parte ricostruibile (questo συνταγμα

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(de G. Maruzeki, I monumenti del Museo Cristiano Lateranense, Milano IIIE. 121- 11-17)
Ippolito di Roma, santo, martire - Catalogo delle opere e ciclo pasquale di I. scolpiti sui fianchi della cattedra marmorea di s. I. - Roma, Museo Lateranense.

è la stessa cosa, verosimilmente, che il Iliôs ἀπάσας τὰς ἀπόσεις, ricordato da Eusebio e il trattato Adversus omnes haereses ricordato da s. Girolamo). Si possiede un ampio frammento di una omilia Sull'eresia di Noeto; è probabile che essa costituisca la fine del σύνταγμα, sebbene sembri conciliarsi con la brevità con cui doveva essere condotta la trattazione del σύνταγμα. A questo elenco di opere altre se ne potrebbero aggiungere: quelle indicate nella lista incisa sulla statua (la Cronaca, che esercitò largo influsso sugli autori di cronache nel medioevo, il Protrep-lico a Severiano, il Iliôs Ἐλλήνας καὶ πρὸς Ἰλλάτων ἢ καὶ πρὸς τοῦ παντὸς; le Ἀλιθαὶ εἰς πάσας τὰς γραφάς), e la Refutatio omnium haeresium. Di quest'opera prima si conosceva il solo I. I, con il titolo Philosophumena, che si attribuiva a Origene, fino alla scoperta, fatta nel 1842 da Minodie Mynas, di un codice del Monte Athos, che contiene gli altri libri fino al X, con una lacuna in principio, abbracciante i II. II e III. Ma per fare ciò bisognerebbe essere veramente sicuri che la statua rappresenti I., e che di I. sia la Refutatio. L'una e l'altra attribuzione è invece congetturale, anche se appoggiata a valide ragioni. Della statua si è già detto: l'attribuzione della Refutatio a I. si fonda specialmente sul fatto che l'autore è un contemporaneo e nemico acerrimo di Callisto, e uno scienziato, fondatore di una Chiesa in opposizione di quella retta dai successori di Callisto, e che questo autore appare essere uomo di grande dottrina, famoso autore di numerose opere: condizioni, queste, che non sembrano convenire che a I. Tuttavia questa attribuzione non è stata fatta senza contrasti, e anche recentemente, dopo che sul nome di I. si era raggiunta l'unanimità dei suffragi, voci discorsi si sono levate che hanno scosso un po' la fiducia nell'attribuzione ormai ammessa generalmente, anche se il nome che si propone per il personaggio rappresentato nella statua e per l'autore della Refutatio - un tal Josipo, indicato da Fazio come autore di un Iliô παντὸς, ch'è la tesi del Nautin - sia lontana dal soddisfare del tutto (ché, anche se si dà per dimostrata la presenza di divergenze sostanziali e formali tra il frammento contro Noeto e la Refutatio, si dovrebbe rispondere a questa semplice domanda, come mai di questo Josipo, che sarebbe autore della Refutatio, e delle opere indicate nella statua, personaggio di gran conto, uomo dotto, fondatore di una Chiesa scismatica, non sia sopravvissuto il nome che nella discutibile attribuzione di un'opera). Con tutto ciò non si crede, per ora, che si possa parlare della Refutatio se non come di un'opera attribuita a I.

L'opera ha una chiara linea di svolgimento nel proposito di dimostrare che di tutte le eresie il germe era nelle dottrine dei filosofi pagani. Il I. I. è una esposizione delle dottrine dei filosofi greci; nella lacuna di due libri che segue al primo, doveva essere un'esposizione dei riti dei misteri; nel IV. I. si tratta dell'astrologia, della geometria, della magia; dal I. V. si comincia a esporre e a criticare le eresie; nel X è una ricapitolazione della materia trattata nei libri precedenti, e un'esposizione della vera dottrina. È possibile che - anche senza accettare l'ipotesi di chi ritiene l'autore vittima di falsari - le fonti d'informazione non siano sempre sicure, ma nell'esposizione delle eresie a lui più vicine nel tempo, il tono si fa più personale e l'informazione più ricca, anche se non sempre così obbiettiva come dovrebbe: un'opera, in conclusione, di scarsa originalità e di non grande vigore speculativo, ma non priva di interesse storico e del pregio della chiarezza, anche se talvolta l'autore ami indulgere agli effetti del virtuosismo sofistico.

III. GIUDIZIO

Anche solo dalle opere riconosciute da tutti come autentiche, I. appare uomo di larga erudizione e di interessi vari, non paragonabile tuttavia a Clemente Alessandrino e a Origene (del quale ebbe conoscenza diretta e fu ammiratore; dell'influenza di I. su Origene tratta R. Cadiou, La jeunesse d'Origène, Parigi 1935, p. 63 sq.). Come eseguita, egli è allegorista, ma con moderazione: la sua esegesi si fonda sulla fede nell'Incarnazione del Verbo, in Cristo essa trova la spiegazione di quanto è nelle

Scritture; essa inoltre gli dava occasione a esortazioni di carattere omiletico. Come teologo, egli è nella linea degli apologeti del secolo precedente e di Ireneo, contro i monarchiani, i quali consideravano il Figlio e lo Spirito Santo come modi dell'attività del Padre e pensavano che il Padre avesse patito insieme con il Figlio, e contro i docenti insiste nell'affermazione che Cristo è insieme Dio e uomo. La sua dottrina dell'unità di Dio non esclude la distinzione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (questo, come il Figlio, preesistente). Nella Refutatio invece sono menzionati solo, e distinti, il Dio unico e il suo Verbo, il Padre e il Figlio, senza menzione dello Spirito Santo, donde l'accusa di dietesimo fatta da Callisto al suo autore. La salvezza consiste per lui nella divinizzazione: "Se Dio avesse voluto fare di te un Dio, l'avrebbe potuto; tu hai un esempio, quello del Verbo"; da che appare come la preoccupazione antimonarchista portava l'autore della Refutatio al pericolo di apparire subordinazionista. La fama di rigorismo intransigente nel riguardo disciplinare è affidata soprattutto a certi passi della Refutatio. - Vedi tav. XI.

BIBL.: Edizioni PGI 10 (riproduce l'edizione di Fabricius e Galland); Hippolytus' Werke (Griechische Christliche Schriften, I, 3, 4) I. I.; Die Kommentare zu Daniel und zum Hohenlied, cura di G. N. Bonwetsch, Lipsia 1897; I. 2; Kleineze Exegetische und Homiletische Schriften, a cura di H. Achelsi, 1897; II. Refutatio omnium haeresum, a cura di P. Wendland, 1896; IV. Die Chronik, a cura di A. Bauer e R. Helm, 1896; 1929; Schrift über die Segnungen Jakob, di C. Dioboniotis e N. Beis (Texte und Untersuchungen, 38, 1), 1891; E. Schwartz. Zwei Predigten Hippolytus (Sitzungsber. Bayer. Akad. Wissensch.), Monaco 1936 (per il framm. Contro Noeto); Hippolyte de Rome. La tradition apostolique. Texte latin, a cura di B. Botte (Parigi 1946); Commentaire sur Daniel, a cura di M. Lefèvre, introd. di G. Bardy, 1897, 1947. - Studi: C. Ch. J. Bunsen, Hippolytus and his age, or the doctrine and practice of the Church of Rome under Commodus and Alexander Severus, 4 voll., Londra 1832; I. Doolinger, Hippolytus und Kallistus, oder die Römische Kirche in der ersten Hälfte des dritten Jahrhunderts, Ratisbona 1853; G. Ficker, Studien zur Hippolytfrage, Lipsia 1893; K. J. Neumann, Hippolytos von Rom in seiner Stellung zu Staat und Welt, 1892; A. Harnack, Geschichte der altchristlichen Literatur bis Eusebius, I, 1893, 1909, 605-46; A. D'Ales, La théologie de St Hippolyte, Parigi 1906; R. H. Connolly, The socalled Egyptian Church Order and derived documents (Texts and Studies, 8, 1), Cambridge 1916; A. D'Ales, in Reich. sc. rel., 8 (1918), pp. 132-38 (sulla tesi di Connolly); R. Lorentz, De Egyptische Kerkordening en Hippolytus von Rome, Harlem 1929 (contro la tesi di Connolly); B. C. Easton, The apostolic tradition of Hippolytus, Cambridge 1934; L. Maries, Hippolyte de Rome. Sur les bénédictions d'Isaac, de Jacob, et de Moïse, Parigi 1935; H. Rahner, Probleme der Hippolytberüferung, in Zeitschr. f. kathol. Theol., 60 (1936), pp. 577-590; G. Dix, The Treatise on the apostolic tradition, Londra (contra Lorentz); B. Capelle, Le Logos, Fils de Dieu dans la théologie de Lorentz, in Reich. sc. rel., 8 (1918), pp. 132-38 (sulla tesi di Connolly); S. I. della Vita Tiburtina, esame e critica delle antiche testimonianze su I., in Rivista di archeologia cristiana, 19 (1942), pp. 35-85; R. H. Connolly, New attributions to Hippolytus, in Journal theol. stud., 44 (1945), pp. 192 sqq.; Rud. Reuterer, De hal. Hippolytos, Klagenfurt 1947; R. Nautin, Hippolyte et Yopie, Parigi 1947; Em. Lengerling, Das Heilswerk des Logos-Christos beim hal. Hippolyt von Rom, tesi di laurea Univ. Gregoria, Roma 1947; id., Notes sur le Catalogue des oeuvres d'Hippolyté, in Reich. sc. rel., 34 (1947), p. 347 sqq.; G. Mercati, Osservazioni sui proemi del Salterio di Origene, I., Eusebio, Cirillo Ales-hardino e altri (Studi e testi, 142), Città del Vaticano 1948; H. Engberding, in Miscellanea in honorem L. C. Mohlberg, I. Roma 1948, p. 47 sqq.; D. van Den Eynde, Nouvelle trace de la traditio Apostolica d'Hippolyte dans la liturgie romaine, ibid., pp. 407-11; M. Duensing, Der äthiopische Text der Kirchenordnung Hippolytos, Gottinga 1948; R. Nautin, Hippolyte, Contre les hérésies, Parigi 1949. Quintino Cataudella

IV. CIMITERO di I

Sulla Via Tiburtina. Sotto la data degli idi di ag. (13) sia la Depositio martyrum che il Martirologio geronimiano indicano il dies natalis d'I. sulla Tiburtina senz'altra indicazione; sembra dunque che il martire stesso abbia dato il nome al cimitero che si estende a sinistra di detta Via, come l'indica l'itinerario di Einsiedeln, sopra una collina poco