IPPOLITO di ROMA, santo, martire. - Illustre scrittore della Chiesa romana del sec. III e primo antipapa, di cui si hanno solo poche e frammentarie notizie biografiche. Anche le sue opere scritte in greco, in un momento in cui la Chiesa di Roma stava per abbandonare tale lingua, furono poco lette o adoperate in Occidente, mentre ebbero una notevole diffusione in Oriente, dove furono anche tradotte in parecchie lingue.
I. VITA
La principale fonte di informazione su I. è costituita dai cenni autobiografici contenuti nella Refutatio omnium haeresium, chiamata impropriamente Philosophu-mena, che la critica gli ha restituito. La sua produzione letteraria è elencata su un lato della sua cattedra rinvenuta nel 1551, nell'area soprastante il cimitero di I., e da vari autori tra i quali principalmente: Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., VI, 20, 22, 46); s. Girolamo (De viris illustribus, 61); Fazio (Bibliotheca, cod. 48, 121-202, 232); Ebediesu, nestoriano della fine del sec. XIII (G. S. Assemani, Bibliotheca Orientalis, III, II, Roma 1728, p. 15), e Niceforo Callisto nel sec. XIV (Hist. eccl. IV, 31; PG 145, 1052). Il suo esilio in Sardegna è attestato dal Catalogo Liberiano (ed. Duchesne, Lib. Pont., I, p. 5) e il suo culto, quale martire, dalla Depositio Martyrum («idus Aug.: Ypoliti in Tiburtina et Pontiani in Callisti») e dal santuario cimiteriale sulla Via Tiburtina, restaurato dai papi Damaso e Vigilio. Il carme di Damaso attesta che sullo scorcio del sec. IV, a Roma, la figura storica dello scrittore romano si stava oscurando: egli ne fa, seppure con un «fertur», un prete fautore di Novaziano che si riconcilia pubblicamente con la Chiesa (cf. A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 169-73). Pochi decenni dopo, Prudenzio nel Peristephanon (XI: PL 60, 530-36) aggiungerà al carme damasiano, a lui noto, la descrizione del martirio di I., avvenuto alle foci del Tevere, trascinato come il suo omonimo, il favoloso figlio di Teseo, da furibondi cavalli. Con la leggendaria Passio Polychronii, che risale probabilmente alla fine del sec. V o al principio del VI, I. entra nel ciclo agiografico del ss. Sisto e Lorenzo (BHL, 3962; cf. H. Delehaye, Recherches sur le légendier romain. La passion de St Polychronius, in Anal. Boll., 51 (1933), pp. 34-98, V. in particolare pp. 59-68, 93-97) diventando un militare che è convertito dal diacono Lorenzo e che muore trascinato da cavalli. Siffatamente trasformato, I., dottore, passerà negli odierni libri liturgici romani, il Breviario e il Martirologio (I. è quivi particolarmente sfigurato: cf. anche il 30 genn. e il 22 ag.). La confusione ca. I. si complicherà ancora quando Rufino (Hist. eccl., VI, 20) interpretando male Eusebio (Hist. eccl., VI, 20) ne farà un vescovo di Bostra in Arabia e il Chronicon Paschale, all'inizio del sec. VII (ed. L. Dindorf, Bonn 1832, p. 12), di Porto alle foci del Tevere.
Secondo i dati più attendibili, sceverati dalla critica moderna, il prete I., discepolo di s. Ireneo, si presenta sin dal pontificato di Vittore (189-99) come una personalità di primo piano tra il clero di Roma, per il suo vasto sapere, di cui egli stesso è per primo consapevole (cf. il suo commento a Daniele, III, 16; ed. M. Lefèvre, Parigi 1947, p. 233). Purtroppo il suo carattere altezzoso gli farà presto travalicare i giusti limiti della polemica e lo trasformerà in un libellista. A I., che ca. il 212 avrebbe predicato alla presenza di Origene, spetta però il merito di aver polemizzato con successo contro tutte le eresie, specie quelle del suo tempo, e di aver propugnato la teologia del « Logos » contro le dottrine adozianiste (v. ADOZIANISMO) e monarchiane (v. MONARCHIANISMO) che, dal pontificato di papa Vittore, turbavano la comunità di Roma. È proprio in questa polemica per il « logos » e, dopo l'avvento di Callisto al pontificato, in questioni disciplinari, ch'egli non seppe rimanere nei giusti limiti: secondo lui papa Zefirino avrebbe dovuto agire energicamente contro i novatori, ma questi non credette opportuno prendere i provvedimenti invocati. I. s'inveleni allora contro il consigliere di Zefirino, il diacono Callisto che l'accusava di diteismo, e, punto sul vivo, nel vedere il suo rivale prendere la successione di Zefirino (217), si separò dalla sua comunione, dando origine ad una conventicola scismatica, di cui fu capo con carattere episcopale; infatti egli stesso dichiara nel proemio alla Refutatio di essere « successore degli Apostoli, e partecipe della medesima grazia del supremo sacerdozio e del magistero ». I. divenne così il primo antipapa e persistette sul suo atteggia-

(da Wilpert, Sarcofagi, fasc. 27)
Il culto per I., oltre che dalla citata Depositio, e dal Santuario cimiteriale, è attestato in Roma anche dalla erezione, alla fine del sec. IV, di un oratorio sul vico Patricio, dal presbitero Ilicio (cf. C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel Medio evo, Firenze 1927, p. 263). I. e Ponziano sono ricordati nel Martirologio geronimiano e hanno nel cosiddetto Sacramentario Leoniano due Messe: il prefazio ricorda soltanto il martirio di I. Negli altri sacramentari, il Gelasiano, il Gregoriano e il Gelasiano del sec. VIII, come del resto negli odierni Breviario e Messale romani, Ponziano scompare e I. rimane solo (nelle orazioni lo si chiama semplicemente martire). Del resto già nel calendario di Cartagine del sec. VI I. figura solo (ed. H. Lietzmann, in Kleine Texte, Bonn 1911, p. 5), così pure nell'Orazionale visigotico, all'11 ag. (ed. J. Vives, Barcellona 1946, pp. 370-72, orazioni da attribuire a Eugenio di Toledo). Nel secc. V e VI, I. è spesso ricordato o raffigurato con i martiri Sisto e Lorenzo; come nel Canone Ambrosiano (cf. F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, I. Milano, Firenze 1913, pp. 922, 930; a I. era dedicata, nel sec. V, una cappella contigua a S. Lorenzo: ibid., pp. 185, 200), in alcuni vetri dorati (Firenze: Biblioteca Vaticana), nel musaico di S. Apollinare Nuovo in Ravenna, in quello di S. Lorenzo al Verano a Roma, e nel sarcofago di Apt, in cataloghi di reliquie, perfino in Africa, e nella dedicazione della chiesa di Fossombrone, ricordata nel Martirologio geronimiano al 2 febbr., 6 ag. e 2 nov. (cf. H. Delehaye, La dédicace de la basilique de Fossombrone, in Rendiconti Pont. accod. rom. di arch., 6 [1930], pp. 102-11). È probabile che anche in Porto ci fosse una basilica dedicata al nostro I. Nei Sinassari, I. « πέπας Ῥώμης » è ricordato al 30 genn.
La théologie de St Hippolyte, Parigi 1906, pp. 215-20. Oltre la bibl. citata sotto si veda anche L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Église, I, 3ª ed., ivi 1923, pp. 292-323; A. Puech, Histoire de la littérature grecque chrétienne, II, ivi 1928, pp. 543-77; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2ª ed., Bruxelles 1933, pp. 269, 278-79, 294-97 e passim; Fliche-Martin-Fruta, II, pp. 87-107, 116-17, 395-400; E. Amann, Hippolyte, in DTHC, VI, II, coll. 2487-2591; G. Bovini, S. I. dottore e martire del III sec., Città del Vaticano 1943; A. Ehrhard, La chiesa dei Martiri, vers. II. di G. Marchi, Firenze (1947), pp. 139-40, 327-32, 375-76; B. De Gaiffier, Les orations de l'Office de St Hippolyte, in Mélanges Marcel Viller (Revue d'ascét. et myst., 1949), pp. 219-24; Martyr. Hieronymianum, pp. 68, 74, 421, 439, 457, 584; Martyr. Romanum, pp. 41, 336, 353; Synax. Constantinop., col. 431. A. Pietro Fruta
II. OPERE
I. fu soprattutto un esegeta. I suoi scritti esegetici sono conservati in frammenti e in piccolissima parte nella originale lingua greca, e per il resto in traduzioni in slavo, in georgiano, ecc. che, come tutte le opere di I., presto dimenticati nell'Occidente, furono letti e diffusi nell'Oriente. Si possiede, in parte nel testo greco, in parte in traduzione slava, il Commento al libro di Daniele, e, parte in greco e per intero in georgiano, quello Sul Cantico dei cantici, e, ugualmente in greco e in georgiano, quello Sulle benedizioni di Jacob, e in georgiano quello Sulle benedizioni di Mosè - forse, in origine, una sola opera - e quello Su David e Golia. I più importanti tra questi sono i commenti al Daniele e quello al Cantico dei cantici: da quest'ultimo specialmente si può avere un'idea del metodo esegetico di I., interessato al senso tipologico delle Scritture (il fidanzato è per lui figura del Cristo, la fidanzata è la Sinagoga da cui deve uscire la Chiesa, i salti del fidanzato rappresentano l'Incarnazione, la Crocifissione, la discesa agli inferi, la Risurrezione e l'Ascensione: il titolo è spiegato come il canto in cui si accoglie l'essenza di tutti i canti composti da Salomone). Nel commento a Daniele sono risolte alcune questioni storiche sulla famiglia di Susanna e di Ioachim e sono date alcune interpretazioni allegoriche: Susanna è la Chiesa, i due vecchi sono i due nemici della fede, il popolo giudeo e il gentile, in Daniele nella fossa dei leoni è vista la condizione dei cristiani davanti alle persecuzioni, la quarta bestia della visione è il popolo romano. Le altre opere esegetiche, delle quali poco o nulla si possiede, sono i commenti sullo Hexaemeron, sull'Esodo, sui Frammenti di Ezechiele, sul Genesi, su Zacharia, sui Salmi, su Isaia, sull'Apocalisse, sui Proverbi, sull'Ecclesiaste, su Saul e la Pitonessa, ricordati da Eusebio e da s. Girolamo, e su Daniele il piccolo e Susanna, ricordato da Ebediesu.Delle opere dogmatiche si possiedono brevi frammenti, in greco e in siriano, del trattato Sulla Risurrezione; intero si ha il trattato Sull'Anticristo, in greco. In quest'opera I. si propone di esaminare che cosa sia l'Anticristo, in qual tempo avverrà la sua venuta, da quale tribù proverrà, quale nome avrà, come ingannerà gli uomini, come il ritorno del Salvatore e l'incendio cosmico porranno fine al suo Regno, che cosa sarà il Regno celeste che seguirà, e come saranno puniti i cattivi.
I. compose anche opere di carattere disciplinare. S. Girolamo, nell'Epistola LXXI, 6, dice che I. aveva

scritto « sul sabato », se occorra digiunare in quel giorno, e sull'Eucaristia, « se occorra riceverla ogni giorno ». Non è possibile precisare in quali opere I. abbia trattato di tali argomenti, se pure l'abbia fatto in opere speciali; nella lista della statua sono ricordati di seguito un Περὶ Χαρισμάτων e una: Ἀποστολικὴ παράδοσις, che potrebbero essere anche una sola opera. Questa Apostolica traditio è stata riconosciuta dal Connolly nella cosiddetta Ordinanza ecclesiastica egiziana, la quale si possiede solo in traduzioni copta, araba, etiopica e latina (il palinsesto di Verona, che ne contiene vari frammenti). Essa tratta - e da ciò deriva la sua importanza documentaria - dell'ordinazione dei vescovi, dei presbiteri, dei diaconi: tratta dei confessori, del lettore, del suddiacono, delle vedove, delle vergini; e dà un gran numero di precetti e di norme riguardanti il rituale ecclesiastico e la liturgia (il Battesimo, l'agape, il digiuno, l'Eucaristia, la preghiera, le riunioni dei fedeli, il catecumenato, la commemorazione dei defunti, ecc.). Alla identificazione proposta dal Connolly sono state mosse delle obiezioni da parte di vari studiosi, ma essa può ritenersi nel complesso ben fondata, sebbene tutto il problema della definizione dei rapporti di dipendenza tra le antiche collezioni disciplinari sia lontano dall'avere avuto una soluzione decisiva. Sembra preferibile alla tesi opposta quella di coloro che vedono nella Tradizione apostolica di I. la più antica costituzione della Chiesa che si conosca, e la fonte del I. VIII delle Costituzioni apostoliche, dell'Epitome di esso, del Testamentum Domini e dei Canoni di I.
Questi Canoni di I. (una raccolta disciplinare di 38 canoni, pervenuta in traduzione araba ed etiopica, di contenuto per gran parte identico a quello dell'Ordinanza egiziana, rispetto alla quale presenta numerose aggiunte, abbreviazioni e trasposizioni) difficilmente - pur potendo contenere parti abbastanza antiche - possono essere considerati opera di I. Impediscono di crederlo, fra l'altro, lo scarso valore della sottoscrizione araba che li attribuisce a lui, la presenza in essi di elementi (tuttavia non così espliciti e decisivi come è ritenuto da taluno) denuncianti un'epoca posteriore a quella di I., e la inconciliabilità della dottrina (intransigente) di I., quale appare nella sua (o,
almeno, a lui generalmente attribuita) Refutatio, sulla riconciliazione dei penitenti, con quella esposta nei Canoni. Non è possibile per altro stabilire il nome dell'autore dei Canoni, pur apparendo probabile la loro origine occidentale, e la loro cronologia; dai vari studiosi essa è fatta oscillare tra il 200 e il 250 e il sec. V-VI.
Opera di cronologia è con ogni probabilità il trattato Sulla Pasqua, nel quale, a quel che ne dice Eusebio, era stabilito il ciclo pasquale, di cui un tratto, come s'è detto, relativo agli anni 222-23, era inciso nella statua trovata nella Via Tiburtina.
Le opere polemiche rappresentano una parte notevole dell'attività di scrittore di I. Discepolo di Ireneo, egli continua la battaglia ingaggiata dal suo maestro contro le eresie, con obiettivi naturalmente diversi, come diverse erano le posizioni dell'ortodossia e dell'eresia ai suoi tempi. Il trattato Contro Marcione forse è da identificare con il trattato Sul bene e l'origine del male (ciò che era uno dei motivi più importanti dell'eresia marcionita); di una Dimostrazione contro i Giudei si possiede un frammento, ma l'autenticità dell'opera è sospetta. In un'opera intitolata Apologia dell'Apocalisse e dell'Evangelo di Giovanni, contro la tesi di un prete romano, Caio (v.), che attribuiva a un eretico, Cerinto, i due scritti, ne difendeva l'autenticità; non è sicuro che quest'opera di I. vada identificata con i Capitoli contro Caio, di cui il siriano Dionigi Bar Sâlibi, metropolita di Amida, trasse delle citazioni per un suo commento all'Apocalisse: potrebbe trattarsi benissimo di due opere differenti. Dubbia è l'attribuzione a I. dei frammenti citati da Eusebio come provenienti da un trattato Contro Artemane, che forse è da identificare con il Piccolo labirinto citato da Teodoreto. Perduto interamente è il Trattato contro 32 eresie: Συνταγμα κατὰ ἀπέρασον λῶ, così citato da Fazio, che lo chiama «libretto» (βιβλιδάριον), la confutazione delle eresie cominciava con quella di Dosito e terminava con quella di Noeto; questo scritto fu molto probabilmente fonte dello Pseudo-Tertulliano, nell'appendice al De praescript., di Epifanio, Panarion, e del Liber de haeresibus di Filastro di Brescia, e in base ad essi è in parte ricostruibile (questo συνταγμα
è la stessa cosa, verosimilmente, che il Πρὸς ἀπάσας τὰς
πρέσας, ricordato da Eusebio e il trattato Adversus omnes
haeresi ricordato da Girolamo). Si possiede un
ampio frammento di una omilia Sull'eresia di Noeto; è
probabile che essa costituisca la fine del σύναγμα, sebbene
sembri conciliarsi con la brevità con cui doveva essere
condotta la trattazione del σύναγμα. A questo elenco di
opere altre se ne potrebbero aggiungere: quelle indicate
nella lista incisa sulla statua (la Cronaca, che esercitò largo
influenze sugli autori di cronache nel medioevo, il *Protrep-
tico a Severiano*, il Πρὸς Ἕλληνας καὶ πρὸς Πλάτωνα
ἢ καὶ περὶ τοῦ παντός; le Ὡδῶ εἰς πάσας τὰς γραφάς),
e la Refutatio omnium haeresium. Di quest'opera prima si
consecava il solo I. I, con il titolo Philosophomene, che
si attribuiva a Origene, fino alla scoperta, fatta nel 1842
da Minoide Mynas, di un codice del Monte Athos, che
contiene gli altri libri fino al X, con una lacuna in prin-
cipio, abbracciante i II. II e III. Ma per fare ciò bisogno-
rebbe essere veramente sicuri che la statua rappresenti I.,
e che di I. sia la Refutatio. L'una e l'altra attribuzione è
invece congetturale, anche se appoggiata a valide ragioni.
Della statua si è già detto: l'attribuzione della Refutatio
a I. si fonda specialmente sul fatto che l'autore è un
contemporaneo e nemico acerrimo di Callisto, e uno sci-
matico, fondatore di una Chiesa in opposizione di quella
retta dai successori di Callisto, e che questo autore appare
essere uomo di grande dottrina, famoso autore di nume-
rose opere: condizioni, queste, che non sembrano con-
venire che a I. Tuttavia questa attribuzione non è stata
fatta senza contrasti, e anche recentemente, dopo che
sul nome di I. si era raggiunta l'unanimità dei suffragi,
vocì discordi si sono levate che hanno scosso un po' la
fiducia nell'attribuzione ormai ammessa generalmente,
anche se il nome che si propone per il personaggio rap-
presentato nella statua e per l'autore della Refutatio - un tal
Josipo, indicato da Fazio come autore di un Περὶ παντός,
ch'è la tesi del Nautin - sia lontana dal soddisfare del
tutto (ché, anche se si dà per dimostrata la presenza di
divergenze sostanziali e formali tra il frammento contro
Noeto e la Refutatio, si dovrebbe rispondere a questa
semplice domanda, come mai di questo Josipo, che sa-
rebbe autore della Refutatio, e dello opere indicate nella
statua, personaggio di gran conto, uomo dotto, fondatore
di una Chiesa scismatica, non sia sopravvissuto il nome
che nella discutibile attribuzione di un'opera). Con tutto
ciò non si crede, per ora, che si possa parlare della *Re-
futatio* se non come di un'opera attribuita a I.
L'opera ha una chiara linea di svolgimento nel pro-
posito di dimostrare che di tutte le eresie il germe era
nelle dottrine dei filosofi pagani. Il I. è una espo-
sizione delle dottrine dei filosofi greci; nella lacuna di
due libri che segue al primo, doveva essere un'esposi-
zione dei riti dei misteri; nel IV. I. si tratta dell'astro-
logia, della geometria, della magia; dal I. V si comincia
a esporre e a criticare le eresie; nel X è una ricapitolazione
della materia trattata nei libri precedenti, e un'esposizione
della vera dottrina. È possibile che - anche senza accet-
tare l'ipotesi di chi ritiene l'autore vittima di falsari -
le fonti d'informazione non siano sempre sicure, ma nel-
l'esposizione delle eresie a lui più vicine nel tempo, il
tono si fa più personale e l'informazione più ricca, anche
se non sempre così obbiettiva come dovrebbe: un'opera,
in conclusione, di scarsa originalità e di non grande vigore
speculativo, ma non priva di interesse storico e del pregio
della chiarezza, anche se talvolta l'autore ami indulgere
agli effetti del virtuosismo sofistico.
III. GIUDIZIO
Anche solo dalle opere ricono- sciute da tutti come autentiche, I. appare uomo di larga erudizione e di interessi vari, non paragonabile tuttavia a Clemente Alessandrino e a Origene (del quale ebbe conoscenza diretta e fu ammiratore; del- l'influenza di I. su Origene tratta R. Cadiou, *La jeu- nesse d'Origène*, Parigi 1935, p. 63 sg.). Come esegeta, egli è allegorista, ma con moderazione: la sua esegesi si fonda sulla fede nell'Incarnazione del Verbo, in Cristo essa trova la spiegazione di quanto è nelleScritture; essa inoltre gli dava occasione a esorta-
zioni di carattere omiletico. Come teologo, egli è
nella linea degli apologeti del secolo precedente e di
Irenco, contro i monarchiani, i quali consideravano
il Figlio e lo Spirito Santo come modi dell'attività del
Padre e pensavano che il Padre avesse patito insieme
con il Figlio, e contro i docetisti insiste nell'afferma-
zione che Cristo è insieme Dio e uomo. La sua dot-
trina dell'unità di Dio non esclude la distinzione del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (questo, come il
Figlio, preesistente). Nella Refutatio invece sono men-
zionati solo, e distinti, il Dio unico e il suo Verbo, il
Padre e il Figlio, senza menzione dello Spirito Santo,
donde l'accusa di ditesimo fatta da Callisto al suo au-
tore. La salvezza consiste per lui nella divinizzazione:
«se Dio avesse voluto fare di te un Dio, l'avrebbe
potuto; tu hai un esempio, quello del Verbo»;
dal che appare come la preoccupazione antimonarchista
portava l'autore della Refutatio al pericolo di apparire
subordinazionista. La fama di rigorismo intransigente
nel riguardo disciplinare è affidata soprattutto a certi
passi della Refutatio. - Vedi tav. XI.
e Galland); Hippolytus' Werke (Griechische Christliche Schrift-
steller, 1, 3, 4) I. 1: Die Kommentare zu Daniel und zum Hohenlied,
a cura di G. N. Bonwetsch, Lipsia 1897; I. 2: *Kleinere Exege-
liche und Homiletische Schriften*, a cura di H. Achelin, ivi 1897;
III. Refutatio omnium haeresium, a cura di P. Wendland, ivi
1916; IV. Die Chronik, a cura di A. Bauer e R. Helm, ivi 1929;
Schrift über die Segnungen Jakobs, di C. Dioboniotis e N.
Bels (Texte und Untersuchungen, 38, 1), ivi 1911; E. Schwartz,
Zwei Predigten Hippolytis (Sitzungsber. Bayer. Akad. Wissenschaft),
Monaco 1936 (per il framm. Contro Noeto); *Hippolyte de Rome. La
tradition apostolique. Texte latin...*, a cura di B. Botte (Parigi 1946);
Commentaire sur Daniel, a cura di M. Lefèvre, introd. di G. Bardy, ivi
1947. - Studi: C. Ch. J. Bunsen, *Hippolytus und his age, or the
doctrine and practice of the Church of Rome under Commodus and
Alexander Severus, 4 voll., Londra 1853; I. Doellinger, Hippol-
lytos und Kallistus, oder die Römische Kirche in der ersten Hälfte
des dritten Jahrhunderts, Ratisbona 1853; G. Ficker, Studien zur
Hippolytfrage, Lipsia 1893; K. J. Neumann, Hippolytus von Rom
in seiner Stellung zu Staat und Welt, ivi 1902; A. Harnack, Ge-
schichte der altchristlichen Literatur bis Eusebius*, I, ivi 1893,
pp. 605-46; A. D'Ales, La théologie de St Hippolyte, Parigi
1906; R. H. Connolly, *The secalled Egyptian Church Order and
derived documents* (Texts and Studies, 8, 17), Cambridge 1916;
A. D'Ales, in Rech. sc. rel., 8 (1918), pp. 132-38 (sulla tesi di
Connolly); R. Lorentz, *De Egyptische Kerkordering en Hippoly-
tus van Rome*, Harlem 1929 (contro la tesi di Connolly); B. C.
Easton, The apostolic tradition of Hippolytus, Cambridge 1934;
L. Mariès, *Hippolyte de Rome. Sur les bénédictions d'Isaac, de
Jacob et de Moler, Parigi 1935; H. Rahner, Probleme der Hippo-
lytüberlieferung, in Zeitschr. f. kathol. Theol.*, 60 (1936), pp. 577-
590; G. Dix, The Treatise on the apostolic tradition, Londra
1937; H. Elfers, Die Kirchenordnung Hippolytis, Paderborn 1938
(contro Lorentz); B. Capelle, *Le Logos, Fils de Dieu dans la théol.
d'Hippolyte, in Rech. théol. anc. et médiév.,* 9 (1937), p. 109 sgg.;
G. Bovini, *S. I. della Via Tiburtina, esame e critica delle antiche
testimonianze su I., in Rivista di archeologia cristiana*, 19 (1942),
pp. 35-85; R. H. Connolly, New attributions to Hippolytus, in
Journal theol. stud., 44 (1943), p. 192 sgg.; Rud. Reutterer,
Der hl. Hippolytos, Klagenfurt 1947; R. Nautin, *Hippolyte et
Josipo, Parigi 1947; Em. Lengeling, Das Heilswerk des Logos-
Christos beim hl. Hippolyt von Rom*, tesi di laurea Univ. Gregor-
iana, Roma 1947; id., *Notes sur le Catalogue des oeuvres d'Hippo-
lyte, in Rech. sc. rel., 34 (1947), p. 347 sgg.; G. Mercati, Oser-
vazioni sui proemi del Sultenio di Origene, I. Eusebio, CirilloAles-
sandrino e altri* (Studi e testi, 142), Città del Vaticano 1948;
H. Engberding, in Miscellanea in honorem L. C. Mahlberg, I.
Roma 1948, p. 47 sg.; D. van Den Eynde, *Nouvelle trace de la
Traditio Apostolica d'Hippolyte dans la liturgie romaine*, ibid.,
pp. 407-11; M. Duensing, *Der äthiopische Text der Kirchenord-
nung Hippolytis, Gottings 1948; R. Nautin, Hippolyte, Contre
les hérésies*, Parigi 1949.
IV. CIMITERO di I
Sulla Via Tiburtina. Sotto la data degli idi di ag. (13) sia la *Depositio mar- tyrum che il Martiologia geronimiano* indicano il dies natalis d'I. sulla Tiburtina senz'altra indicazione; sembra dunque che il martire stesso abbia dato il nome al cimitero che si estende a sinistra di detta Via, come l'indica l'itinerario di Einsiedeln, sopra una collina poco
G. B. De Rossi rinvenne nella cripta anche un'epigrafe che ricorda i lavori compiuti in essa al tempo di Damaso per opera di un presbitero di nome Leone.
A. Bosio discese in una regione di questo cimitero, che ritenne parte di quello di S. Lorenzo, e vi lesse il graffito: « Refr(i)geri tibi Domnus Ippolitus sid... » (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 401); M. Boldetti asportò molte lapidi (Osservazioni sopra i cimiteri, ivi 1720, p. 568); nel 1779 e nel 1829 le gallerie furono molto devastate (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, ivi 1864, p. 61; III, ivi 1877, pp. 641-42), altre esplorazioni vi furono eseguite nel 1843 (G. Marchi, Monumenti primitivi del Cristianesimo. Architettura, ivi 1844,
p. 77), poi nel 1862 F. Gori, Della porta e basilica di S. Lorenzo... e delle catacombe di S. Ippolito, ivi 1862); nel 1881 vi penetrarono M. Armellini e O. Marucchi che lessero parecchi graffiti di pellegrini e di presbiteri tra cui l'invocazione «Ippolite in mente (habeas) Petru(m) peccatore(m)». Nel 1882 gli scavi misero in luce l'abside appartenente alla basilichetta sotterranea eretta sul sepolcro del martire. Il cimitero ha molto sofferto nel bombardamento aereo del 19 luglio 1943.
Tra le iscrizioni allora rinvenute vanno segnalate quelle che ricordano un presbitero del titolo di Prudenziana, un lettore dello stesso titolo morto nel 528; la menzione d'un presbitero del titolo di Prassede; da questi due titoli dipendeva dunque il cimitero; tra le iscrizioni greche è notevole quella di un Vittore catecumeno servo del Signore Gesù Cristo (G. B. De Rossi, Bull. di arch. crist., 2 [1883], p. 83). Oltre il cimitero, in Roma stessa nel sec. IV esisteva una memoria del martire I. al vicus Patricius, come si ricava da un'epigrafe, oggi al Museo del Laterano, dalla quale si deduce l'esistenza di detta memoria (O. Marucchi, I monumenti del Museo Cristiano Pio Lateranense, Milano 1911, tav. 45).